Quando le donne soldato erano una novità

(di Luigi Chiavarelli)
16/11/20

   

Luogo: Livorno, mitica caserma “Vannucci”

Unità: 187° reggimento paracadutisti, all’epoca formato da militari di leva

Anno: 1995

Contesto: una compagnia di fucilieri spagnoli in addestramento in Italia. Le nostre Forze Armate in quel tempo nemmeno pensavano di introdurre donne nei loro ranghi...

Abbiamo quattro donne nella compagnia”

Il capitano spagnolo pronunciò con noncuranza la frase ma il sottufficiale magazziniere ebbe come una scossa elettrica. “Porca pu…na - pensò - aspettavamo una compagnia di fucilieri spagnoli e nessuno ci ha avvertito che c’erano delle donne. Mi sa che qui rimediamo una figura del cavolo”.

La mente del sergente maggiore frullò rapida a giro d’orizzonte e trovò la soluzione. Sorrise a ottanta denti, con la faccia di tolla: “Non c’è problema, eravamo preparati, ci sono quattro letti nell’infermeria con toilette a loro disposizione”. “No, no senor! – replicò il capitano – sono soldati come gli altri, soldati di fanteria, dormiranno in camerata con i loro companeros”.

Il sergente maggiore impallidì mentre come lampi passavano nella sua mente fugaci immagini di donne discinte e di orge notturne tra le brande. Si riscosse e siccome era un uomo pratico pensò: Contenti loro ! Ma questa la debbo raccontare”.

La notizia si diffuse in un lampo per tutto il reggimento che ebbe così il primo impatto con una realtà per noi, all’epoca, totalmente sconosciuta: le donne soldato. Impatto scioccante perché le giovani fanciulle, piccole e graziose, si dimostrarono completamente refrattarie ad ogni “avance” rivelandosi soldati “tosti” e bene addestrati.

Con il passare dei giorni, trascorsi in duri addestramenti congiunti, alla ironica, pruriginosa curiosità iniziale subentrò nei nostri stima ed ammirazione.

Sì, è vero, per aiutarle a superare l’alto muro del caseggiato quella spinta dal basso di sei mani era forse eccessiva e, forse, nelle prove di combattimento corpo a corpo ci furono un po’ troppi volontari ma sostanzialmente le cose andarono bene e i giovani italiani perennemente “allupati” si comportarono ottimamente. Fermo restando che uno dei passatempi preferiti era elucubrare su come diavolo facessero i colleghi spagnoli a mantenersi (almeno apparentemente) casti e puri con quegli effluvi di “carne fresca e profumata” che si propagavano dalla branda del vicino o meglio, della vicina.

Le giovani guerriere apparivano perfettamente a loro agio con il mascheramento regolamentare sui volti delicati, le tute mimetiche spesso sporche di fango, i pesanti zaini e i grossi fucili. Una, addirittura, era capo-arma e trasportava un fucile mitragliatore. Un nostro atletico caporale che si era offerto galantemente e non proprio disinteressatamente, di alleggerirla del non lieve peso, si era beccato un’occhiataccia di fuoco e una secca frase in spagnolo di cui non capì il significato letterale ma afferrò perfettamente il senso.

Ci furono anche momenti imbarazzanti. Un pomeriggio, il comandante del reggimento, rientrando all’accampamento, vide un folto gruppo di giovani paracadutisti a torso nudo e in pantaloncini corti, asciugamani sulle spalle, in atteggiamento di paziente attesa fuori della tenda docce.

“Che succede ragazzi, non c’è acqua?” - chiese il comandante.

Sguardi imbarazzati si incrociarono. “No signor colonnello, è che c’è dentro una di quelle”.

“Ah capisco, bravi, fate i gentiluomini e non volete metterla in imbarazzo”.

“Non è proprio così comandante. Lei ci ha detto di entrare, che per lei non fa differenza. Siamo noi che siamo in imbarazzo!”.

Il colonnello ne aveva viste tante ma questa proprio gli mancava. “Che tempi - pensò - fosse capitata a me, vent’anni fa, una fortuna simile!” - ma non era così sincero con se stesso come avrebbe voluto.

Ma anche l’orgoglio nazionale, la proverbiale italica mascolinità ebbe il suo momento di gloria.

L’ultimo giorno, quello della partenza, dopo gli attenti, i discorsi, i saluti, le strette di mano, lo scambio dei crest, ci furono alcuni minuti di saluti informali.

La biondina si avvicinò con gli occhi bassi al radiofonista di Catania, play-boy del reggimento, che aveva dato fondo invano a tutte le risorse del suo fascino per espugnarne il cuore.

Alzandosi sulla punta degli scarponi, la graziosa soldatessa schioccò un non breve bacio sulla bocca attonita del siculo guerriero mentre una timida lacrimuccia le solcava il viso delicato.

Il campione nostrano rimase a bocca aperta, immobile come una statua e si riscosse solo al boato della compagnia italiana che sottolineava così, rumorosamente, il trionfo dei colori nazionali.

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