"Il Signor Parolini" (settima parte): la storia di Sandro

(di Gregorio Vella)
05/10/20

Acciaroli Alessandro, classe 1922. Istriano di Pola, secondo e ultimogenito di famiglia benestante (padre, direttore dell’Ufficio Registro, madre preside di liceo, una sorella maggiore, suora benedettina).

L’entrata in guerra lo colse a diciott’anni, in piena preparazione degli esami per la maturità liceale. Gli esami quell’anno e in gran parte d’Italia furono revocati, causa guerra e tutti i maturandi conseguirono o meno il titolo, in base a frettolosi scrutini sul rendimento negli studi nell’anno scolastico.

Il padre di Sandro avrebbe potuto brigare tra le sue numerose conoscenze per evitare che il figliolo prima o poi dovesse andare a fare la guerra da soldato di leva, ma non si oppose alla decisione di Sandro di arruolarsi come volontario e probabilmente piangendo di nascosto, sia perché sapeva cos’era veramente la guerra, avendo combattuto in quella precedente come sottufficiale del genio e sia per il preciso presentimento che la Nazione si stesse avviando verso una immane tragedia.

Così Sandro fece domanda per diventare paracadutista, ispirato dalla naturale propensione giovanile per le cose ardimentose (ma, e aggiungo io con ragionevole certezza, avvalorata anche da Parolini, senza che tale scelta fosse stata influenzata da alcuna inclinazione ideologica) e pure perché era una assoluta novità.

La richiesta, superate le selezioni grazie anche ad una forma fisica eccellente, fu accolta e quindi venne incorporato nella costituenda scuola aereonautica di paracadutismo a Tarquinia (sarebbe diventata Divisione Folgore dell’Esercito quasi due anni dopo). Seguirono parecchi mesi di duro addestramento, in caserma prima e lanciandosi poi dagli SM-82, anche lungo la costa sotto Livorno, tra Quercianella e Calafuria e poi sulle più appartate scogliere salentine, imparando ad uscire dal mare in ogni condizione ed arrampicarsi come un ragno sugli scogli con addosso tutto l’equipaggiamento; sugli scogli che somigliavano parecchio a quelli delle coste maltesi.

Ma non ci sarebbe stato alcun lancio su Malta. Il battesimo del fuoco (ma senza fuoco, visto che non si incontrò alcuna resistenza) Sandro lo ebbe lanciandosi sulla piana di Argostoli a Cefalonia, “conquistata” nell’aprile del ’41. Poi la destinazione fu l’Africa settentrionale, ma via mare e senza più paracadute; a piedi come la fanteria e scortati dalla sciagurata convinzione degli stati maggiori che, dopo quattro mesi di successi militari, c’era solo da fare l’ultimo balzo di cento chilometri, dare l’ultima spallata e che presto si sarebbe arrivati ad Alessandria, poi al Cairo e finalmente a Suez.

L’ultimo balzo di cento chilometri verso oriente e verso il traguardo della vittoria; soprattutto per la drammatica e cronica scarsità di rifornimenti, si trasformò in breve in una ritirata verso occidente, di duemila chilometri fatti quasi tutti a piedi. Ma poi proprio così breve non fu, visto che un intero corpo d’armata alleato, con superiorità di 5 a 1, con l’assoluto dominio dell’aria, ben armato, ben nutrito, con carri armati veri, sigarette e liquori di ottima qualità e senza alcun problema di rifornimenti, che arrivavano tranquillamente da Suez in quantità clamorose, fu inchiodato quasi a mani nude da degli straccioni ostinati che, anche se privi di tutto, non ne volevano sapere di arrendersi. Erano i ragazzi della Pavia, della Littorio, della Bologna, della Brescia, dell’Ariete ed Eccetera (con la “E” maiuscola) e, ultimi a cedere a sud dello schieramento, sul limitare della infernale e impraticabile depressione di El Qattara, vendendo la pelle veramente a caro prezzo, quelli della Divisione Folgore, interamente distrutta in combattimento. Meno di trecento superstiti su circa seimila effettivi.

Su quello che accadde fra l’ottobre e il novembre del ‘42, lungo una cinquantina di chilometri a sud di una anonima stazioncina sulla costa egiziana chiamata El Alamein, è stato detto e scritto tantissimo e chi scrive non ha alcun titolo, né si può permettere di aggiungere nulla a questo racconto, se non il silenzio ed il più grande rispetto.

Uno di quegli straccioni ostinati era Sandro, acquattato in condizioni spaventose dentro una delle tante buche predisposte per ostacolare l’avanzare della valanga di ferro e di fuoco, a calcinarsi sotto il sole di giorno e congelarsi di notte, in mezzo al puzzo dei cadaveri in decomposizione ed ai gemiti dei moribondi, senza più munizioni, devastato dalla dissenteria, dalla sete e dalle mosche. Veniva fuori dalla buca saltellando per un piede ferito quando il carro si avvicinava, per farselo passare sopra e, supino tra i due cingoli piazzargli sulla pancia la mina magnetica (di preda bellica). Se era fortunato avrebbe potuto bere, invece della propria urina, l’acqua bollente del radiatore e calmare la fame, se avesse scovato qualche prelibata scatoletta di “corned beef”.

Catturato, con un “come with me, please”, ma senza aver alzato le mani e senza avere ceduto manco un metro, non fa quasi caso all’onore delle armi riconosciuto ai superstiti dai vincitori, distrutto com’è dal complesso di colpa di essere rimasto vivo e col pensiero dei tantissimi compagni ai quali si sente di appartenere e che si sono atrocemente sacrificati. Ragazzi di tutte le parti d’Italia, di tutte le estrazioni sociali e che in grande maggioranza avevano combattuto ed erano morti, non perché motivati da ideali più o meno alti ma, e più modestamente, perché volevano bene all’Italia e nella consapevolezza della irrinunciabile necessità che il proprio dovere andava comunque compiuto, collettivamente, facendo sempre del proprio meglio, per intero e con dignità; ragazzi che a migliaia, morti e insepolti, sarebbero rimasti per parecchi anni e chi per sempre, abbandonati senza croce, nel deserto egiziano.

Mancò la fortuna, non il valore. È vero. Ma, come diceva Parolini, mancò pure la benzina, le munizioni, gli armamenti adeguati, la roba da mangiare, l’acqua da bere e parecchie altre cose.

Con una spalla mezza rotta, un inizio di cancrena al piede ed un certo numero di medaglie, Sandro viene avviato in Iraq e internato in campo di prigionia, dove rimane tre anni senza alcuna notizia da casa, dandosi da fare come elettricista ed imparando a fare l’orologiaio. Si scriveva ogni tanto con la sorella, attraverso complicati canali ecclesiastici. Suor Matilde scriveva che stava bene e che era stata obbligata dalla superiora, assieme alle consorelle, ad abbandonare precipitosamente il convento di Capodistria per poi, utilizzando una specie di corridoio umanitario, giungere e trovare asilo in una badia, fortunatamente presidiata dai Reali (ancora per poco) Carabinieri, in un non precisato paese del casentino.

Non aveva alcuna notizia dei genitori né dei parenti e da quello che la sorella scriveva, Sandro capiva con angoscia che quasi certamente Pola non era più Italia e che le cose per gli italiani di Istria e Dalmazia, non si erano messe molto bene.

Viene rimpatriato alla fine del ‘45 a Bari, per Natale, in una nazione materialmente e moralmente sfasciata. C’è stato il 25 aprile ma non c’è nessuno a dare il bentornato. Paradossalmente gli unici “onori” giustamente ricevuti, da vinti, erano stati solo quelli tributati dai nemici, sul campo. Gli mancano grossi pezzi di informazione sulle vicende della nazione negli ultimi tre anni. Soprattutto non riesce a capacitarsi di come, due anni prima, improvvisamente i nemici sono diventati alleati (o, utilizzando un termine un po’ stravagante: cobelligeranti) e gli alleati sono diventati nemici e come e quanti improvvisati “oppositori al regime”, a regime finito, siano saltati fuori da tutte le parti e che adesso, con ostentata fierezza, affollano il carro dei vincitori. Con il passare dei giorni poi, gli si concretizza sempre di più la precisa sensazione di sentirsi fuori posto, percependosi in un ambiente ostile, di dare fastidio, come di ritrovarsi involontariamente e senza capire il perché “dalla parte sbagliata”, come se dovesse farsi perdonare qualcosa.

Tutti vogliono dimenticare ed i reduci, di Russia, d’Africa, dei Balcani, sono come un inopportuno oggetto di un passato troppo recente e ingombrante, e che non si sa bene dove mettere.

Alcuni vengono reinquadrati nel nuovo Esercito Italiano. Non ci sono né divise né armi e i nuovi alleati forniscono quelle inglesi e i fucili Enfield senza l’otturatore; qualcuno trova grottesco vestirsi da ex nemici con l’elmetto a scodella, ma il bisogno di un’identità qualsiasi e la fame hanno il potere di anestetizzare i migliori sentimenti e a volte anche la dignità, o ciò che di essa rimane.

Rimane poco più di una settimana a Bari. Qualche alto grado conosce il suo stato di servizio e sa anche di che tempra d’uomo si tratti e, nonostante sia rimasto leggermente zoppo gli viene proposta una più che dignitosa carriera militare nell’esercito del nuovo Stato, quasi certamente repubblicano.

Non prende in considerazione la proposta e la possibilità di rimettersi una divisa. Vuole prima tornare dov’è nato, a Pola, dove c’è casa sua, sapere della sorte di mamma e papà, dei parenti, dei tanti amici.

A piedi, con mezzi di fortuna, saltando sui cassoni dei camion o sui pochi treni che quasi a passo d’uomo risalgono lungo i tratti non bombardati della linea adriatica, oltrepassa il Gargano, arriva a Termoli, Pescara, Civitanova, Ancona; su, su fino a Ravenna e poi a Venezia, mangiando quello che capita e riposando dove e quando si può. Sa che non è sicuro passare per l’incerto confine di Trieste. Si ferma a Caorle e cerca di Mario, un caorlotto compagno d’arme dei tempi di Tarquinia con cui s’era poi perso di vista. Non lo trova ma trova suo padre che vive nella lacerante speranza che il figliolo prima o poi ritorni dalla Russia. Il padre di Mario lo ascolta, capisce e si mette subito a disposizione, prima sfamandolo per bene e presentandolo poi ad un padrone di peschereccio che, deviando dalla rotta di una battuta di pesca, di notte e rischiando grosso, a luci spente e col motore al minimo lo sbarca nella penisola istriana in una gelida notte di inizio gennaio, su una spiaggia fra Fasana e Rovigno, a qualche chilometri da Pola.

La perfetta conoscenza del territorio lo favorisce, sa come muoversi e sa come evitare incontri inopportuni. Riesce ad rintracciare Goran, un suo compagno di scuola croato con il quale ai tempi del liceo condivideva simpatie socialiste. Adesso è un pezzo grosso di una formazione partigiana iugoslava; ma nessuna ragione o nessuna ideologia può appannare un’amicizia autentica e le amicizie nate tra i banchi di scuola sono certamente tra le più longeve e inossidabili.

Goran lo aiuta, a rischio della propria pelle e gli trova un alloggio sicuro, da mangiare e abiti adatti. Fa poi sapere della presenza di Sandro ad un altro paio di ex compagni di classe, anch’essi felicissimi di riabbracciarlo e che gli stendono attorno una discreta ma efficiente rete di protezione.

Apprende che suo padre (sotto gli occhi di sua madre) e negli stessi giorni in circostanze analoghe, due suoi zii e due cugini, sono stati portati via quasi anno prima e di loro non si sa (e non si saprà) più nulla.

La madre non è più la preside del liceo; è stata “nominata” manovale-saldatore dalle attuali autorità e, anche se ultracinquantenne, si ammazza di fatica lavorando dodici ore al giorno allo “scoglio degli ulivi”, il cantiere navale dell’arsenale di Pola. Con altri italiani vive accasermata, in promiscuità e sotto stretta sorveglianza, con pochissimo cibo ed in condizioni igieniche orribili, proprio nella sua ex scuola, che aveva tanto amata. La loro bella casa e tutti i beni di famiglia sono o stanno per essere definitivamente confiscati.

Gli amici organizzano a Sandro, con tutta la prudenza possibile, un incontro con sua madre. Agnese. Ritrovandosi dopo cinque anni, fanno reciprocamente fatica a riconoscersi, restano abbracciati per un tempo indefinito, senza parlare, ognuno bagnandosi delle lacrime dell’altro. Rimangono insieme fino all’alba di quella notte, accarezzandosi e raccontandosi sottovoce tante cose, ma delicatamente e addolcendo o tacendo entrambi, sulle reciproche e più spaventose tragedie che tutti e due e diversamente avevano vissuto. Si lasciano con la solenne e mutua promessa di fare di tutto per andar via da Pola, andare in Italia. Goran promette a Sandro che farà il possibile per proteggere e aiutare sua madre, anche perché ha ancora un sincero e deferente rispetto per la sua ex preside, ma non può assicurare nulla.

Nel 1947 la madre di Sandro andrà profuga in Italia, con il piroscafo “Toscana”, carico fino all’inverosimile di esuli e di disperazione, nel corso del doloroso esodo giuliano-dalmata. Con lei c’è Ada, sua nipote tredicenne, rimasta orfana. A bordo, con Ada c’è anche il suo fidanzatino che, mano nella mano non la lascia mai sola un attimo; è un ragazzino dagli occhi buoni, timido e gentile, si chiama Sergio, di cognome fa Endrigo; negli anni 60 in Italia diventerà un cantante famoso. Comporrà “1947”, una canzone che racconta del suo distacco senza ritorno, da Pola, dalla sua stupenda città (“….sarebbe bello essere un albero, che sa dove è nato e sa dove morirà….”).

Dopo alcuni mesi, vissuti da rifugiati in un campo profughi a Brindisi, si stabiliranno dalle parti di Camaldoli, vicino al monastero di suor Matilde, sua figlia. Agnese, anche se in precarie condizioni di salute avrà una grande soddisfazione, potendo insegnare letteratura italiana in un ginnasio, per tre anni scolastici. Ada frequenterà quel ginnasio, poi l’Università a Bologna e diventerà una bravissima pediatra, si sposerà molto giovane (non con Sergio) ed avrà quattro figli.

La madre di Sandro morirà nel ‘52, soffocata dalla fibrosi polmonare contratta per tutti i fumi di saldatura che aveva respirato per anni e senza alcuna protezione all’arsenale di Pola. Si spegnerà quietamente tra le braccia di Ada e dei figli, pronunciando con l’ultimo fiato il nome del marito, mentre risuonano nell’aria le note di “vola colomba” cantate da Nilla Pizzi, in un primordiale festival di Sanremo, permeato dall’ottimismo di un’Italia che si sta rialzando. Ma non farà in tempo a seguire il volo di quella colomba e non farà in tempo a vedere Trieste ritornare italiana.

Dopo qualche giorno dall’incontro con la madre, tanto cercato, Sandro rientrerà in Italia passando per il confine di Trieste ancora in ebollizione, camuffato da partigiano titino, con documenti falsi e con la regia a distanza di Goran, parlando perfettamente in dialetto croato-polesano.

Negli anni a seguire Goran farà una brillante carriera negli alti gradi dell’amministrazione statale della federazione iugoslava, assumendo incarichi importanti. Con Sandro ogni tanto si scriveranno, utilizzando falsi nominativi di mittenti e destinatari di comodo e, in tempi recenti, qualche volta avranno la possibilità di riabbracciarsi, incontrandosi in vari posti. Ma mai più a Pola.

Sandro si ritrova da solo, senza radici, senza riferimenti, senza un posto dove stare e senza risorse in un’Italia in rovina, ancora percorsa, al nord, da una silente, spietata e asimmetrica guerra civile. Quasi per caso trova da lavorare alla Piaggio di Pontedera, come montatore; dove il genio dell’ingegnere Corradino D’Ascanio concepisce, progetta e costruisce un buffo trabiccolo su due ruote, mosso da un piccolo motore a due tempi, calettato direttamente sulla ruota posteriore. Si diceva che fosse il motore riciclato dagli avanzi di magazzino sopravvissuti ai bombardamenti e che doveva servire come motorino d’avviamento del P-108 (l’unico grande quadrimotore strategico, di costruzione Piaggio, utilizzato in guerra in pochissimi esemplari dalla Regia Aereonautica (mai perfezionato e che per i suoi numerosi problemi era soprannominato “debolezza volante”; in un volo di collaudo vi perderà la vita Bruno Mussolini).

Quel buffo trabiccolo sarà la Vespa, che insieme alla Lambretta motorizzerà l’Italia e diventerà uno dei suoi simboli del dopoguerra e del suo secondo Risorgimento. Solo nei primi dieci anni di produzione ne verranno costruiti oltre un milione di esemplari; sarà un successo mondiale, all’estero sarà sinonimo di Italia e diventerà molto più celebre di Garibaldi o di Michelangelo.

Ma Sandro è sradicato e in solitudine, ed è sempre in compagnia di un incoercibile pensiero che non lo abbandona mai e lo consuma, in qualsiasi momento del giorno e, soprattutto, della notte. Un pensiero denso e ineliminabile, che lo lega ancora stretto alle sabbie del deserto egiziano, ai suoi colori cangianti, agli odori unici e penetranti, ai fragori del combattimento ancora nitidi nelle sue orecchie, allo scorrere a centinaia, nella sua mente, delle immagini dei suoi compagni che gli sono morti accanto e che sono ancora lì, nel deserto.

La sua mente vacilla e rischia di ammalarsi seriamente, ma la Provvidenza, che non lo abbandona neanche stavolta, si presenta sotto le spoglie di una persona, il conte e barone, ingegnere Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo (uomo di illustre lignaggio, oltre che di nobilissimo animo), che aveva conosciuto al fronte, quando, con il grado di maggiore, comandava il battaglione “Guastatori d’Africa”, medaglia d’argento al valor militare.

Lo incontra a Viareggio nel ’49, grazie a un provvidenziale passaparola fra reduci. Sa che Caccia Dominioni è tornato in Africa, ha ripreso la sua professione di ingegnere nel suo studio al Cairo ed ha intrapreso, di sua iniziativa ed a sue spese, l’attività volta a recuperare le salme dei caduti italiani. Ne recupererà poi di ogni nazionalità e riceverà successivamente dal governo, un preliminare di incarico, per progettare il cimitero e sacrario militare italiano di El Alamein. Quello che poi sarà “Quota 33”.

Sandro si offre come collaboratore, quasi con veemenza, senza condizioni e senza compenso; Caccia Dominioni ci pensa un po’, percepisce la sua grande motivazione ed accetta, a patto però che le condizioni vengano comunque definite ed il compenso (che dipenderà dalle risorse e dalle disponibilità) corrisposto ed accettato. L’ingegnere ha sviluppato una naturale capacità che gli permette di valutare le persone senza prima averle ben frequentate. Raramente si sbaglia e comprende subito che Sandro è “materiale di prima scelta”.

Così Sandro si licenzia dalla Piaggio (la cui Direzione però, sperando in un suo ritorno, a sua insaputa lo colloca in aspettativa), passa da Camaldoli a salutare mamma e sorella e va a Napoli ad imbarcarsi.

La nave, un po’ malandata e sopravvissuta ai siluramenti, è la Marianna F., la destinazione è Bengasi, Libia. Imbarcano parecchio materiale, tra cui una camionetta dalle ruote enormi, una “sahariana” AS-42 Fiat-Viberti, anch’essa sopravvissuta al conflitto e che in guerra si era dimostrata, in assoluto e fra entrambi i fronti, il miglior mezzo della sua categoria. L’ingegnere ha fatto saldare sul sottoscocca un lamierato d’acciaio da 5 millimetri di spessore e a Bengasi aggiungeranno anche dei sacchetti di sabbia sul fondo. È per via degli innumerevoli campi minati, piazzati da entrambi i belligeranti ed ancora esistenti e perfettamente attivi. Da una stima, imprecisa per difetto, la loro presenza si approssima a oltre tre milioni di pezzi di varie tipologie e nazionalità; le aree bonificate sono poche, non del tutto sicure e dei campi minati non ci sono mappe attendibili.

Come per un paradosso del destino, Sandro ritrova una nuova e inattesa serenità, ritornando proprio nei posti dove le più indicibili sofferenze lo avevano profondamente segnato, nel corpo e nello spirito. Riconosce perfettamente i luoghi, ancora costellati da centinaia di relitti ferrosi che il vento ed il deserto hanno pazientemente sabbiato. È come se non fosse mai andato via da lì e ascolta finalmente il silenzio, con un senso di pace e di intimo appagamento, nell’adoperarsi, con passione e con tutto se stesso, per recuperare i resti e dare dignitosa sepoltura ai suoi compagni, come se ciò rappresentasse una doverosa e ineludibile conclusione di un ciclo della sua vita.

Sandro diventa così un esperto cercatore d’ossa, in un gruppo ben affiatato, coordinato dall’ingegnere e formato da altri volontari e da salariati locale (qualcuno purtroppo ci lascerà la pelle e qualcun altro le gambe, saltando sulle mine). L’attività, a cui Sandro partecipa per tre anni, anche se a fasi alterne ne durerà oltre dieci e culminerà nella costruzione del Sacrario di “Quota 33”.

Verranno recuperati i resti di oltre cinquemila militari italiani, moltissimi dei quali resteranno ignoti e quasi altrettanti di diverse nazionalità, che erano stati inumati in centinaia di piccoli e improvvisati cimiteri, in fosse singole o comuni, disseminate lungo il percorso di ciò che era stato il fronte. Sandro diventa uno specialista nel riconoscere, da lievi irregolarità del terreno differenti dalle dune naturali, la presenza di improvvisate sepolture. Sfortunatamente molte di quelle inumazioni sono già state razziate da saccheggiatori locali, che oltre a svellere e distruggere le croci, hanno depredato scarponi, indumenti, piastrine di riconoscimento e qualche effetto personale. Ma il deserto restituisce ancora tanto. Oltre ai resti umani ci sono innumerevoli frammenti di vite e di umanità, Oggetti che a quei resti sono appartenuti. Sono pezzi di penne stilografiche, piccoli diari dalla copertina nera e il bordo rosso scritti con calligrafia minuscola, lettere da casa, libriccini di preghiere e soprattutto fotografie. Sembra incredibile come il deserto, che ha disfatto i corpi, non abbia corrotto completamente le foto. Sono foto di ragazze con dediche ormai illeggibili, foto di gruppo di amici o di famiglia, di bambini. Istantanee di affetti e di ordinaria allegria che la morte e il tempo hanno cristallizzato nella sabbia.

Sandro è li che si sente finalmente a casa. Si stabilisce a Derna dove è bene accolto; entra a far parte di una variegata comunità di italiani che da generazioni, vivono e lavorano sodo, in completa armonia con la popolazione locale. In una festicciola conosce Ornella, una brava e bella ragazza, maestra elementare e figlia di agricoltori benestanti, proprietari di fattorie.

Si innamorano, si sposano ed avranno due figli, Agnese ed Arturo. Aiutato dal suocero e mettendo a frutto le competenze elettriche imparate in prigionia, Sandro mette su un’impresa di impianti elettrici che fin dall’inizio va molto bene e continuerà a crescere e dare lavoro a parecchie famiglie per molti anni.

Sembra che finalmente la vita gli stia rendendo, con gli interessi, tutto ciò che fino a trent’anni gli aveva negato. Adesso ha una moglie meravigliosa, due figli splendidi che vanno in ottime scuole, nessun problema economico, vivono in una confortevole villetta di proprietà, vicino al mare e in un ottimo contesto sociale, godono di buona salute e il futuro sembra sereno.

Ma non è proprio così. Arriva il 1970 e cose in Libia cambiano di colpo. Gli italiani vengono privati di tutti i loro beni e cacciati. Lui viene obbligato a rimanere tre mesi per finire i cablaggi di una centrale elettrica in allestimento. Ma la situazione degenera di giorno in giorno; in giro si spara e si scatenano violenze tribali; ci sono morti per le strade.

Agli inizi del ‘71, vanno in Italia da profughi. Sandro, come fosse preda del destino, lo è per la seconda volta. Tutto quello che posseggono sono solo i vestiti che hanno indosso e le poche cose che sono riusciti a mettere in tre valigie.

Ma la vita continua. Fortunatamente Sandro potrà usufruire dei benefici previsti dalle leggi emanate per i profughi dalla Libia e gli verrà concesso un posto di lavoro statale, nello Stabilimento da cui si congederà con la piccola festa di pensionamento descritta nella puntata precedente e da cui questo racconto, che qui si conclude, ha preso le mosse.

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