Analisi sull'andamento della seconda settimana di guerra in Ucraina (terza parte)

(di Andrea Gaspardo)
16/03/22

Dopo aver analizzato nelle due analisi precedenti l'andamento sia delle operazioni aeree che di quelle terrestri chiudiamo ora la nostra serie relativa agli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina con alcune considerazioni tattico-strategiche.

Per cominciare, bisogna affermare che da un punto di vista temporale e dell'intensità, la durata del conflitto ha superato quanto la leadership politica del Cremlino aveva pronosticato. Pare evidente dal dispiegamento di forze e dalle tattiche utilizzate che Putin avesse originariamente immaginato una breve guerra della durata di 11 giorni con i primi 1-3 dedicati ad una vigorosa operazione militare atta ad eliminare la leadership politico-militare del paese nemico e procedere poi nei giorni successivi ad un'occupazione del territorio ucraino senza incontrare una resistenza significativa. In tale contesto, la violenta offensiva aerea iniziale aveva il compito di “colpire e terrorizzare” gli ucraini impedendogli di reagire e di mobilitare le loro riserve. Questo calcolo si è dimostrato errato (non si sa ancora se a causa di errori di valutazione da parte del dipartimento dell'FSB dedicato alla raccolta di informazioni oppure per un macroscopico errore da parte dello stesso Putin).

Andando ad infrangere le opinioni ed i sentimenti di molti “estimatori” del leader russo in campo occidentale, l'autore della presente analisi ritiene che la seconda spiegazione sia quella corretta. Ci sono due cose infatti che dobbiamo considerare:

- primo: la precisione e l'efficacia della campagna missilistica e delle Forze Aeree Russe nei primissimi giorni di guerra che hanno portato alla distruzione di un numero notevole di obiettivi sono sicuramente da attribuire anche all'eccellente capacità dei servizi segreti di Mosca (SVR, FSB e GU/GRU) di mappare le infrastrutture militari ed industriali dell'Ucraina;

- secondo: come avviene in molti paesi al mondo, anche in Russia la scelta degli obiettivi da raggiungere in un determinato conflitto spetta alla leadership politica, la quale poi passa le direttive al quartier generale delle forze armate che formula i piani militari rigidamente rispettando le direttive politiche ricevute dall'alto. A loro volta i comandanti sul campo ricevono i piani redatti dal quartier generale ed hanno il compito di tradurli in realtà; nel caso russo poi, non viene lasciata molta possibilità di scelta o libertà d'azione ai comandanti locali.

Una volta considerati questi due aspetti, si capisce che il sistema si è inceppato in corrispondenza della leadership politica. Non sarebbe stato infatti possibile per le Forze Aeree e missilistiche della Russia condurre la campagna militare odierna se prima e durante il conflitto non fossero state costantemente “rifornite” di informazioni sugli obiettivi da colpire.

È quindi assai strano che le varie agenzie di intelligence russe che pure hanno supportato molto bene le operazioni dei colleghi militari dell'arma azzurra abbiano nello stesso frangente commesso un errore marchiano così grande come quello di sottovalutare il nemico e la sua capacità di resistenza e mobilitazione.

Allo stesso tempo, la pessima prova fornita da alcuni dei comandi sul terreno (in particolare per quanto riguarda il “Terzo Fronte” ed il “Quarto Fronte”), specie nell'organizzare una efficiente rete logistica e nell'addestrare in maniera efficace i soldati in previsione dello scoppio delle ostilità, è dovuta a piani lacunosi e fuorvianti prodotti dal quartier generale delle forze armate. Ma tali piani a loro volta si basano sulle precise direttive ricevute dalla leadership politica e questo ci porta direttamente al nodo gordiano dell'intera vicenda: ha Vladimir Putin commesso un plateale errore di valutazione forse addirittura contro il parere dei suoi uomini di fiducia e le sue manchevolezze, riverberatesi poi lungo tutta la catena di comando hanno contribuito a mettere la Russia in difficoltà? Ai posteri l'ardua sentenza.

In ogni caso la guerra è in pieno svolgimento e ci sono ben poche possibilità che essa termini con una soluzione negoziata dato che, nel frattempo, le opposte leadership politico-militari così come le opinioni pubbliche nei due paesi sono entrate, per così dire nel “tunnel del patriottismo” e qualsiasi cedimento o compromesso onorevole sarebbe visto dagli oltranzisti di entrambe le parti come come un cedimento ed un tradimento. In poche parole tanto “l'ultimo zar di Russia” quanto “l'ultimo gran principe di Kiev” sono ora ostaggi della loro stessa retorica e promesse.

Per Putin ormai, prendere l'Ucraina e “denazificarla” (secondo le sue parole) è diventato un obiettivo irrinunciabile mentre dall'altra parte Zelensky e i suoi, galvanizzati da una resistenza che tutto sommato ha ottenuto eccellenti risultati hanno spinto una parte dei loro sostenitori a credere che l'Ucraina sia non solo in grado di fermare e respingere i russi ma anche di riprendersi tutto il Donbass e pure la Crimea.

Ma quali degli obiettivi (e dei “sogni”) dei due contendenti sono raggiungibili e quali no? Per capirlo cerchiamo di analizzare la situazione sul terreno prima e durante il conflitto. Dal 24 febbraio ad oggi, l'alleanza composta dalla Federazione Russa e dalle due Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk ha in tutto impegnato 497.000 uomini nella cosiddetta “Operazione Militare Speciale”. Tali forze erano così dispiegate:

  • “Primo Fronte” (area del Donbass): 130.000 tra soldati e riservisti “donbassiani” e 20.000 soldati russi;
  • “Secondo Fronte” (area della Crimea): 17.000 soldati russi;
  • “Terzo Fronte” (Ucraina orientale e nord-orientale): 200.000 soldati e 100.000 riservisti russi;
  • “Quarto Fronte” (area di Kiev): 30.000 soldati russi in entrata dalla Bielorussia.

Ad oggi, secondo le stime del Pentagono tutta la forza originariamente messa a disposizione per l'invasione è attualmente e attivamente impegnata in combattimento sui vari fronti di battaglia. Ad opporsi alle puntate offensive russe e dei loro alleati “donbassiani” ci sono le Forze Armate dell'Ucraina che già in passato abbiamo descritto con dovizia di particolari. A fianco di esse però l'Ucraina possiede altre forze militari, paramilitari o “militarizzabili” che in caso di guerra totale potrebbero concorrere in diversa misura alla difesa del territorio del paese. Una di queste è il Servizio di Emergenza dello Stato, ma oltre ad esso ci sono anche la Guardia di Frontiera (che controlla, come sottobranca la Guardia Costiera), la Guardia Nazionale (erede delle Truppe dell'Esercito dell'Interno di sovietica memoria), le varie forze paramilitari che fanno capo al Servizio di Sicurezza dell'Ucraina (SBU, erede del locale KGB), la Polizia Nazionale dell'Ucraina (riformata sulle ceneri della Militsiya ereditata dall'URSS) e le celeberrime Forze di Difesa Territoriali nate sull'onda di Euromaidan, dell'annessione russa della Crimea e dello scoppio della Guerra del Donbass per mobilitare i volontari e sostenere in tal modo i coscritti delle Forze Armate, i quali si erano in un primo tempo dimostrati scarsamente adatti a combattere una guerra prolungata.

Le capacità (teoriche) di mobilitazione di tutte queste entità all'inizio della guerra erano le seguenti:

  • Forze Armate: 250.000 soldati più 900.000 riservisti;
  • Guardia Nazionale: 50.000 uomini;
  • Guardia di Frontiera: 50.000 uomini;
  • Servizio di Emergenza dello Stato: 60.000 uomini;
  • forze paramilitari del Servizio di Sicurezza dell'Ucraina, SBU: 30.000 uomini;
  • Polizia Nazionale: 130.000 poliziotti;
  • Forze di Difesa Territoriali: 10.000 uomini in servizio attivo più 130.000 volontari.

Ciò dava alle forze militari e paramilitari dell'Ucraina un totale teorico di 1.610.000 uomini mobilitabili in tempi “ragionevolmente brevi” all'inizio delle ostilità.

Sempre secondo le sopra citate fonti del Pentagono, ma anche secondo le stesse autorità di Kiev, l'Ucraina ha già raggiunto “il massimo grado possibile di mobilitazione”. Tale affermazione pare ossimorica a prima vista, dato il fatto che l'Ucraina possiede una popolazione comunque abbastanza numerosa e che uno dei primi provvedimenti del governo all'atto di proclamare la mobilitazione totale è stato quello di proibire a tutti i maschi di età compresa tra i 18 ed i 60 anni di lasciare il paese. A rigor di logica ciò dovrebbe mettere a disposizione di Kiev una grande quantità di personale “armabile” e, nonostante le Forze Aeree e i missili balistici e da crociera russi abbiano colpito molto duramente le basi ed i depositi ucraini ci dovrebbero essere comunque scorte sufficienti per dare, molto brutalmente “un fucile d'assalto e due caricatori a ciascuno”. Ma la guerra, specie se convenzionale (ma anche di guerriglia) non è un affare che si improvvisa ed anzi necessita di metodo ed organizzazione.

Gli ucraini hanno sì a disposizione una grande quantità di uomini, ma al di fuori delle cifre riportate di sopra, la grande massa di uomini “teoricamente disponibili” sono essenzialmente “inutili” perché anche se nel passato recente o remoto hanno avuto modo di affacciarsi al mondo militare (magari quando furono soldati coscritti) una volta abbandonato sia il servizio attivo che la riserva attiva hanno smesso totalmente di essere inquadrati in qualsiasi struttura organizzata che li renda atti ad un nuovo utilizzo raido.

Al contrario di quanto avviene nei paesi occidentali o in Israele, la grande massa di “riserve” ucraine non sono organizzati in brigate e divisioni “dormienti” che in caso di guerra possono essere mobilitate e rese operative in tempi brevi e quindi danno “profondità sia tattica che strategica” alle forze armate nazionali. In Ucraina, le “riserve umane” sono semplicemente “un serbatoio” dal quale attingere per ripianare le perdite mano a mano che nel corso dei combattimenti le unità regolari vengono letteralmente “erose” dall'attrito della battaglia. Questo però significa che la “quantità strategica di materiale umano” a disposizione di Kiev ha scarse possibilità di tramutarsi in un vantaggio tattico se gli ucraini non hanno la possibilità di mettere in campo più unità di manovra rispetto ai loro nemici.

Da considerare inoltre un secondo aspetto: la potenza di fuoco delle unità coinvolte

A partire dal 2014 in poi lo strumento militare dell'Ucraina ha decisamente virato verso una riforma in senso occidentale. Ciò ha comportato, tra le altre cose, il passaggio dalla precedente struttura divisionale ereditata dal periodo sovietico a quella di brigata in voga presso la NATO. In Russia una simile riforma venne avviata dal 2007 al 2012 dal ministro della Difesa Anatoly Serdyukov ma è stata di fatto cancellata dall'attuale responsabile del suddetto dicastero, Sergey Shoigu, il quale dal 2013 in poi ha di fatto reinstallato il sistema divisionale seppure con alcuni correttivi. All'atto pratico, ciò significa che le Forze Armate Russe possono dispiegare le loro unità su fronti di battaglia più ampi dispetto a quelle ucraine.

Non solo, le unità russe dispongono di un numero di uomini e di mezzi superiore a quello delle unità ucraine quindi possono rimanere operative per periodi di tempo più lunghi ed “assorbire colpi” in maniera assai maggiore. Avendo a disposizione un numero superiore di mezzi esse possono anche sviluppare un maggiore volume di fuoco e causare perdite debilitati agli ucraini nel lungo periodo.

Per fare un esempio pratico, sia la 2a divisione di fucilieri motorizzati della Guardia “Tamanskaya” che la 4a divisione corazzata “Kantemirovskaya”, entrambe figuranti tra le unità impegnate nella guerra, contano ognuna tra 500 e 600 carri armati quindi, per fare un paragone, maggiore dell'intera dotazione carri delle Forze Armate Italiane.

Certo, avere “dimensioni maggiori” comporta anche degli svantaggi; per esempio nel settore della logistica, come abbiamo visto nel corso delle prime settimane. Per poter essere efficaci e sprigionare tutto il loro potenziale, le grandi unità necessitano di un “treno logistico” che sia sempre efficiente altrimenti rischiano di rimanere senza più l'indispensabile “linfa” per andare avanti. Questo è quanto si è visto, per esempio, nella pessima performance del “Terzo Fronte”.

Viceversa, quando le unità sono ben rifornite possono penetrare la linea del fronte nemico come fosse fatta di burro. È il caso degli eccellenti risultati ottenuti dal generale Zusko, a capo del “Secondo Fronte”. In generale, il più grave problema che le Forze Armate Russe hanno affrontato in questa prima fase della guerra è stata l'incapacità di dispiegare delle linee di rifornimento tali da poter permettere ai loro quattro fronti di guerra di poter raggiungere gli obiettivi prefissati.

Questo non vuol dire però che, con il passare dei giorni, gli ufficiali addetti alle operazioni non abbiano fatto ammenda dei propri errori e siano corsi ai ripari “in corso d'opera”. Viceversa, dall'altra parte del fronte gli ucraini godono senza dubbio del vantaggio di avere linee di rifornimento interne, tuttavia la conquista del domino assoluto dei cieli da parte della Russia fa sì che alla lunga la pressione sia da terra che dal cielo rischia di diventare insostenibile per i difensori.

Il domino dell'aria, oltre all'ovvia valenza tattica ha anche uno speciale risvolto strategico perché sta permettendo ai russi letteralmente di demolire il complesso militar-industriale di Kiev.

Di esempi se ne possono fare tanti, però ritengo che due siano particolarmente illuminanti. Nella notte tra il 10 e l'11 marzo le forze missilistiche russe hanno ripetutamente centrato e distrutto gli stabilimenti “Motor Works” di Lutsk, stabilimento di punta del settore aeronautico ed unico in grado di portare a compimento lavori di revisione sui motori RD-33 dei caccia Mig-29 superstiti di Kiev che, da quel momento in poi sono rimasti virtualmente senza manutenzione. Ancora più importante a mio avviso è stata la completa “demolizione” causata da un bombardamento ad ondate realizzato, il 5 di marzo, da una serie di formazioni di Su-34 degli “Armor Works” di Zhytomir, l'ultima fabbrica di corazzati sino ad allora rimasta intatta. Questa è stata una perdita disastrosa per Kiev perché da quel momento in poi gli ucraini non sono più in grado né di produrre né di garantire la manutenzione e le riparazioni dei propri mezzi corazzati.

Nel medio e lungo periodo questo tipo di azioni contribuiranno sempre più a mettere progressivamente in difficoltà gli ucraini che già ora pare soffrano di carenza di equipaggiamenti pesanti. Tale notizia parrebbe di primo acchito esagerata e sarebbe passibile dell'accusa di “propaganda filo russa”, ma non è affatto così. Nel corso dei combattimenti avvenuti il 13 di novembre attorno al villaggio di Varvarovka, situato nell'oblast' di Lugansk, i russi hanno confermato mediante video ed altre prove documentali la distruzione di 3 carri ucraini T-72AV. L'evento parrebbe di ordinaria amministrazione, ma non è così.

Alla vigilia dell'invasione russa, l'Ucraina allineava sulla carta una poderosa componente corazzata composta da circa 4000 carri armati tra T-64, T-72 e T-80, oltre ad un piccolo numero di T-84. Avendo ereditato sin dall'epoca sovietica alcune delle più importanti strutture per la produzione e la manutenzione dei carri armati dei modelli T-64 e T-80, i vertici militari di Kiev avevano deciso per l'immagazzinamento di tutti i 600 T-72 in servizio, assegnandoli di fatto alla “riserva”. La confermata distruzione di alcuni esemplari di questo modello di carro potrebbe essere un chiaro campanello d'allarme nel segnalarci che, tirando fuori i T-72 dai loro magazzini, gli ucraini stanno essenzialmente “raschiando il fondo del barile”.

Ecco dunque perché, dal mio modestissimo punto di vista, i proclami roboanti dei mass media internazionali secondo i quali “l'Ucraina sta riuscendo a resistere all'aggressione russa” debbano essere trattati con estrema prudenza ed anzi sia necessario raddoppiare gli sforzi e continuare con il costante e metodico processo di monitoraggio al fine di capire come le cose evolveranno sul campo di battaglia.

Fine

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Foto: MoD Fed. Russa

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