Verba volant, acta manent

(di Renato Scarfi)
22/03/23

Il recente annuncio della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran ha un po’ colto di sorpresa gli analisti internazionali, anche perché la riapertura delle rispettive rappresentanze diplomatiche è stata favorita dalla mediazione della Cina, paese finora non particolarmente addentro alle questioni politiche mediorientali.

Si comprende, quindi, come l’annuncio in questione non abbia mancato di creare un certo scalpore, nonostante la negoziazione sia durata circa due anni, proprio per il duro contrasto che ha caratterizzato la storia dei due protagonisti, le cui relazioni diplomatiche erano state interrotte nel 2016, in seguito alla violenta invasione dell’ambasciata saudita di Teheran da parte di un gruppo di manifestanti, in risposta all’esecuzione in Arabia Saudita del locale leader sciita, lo sceicco Nimr Baqir al-Nimr.

Le origini degli attriti

E proprio qui risiedono le radici dell’aspro confronto tra sunniti e sciiti, che dura ormai da secoli. Il mondo musulmano, infatti, é stato un insieme monolitico solo nel periodo in cui era guidato da Maometto poiché, alla sua morte, si è frazionato in numerose correnti, delle quali le principali sono, appunto, sunniti e sciiti. La diatriba, prevalentemente politica, affonda quindi le sue radici nel 632 d.C., l’anno della morte di Maometto, quando sono iniziate le lotte per la definizione delle regole da seguire per la nomina del suo successore (califfo), una carica sia politica che religiosa.

I sunniti (Ahl al-sunna wa l-jama’a, “la gente della tradizione e del consenso”) appoggiavano Abu Bakr, amico del Profeta e padre della moglie Aisha. Essi ritenevano che il successore dovesse essere scelto dalla comunità tra i fedeli conosciuti per le proprie virtù. Derivano il nome dalla sunna (il comportamento abituale del Profeta), della quale si professano i soli veri seguaci. Gli sciiti (Shi’atu Ali “il partito di Alì”) ritenevano, invece, che il legittimo successore dovesse essere individuato solamente tra i parenti di Maometto e che la scelta doveva cadere su Alì, suo cugino e genero, e sui suoi diretti discendenti.

I sostenitori di Abu Bakr ebbero la meglio, anche se Alì governò per un breve periodo in veste di quarto califfo. La frattura in seno all’Islàm si consolidò quando Hussein, figlio di Alì, fu ucciso nel 680 a Kerbala (nell’attuale Iraq).

Da quella divisione iniziale, squisitamente politica, le divisioni tra sunniti e sciiti si sono ulteriormente approfondite e, con il tempo, sono anche diventate differenze religiose, con diverse sfumature circa le interpretazioni dell’Islàm.

I protagonisti dell’accordo

Quelle storiche divisioni hanno visto fino ad oggi Arabia Saudita (sunnita) e Iran (sciita) contendersi spietatamente aree di influenza geopolitica, nel tentativo di raggiungere la supremazia regionale. Posizioni politiche distanti, spesso opposte, che hanno portato alcuni analisti a speculare entusiasticamente sui possibili ritorni immediati dell’accordo siglato il 10 marzo con la mediazione cinese.

Si tratta di prospettive autentiche o solo di improbabili auspici? Anche se il ritorno alla dialettica è sempre una buona notizia, permangono infatti molti dubbi circa la sua reale tenuta a medio-lungo termine. Le questioni tra sauditi e iraniani appaiono troppo profonde, storiche e complesse per pensare che possano essere rapidamente composte con una firma su un pezzo di carta.

Ad alimentare i dubbi circa la “tenuta” dell’intesa contribuisce l’atteggiamento mostrato da Teheran, che qualche tempo fa aveva sospeso i negoziati, come se ci fosse incertezza sul procedere, per poi riprenderli con maggiore vigore.

Sarà stata la rinnovata convinzione del percorso da fare oppure è stata la grave situazione interna iraniana a fornire la spinta per concludere i negoziati? Alcuni osservatori ritengono che sia più probabile la seconda ipotesi, ovvero l’esigenza di “prendere fiato”, un’operazione di maquillage politico internazionale per tentare di far dimenticare, con un eclatante traguardo diplomatico, la dura repressione in atto e le impiccagioni di studenti disarmati che dimostravano per una paese più libero.

Ma i dubbi non si fermano qui. Molti, infatti, si chiedono quale posizione assumeranno alcuni settori iraniani più oltranzisti, come per esempio i Pasdaran, corpo miliziano creato da Khomeini, che negli anni si è affermato all’interno del paese come potenza economica, oltre che militare, e che ha organizzato la diffusione del verbo rivoluzionario khomeinista. Seguiranno i propri leader politici e la direzione indicata dalla loro politica estera o cercheranno di far fallire un accordo che potrebbe portare a una rivisitazione del loro peso relativo all’interno del paese? Come già scritto, l’Iran rimane un attore protagonista nella regione del Golfo Persico, ed è in grado di costituire una minaccia asimmetrica non trascurabile nell’area dello Stretto di Hormuz e di influire sul flusso dei rifornimenti energetici verso le rotte commerciali mondiali. I Pasdaran sono lo strumento con il quale l’Iran esercita la propria pressione (leggi “La strategia marittima iraniana nell’ambito degli equilibri geopolitici nel Golfo Persico”).

Un altro interrogativo è se la politica iraniana al di fuori del Golfo potrebbe cambiare, in linea con la distensione che alcuni analisti vedrebbero profilarsi all’orizzonte. L’Iran rinuncerà all’idea di esportare la teocrazia sciita della rivoluzione khomeinista al di fuori dai confini iraniani, in Iraq, Siria, Libano, Yemen? Potrà, in particolare, essere rivisitato il supporto agli Hitzballah in Libano o al movimento sciita Ansarullah (Yemen), responsabile anche di attacchi diretti verso altri paesi del Golfo? Proprio Hasan Nasrallah, il capo degli Hitzballah, solo quattro giorni prima della firma dell’intesa, aveva pubblicamente escluso una qualunque composizione degli attriti tra i due paesi.

Da parte saudita, la raggiunta intesa con Teheran potrebbe permettere a Riad di alleggerire il proprio impegno nel sanguinoso pantano yemenita. Sotto il profilo politico, questo riavvicinamento all’Iran e alla Cina parrebbe essere una specie di sfida agli USA, storico sostenitore del regime di Riad. Quasi un “avvertimento” per non aver prontamente risposto alle richieste di assistenza per il proprio programma nucleare, formalmente a uso civile ma che ha fatto sorgere più di un dubbio circa il suo reale scopo, ovvero l’acquisizione di uno strumento per bilanciare il programma iraniano. Un’esigenza che Riad sente fortissima, anche tenuto conto del fatto che a inizio marzo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha dichiarato che, nel sito di Fordow, l’Iran stava lavorando a particelle di uranio arricchite all’83,7% di purezza: un livello molto vicino a quello necessario a produrre armi atomiche1.

A questo motivo di apprensione si aggiunge il rammarico per la prosecuzione delle limitazioni alla vendita di armamenti USA per l’esercito di Riad, motivati dal timore di innescare una pericolosa escalation militare in tutta l’area. La scelta dei sauditi non sembra, tuttavia, preannunciare una separazione dall’alleato statunitense. Appare invece come un messaggio inviato a Washington, una dichiarazione di libertà di pensiero e di voglia di recitare la propria parte, avendo “le mani libere” da pregiudizi o vincoli dettati da legami troppo stretti. Una politica dei due forni, allo scopo di poter utilizzare al meglio quello che più conviene al momento.

Gli altri attori

Rimane, infine, da comprendere quale sarà l’atteggiamento degli altri Stati della regione. Molti hanno accolto con soddisfazione il rilancio delle relazioni diplomatiche tra i due più grandi, e influenti, paesi del Golfo mentre altri, invece, continuano a percepire l’Iran come una minaccia ai propri interessi. Cambiare le loro sensazioni potrebbe verosimilmente richiedere del tempo. Vedremo cosa succederà alle prossime riunioni della Lega Araba. Se son rose (del deserto)….

Un altro importante aspetto dell’evento è la crescita del peso politico cinese nell’area, rilanciata da questo miracolo diplomatico che, al momento, ha permesso di superare una dura e pluriennale contrapposizione politica e religiosa. Un successo, consacrato dalla firma dell’accordo avvenuta a Pechino, che sembra dovuto in buona parte ai significativi investimenti infrastrutturali effettuati dalla Cina sia in Iran che in Arabia Saudita. Investimenti che hanno evidentemente permesso a Pechino di accrescere il proprio potere contrattuale anche a livello politico, consentendogli di penetrare nell’area, nonostante un’esperienza finora quasi esclusivamente limitata agli aspetti economici. A differenza degli USA, che nel Golfo hanno sempre ricoperto un ruolo prevalentemente politico e militare. Un punto diplomatico che ha consentito a Xi Jinping di acquisire credibilità e prestigio internazionale e di presentarsi anche in altri teatri di crisi nelle vesti di mediatore, come per la visita di questi giorni a Mosca, per la presentazione del suo piano per la cessazione della guerra scatenata dall’aggressione russa all’Ucraina. Tuttavia, anche le mosse cinesi sollevano numerosi forti dubbi. Basti ricordare Hong Kong e le garanzie promesse al momento del passaggio sotto Pechino.

Da parte statunitense è stato espresso un composto apprezzamento per un accordo che, tuttavia, non abbatte le forti riserve circa la politica di Teheran e il suo approccio alle relazioni internazionali. Washington ha anche preso atto che, con questo successo diplomatico, Pechino fa ormai parte degli attori protagonisti di quel particolare teatro, un ruolo che oltre che diplomatico ambisce a diventare anche militare, per effetto della collaborazione venticinquennale globale tra Iran e Cina siglata nel marzo 2021. Una presenza militare ben lontana dal livello degli statunitensi, ma ormai consolidata e sottolineata dalle esercitazioni navali condotte con gli iraniani nel settembre 2014, nel giugno 2017, nel dicembre 2019 e nel gennaio 2022 (leggi “Hong Kong, Pechino e il Mar Cinese Meridionale”).

Va, infine, ricordato Israele che riteneva di aver completato il proprio disegno politico collegato al “processo di Abramo”, in chiave anti-iraniana, con la partecipazione di Arabia Saudita, Oman, EAU e Bahrein. L’accordo appena firmato potrebbe mettere in crisi le intese faticosamente raggiunte. In attesa di comprendere le reali implicazioni strategiche dell’accordo e valutare i rischi correlati a un eventuale trasferimento “secondario” di tecnologia all’Iran, Israele ha sospeso i negoziati circa la vendita di un "sistema di difesa avanzato" a una nazione araba, un affare da un miliardo di dollari. A ciò si aggiungerebbe sia la preoccupazione per la vaghezza della …U.S. policy in the region… sia l’indecisione su come proseguire le relazioni con la Cina, mentore dell’accordo, dati gli importanti investimenti di Pechino nelle infrastrutture israeliane (porti, linee ferroviarie, ecc…).

In Israele, tuttavia, sembra permanere la convinzione che, nonostante i proclami, Iran e Arabia Saudita rimarranno avversari …on a religious, ideological and strategic level…2 e probabilmente non saranno in grado di raggiungere alcuna reale collaborazione.

Conclusioni

Non si conoscono i dettagli dell’accordo, né che cosa si sono effettivamente detti i tre paesi interessati durante la negoziazione. Anche se l’intesa raggiunta probabilmente non rappresenterà un game changer nella regione (come alcuni entusiastici osservatori auspicherebbero) avrà certamente un impatto rilevante, almeno nel breve termine.

La speranza è quella che la riapertura dei canali diplomatici porti a una riduzione delle tensioni e a una qualche stabilità complessiva in una regione estremamente delicata e importante, sia per gli equilibri economici che politici globali. Una stabilità che viene auspicata soprattutto da chi ha interessi nelle aree geopolitiche più vicine, come il Mediterraneo.

È tuttavia troppo presto per gioire o diffidare. Non sappiamo ancora quali saranno le reali implicazioni del nuovo corso storico, né tantomeno quanto durerà. Senza lasciarci ammaliare dai roboanti proclami, dovremo valutare solo le azioni concrete. Verba volant, acta manent.

1 Francesco Petronella, Riprendono le relazioni tra Iran e Arabia Saudita, Treccani online, 13 marzo 2023

2 Maj Gen (res) Amos Yadlin, L’equilibrio di potere in Medio oriente sta cambiando in peggio, Israeli Mako News website, 13 marzo 2023

Immagine: IRNA