"Il Signor Parolini" (ottava parte)

(di Gregorio Vella)
02/01/21

C’era un freddo cane e pioveva pure, in quella gelida mattinata di inizio febbraio. Mi trovavo da solo all’interno del locale “preparazione campioni”, dipendenza isolata ed esterna del laboratorio chimico, situato appena fuori la recinzione della prima zona dello Stabilimento. Era un piccolo locale adibito alla macinatura, preparazione e conservazione delle campionature di esplosivo di lancio da sottoporre in laboratorio ai prescritti saggi di stabilità chimica. Le campionature ci arrivavano dall’Officina Artificieri, dove le cartucce e le cariche di lancio, retrocesse dalle navi e dai depositi venivano sconfezionate per i controlli a scadenza prestabilita. Il locale pur non contenendo che quantità irrisorie di esplosivo, per regola aveva le stesse caratteristiche di quelli che di esplosivo ne immagazzinavano a tonnellate. Era un piccolo casotto color ocra, trincerato su tutto il perimetro, aveva la sua bella gabbia di Faraday per la protezione dai fulmini, l’impianto antincendio e l’impianto elettrico di sicurezza in costruzione “antideflagrante”. Mancava (purtroppo) del riscaldamento che in quel momento avrei desiderato “ardentemente” che ci fosse, mentre tremavo dal freddo e battevo i piedi intirizziti aspettando, da quasi mezzora sull’orario convenuto, che un incaricato dell’Officina portasse i nuovi campioni da preparare.

Avevo sempre trovato singolare il fatto che in quella zona della bassa Lunigiana, pur trovandosi a meno di venti chilometri dal mare del litorale spezzino e ad una ad una quota di neanche 70 metri sul livello del mare, in inverno facesse così tanto freddo. In effetti la morfologia e configurazione oro-idrografica erano e sono tali da determinare caratteristiche climatiche molto particolari. Me le aveva spiegate Avio Conticini. Avio era un valente e molto simpatico geologo che, laureato a pieni voti, ad una incerta libera professione e data la penuria di concorsi per geologi, aveva preferito la malinconica stabilità del posto fisso, come impiegato d’ordine addetto presso il Magazzino Generale dello Stabilimento. Il suo nome, alquanto esclusivo, gli era stato imposto dal padre, grande appassionato dell’Arma azzurra nonché di indole alquanto dannunziana. Avio mi aveva spiegato che ci trovavamo ai bordi di un ex lago pliocenico e che tale territorio ha la particolarità di ospitare la confluenza naturale di cinque corsi d’acqua: il Magra che riceve il Vara più a valle, l’Aulella, il Taverone, il Bagnone ed il piccolo Dorbola; i quali per percorsi più o meno brevi, discendendo dall’Appennino ligure-tosco-emiliano, incanalano nei loro alvei l’aria fredda delle alte quote, spinta ed arricchita dalle grandi masse di aria umida, che premono dai contrafforti montuosi del versante padano-parmense. In particolare, il sistema idrografico Bagnone-Taverone-Aulella, dalla gente del posto viene soprannominato e conosciuto come il “canale della freddana” per le basse temperature che si raggiungono in inverno, da cui il detto popolare locale: “chi gh’ st’à Surrogati a ga i pe semp ghiaciati“ (chi abita ai Surrogati ha i piedi sempre ghiacciati. “Surrogati” è il nome del quartiere periferico del paese, dove sorge lo Stabilimento e che durante la guerra ospitava una fabbrica di succedanei di caffè, cacao ed altri generi autarchici, ovvero finti).

A proposito di nomi bizzarri, Avio sosteneva anche che, tutto sommato, il suo nome oltre a piacergli non era poi così stravagante. È vero, aveva avuto qualche problema a scuola con i compagni, ma solo all’inizio e forse qualche problema in più all’oratorio, perché non c’era nessun santo sul calendario che si chiamasse Avio e il prete gli diceva che si doveva impegnare per diventarlo lui santo, per cui non poteva permettersi la benché minima birichinata.

Avvalorò il discorso portando un valido esempio, quello di Alberto Beneduce.

Beneduce fu grande tecnocrate ed economista italiano degli anni trenta, deputato socialista radicale, che fu ministro del lavoro, docente universitario di statistica, massone dichiarato e che, da membro del governo realizzò un raro e ineguagliato equilibrio virtuoso ed in chiave anticapitalista, tra potere industriale, potere bancario e partecipazione dello Stato alle imprese. Fu il fondatore e primo presidente dell’IRI, con cui mise al sicuro l’Italia dalla grande crisi del ’29 e, pur essendo tutt’altro che fascista era ascoltatissimo e molto stimato da Mussolini. Ebbene, Beneduce ebbe cinque figli e non ne battezzò nessuno, alla prima figlia impose il nome di Idea Nuova Socialista (che divenne l’amatissima moglie di Enrico Cuccia), la seconda la chiamò Vittoria Proletaria e la terza Italia Liberata. Gli ultimi due figlioli, avendo forse un po’ esaurito l’afflato ideologico, vennero chiamati più semplicemente Ernesto ed Anna.

Fui completamente d’accordo con Avio sul fatto che tutte e tre le ragazze, a scuola, avevano sicuramente avuto problemi maggiori dei suoi.

Intanto era arrivato l’incaricato con i campioni, era Parolini.

- Buongiorno Gregorio. Mi scusi per il ritardo, ho avuto qualche contrattempo perché i modelli di uscita del materiale non erano pronti e Pizzigoni doveva prima finire di mangiarsi il panino. Dopo il panino c’è il caffè e poi c’è anche il fatto che oggi è lunedì e che ieri il Milan ha perso in casa e, sa com’è, Pizzigoni è milanista, oggi era molto nervoso e le discussioni si accaloravano e andavano per le lunghe. Ho portato le campionature, sono ventuno. Ma lei che ci fa qui, non mi aspettavo di trovarla, questo locale è il regno di Binotti, ma dove sta? Ha mica marcato visita?

- Proprio così. Buongiorno Parolini, neanche io mi aspettavo che venisse lei, ma la sorpresa è gradita. Binotti si è dato malato perché oggi gli doveva partorire la vacca, la Musetta, che è alla seconda gravidanza; era preoccupato perché con la prima maternità aveva avuto grossi problemi per via del bacino stretto. Per fare nascere il vitellino, m’ha detto Binotti che l’aveva dovuta assistere parecchio, infilandole dentro il braccio fino all’ascella, per girare e incanalare correttamente il nascituro. Speriamo bene.

- Vedrà che andrà tutto bene. La Musetta la conosco è una bella bestia. Le vacche sono fatte così, più sono le volte che sgravano e più le cose diventano facili per loro. Ma poi c’è che Binotti si affeziona troppo ai suoi animali. Pensi che due volte l’anno viene un macellaio di Borgotaro a prendersi i vitelli che Binotti ha ingrassato, sono di razza garfagnina, specie non comune e dalle caratteristiche eccellenti. Viene con i soldi in mano e glieli pagherebbe qualsiasi prezzo, ma sapesse poi i pianti che Binotti si fa tutte le volte, quando deve separarsi dai suoi vitelli, sapendo che sono spediti al macello. Saranno lacrime di coccodrillo ma lui è fatto così e poi è un piccolo allevatore, non ne può tenere tanti e deve fare in questo modo per forza. Però penso che forse siamo noi ad essere sbagliati. Si perché abbiamo un atteggiamento diverso nei confronti degli animali, se sono animali che danno guadagno e che vediamo solo come fonte di carne, latte o uova. Ci affezioniamo di più ad un cane, un gatto, un cavallo, li consideriamo intelligenti e sensibili, qualità che raramente riconosciamo ai vitelli, alle galline o ai maiali. I maiali poi li ho osservati parecchio; i più li vedono solo come sporchi, voraci e insaziabili, ma secondo me sono più intelligenti e molto più sensibili dei cani e se gli dai un po’ di attenzione si affezionano tantissimo. E pensare che è la razza più infelice. Povere bestie, le auguro di non vedere mai un allevamento intensivo di suini; l’inferno di Dante al confronto è un villaggio turistico.

Comunque, visto che è da solo e che sta piovendo, non mi va di tornare in officina, tanto più che stamattina c’è la conferenza sulla sicurezza, l’avrò sentita mille volte; se vuole rimango a farle compagnia e a darle una mano a macinare e preparare i campioni che ho portato, sono ventuno, così si sbriga prima.

- Grazie Parolini, sia per la sua dissertazione sugli animali che condivido appieno, sia per l’offerta di collaborazione, che accetto volentieri. In un paio d’ore dovremmo farcela, finiremo che sarà ora di pranzo e abbiamo il vantaggio che, anche se piove, da qui la mensa è a neanche cento metri, e poi oggi c’è il pollo al forno che buono come lo fanno qui non lo fa neanche la mia mamma, ma a lei non l’ho mica detto. Essendo i sostituti di Binotti poi, come minimo ci dovrà portare una caciottina fatta col latte della Musetta.

Accidenti Parolini che freddo che fa, anche se il termometro non marca niente di esagerato è come se fossi in balìa di un freddo cattivo, me lo sento proprio addosso anche se sono imbacuccato per bene, mi da una sensazione infelice, come se il mondo non mi volesse bene. Sarebbe meglio che nevicasse. Dalle mie parti, anche lì quando c’è freddo c’è freddo, ma abbiamo l’Etna, la nostra grande regolatrice. Con i suoi quattromila metri ci fa sia da scambiatore di calore che da condensatore e così quando d’inverno arriva il maestrale, il freddo è bello secco, quasi gradevole, fa maturare i mandarini e fa sbocciare i fiori di mandorlo a febbraio. Colgo l’occasione per ribadirle di ritenersi convocato in Sicilia, lei e la signora, penso che non ci sia ancora stato, ma venite d’estate così andiamo al mare. Vi ospito a casa mia, che è sul lungomare di Catania, si vedono i faraglioni di Acitrezza. Come mare la farò scegliere tra la spettacolare scogliera lavica, che dopo il porto si interrompe di colpo per dare inizio ad un lunghissimo litorale di sabbia finissima. La Playa.

- Grazie Gregorio. Mi piacerebbe; chissà se potremo una volta o l’altra, magari quando sarò pensionato, ormai manca poco. Cosa vuole, la campagna è tiranna e bisogna starci dietro. Praticamente c’è un po’ meno da fare solo d’inverno. Comunque si sbaglia, in Sicilia ci sono stato e ci sono rimasto quasi due mesi e proprio dalle sue parti; ne conservo un ricordo bellissimo e penso ancora al groppo in gola quando, finito il lavoro che mi mandarono a fare, dovetti ripartire per ritornare alla base.

- Accipicchia Parolini! Ma lei è sempre una miniera di sorprese! È stato in Sicilia e per due mesi per giunta, e non mi dice niente. Ma dove, a fare che? Se non mi dice tutto subito, chiudo il locale a chiave e la chiave la ingoio, così la costringo a parlare, e se necessario sotto tortura.

- Non ce n’é bisogno, e poi guardi che la chiave è bella grossa e anche se riesce ad ingoiarla avrebbe qualche difficoltà a rientrarne in possesso per via….naturale.

In Sicilia ci sono stato nel 47, era febbraio come adesso, ad Augusta, fra Catania e Siracusa.

- Ma certo, Augusta, dovevo immaginarlo, c’è l’arsenale della Marina. Mi ci hanno portato tanti anni fa in una gita scolastica di terza media. Ci fecero visitare l’Officina siluri e una nave, si chiamava “Aldèbaran” ed era un ex caccia americano, da qualche parte dovrei avere ancora il cappellino blu col nome, che ci regalarono a bordo. Quella volta mi colpì molto anche vedere per la prima volta un sommergibile dal vivo, mi pare si chiamasse “Vortice”, era di costruzione italiana, ormai vecchio e malandato e prossimo al disarmo; mi dissero che era sopravvissuto prima alla guerra e poi, con una furbata, alla demolizione imposta dai vincitori. Il battello era Taranto e di giorno lo camuffavano da pontone caricabatterie mentre di notte usciva di nascosto in immersione per fare attività addestrativa.

Augusta è un bellissimo posto, dove ci si deve andare apposta perché non si trova su una strada di transito e si deve prendere una provinciale che porta solo li. C’erano una natura, un mare e un litorale straordinari prima che ci costruissero le industrie. Se i calcidesi, sette secoli prima di Cristo, lo scelsero fra i primi insediamenti della Magna Grecia un motivo ci sarà stato. Negli anni cinquanta e sessanta ci hanno costruito il più grosso polo petrolchimico d’Europa e se lei c’è stato nel ‘47 quando non c’era nulla, le lascio immaginare cosa hanno provocato chilometri e chilometri di impianti e trent’anni di inquinamento del territorio, del mare e dell’aria. Peccato.

Ma ora mi dica di lei e della sua esperienza siciliana, e intanto maciniamo. Facciamo un campione per uno, la macina è pronta, l’ho pulita prima. Inizio io.

- Eh si Gregorio, è stata proprio una bella avventura, gliela racconto volentieri ma credo sia necessario fare prima un piccolo preambolo del passato, e per farlo dobbiamo riaprire una pagina infelice della nostra storia e della storia della nostra Marina in particolare; mi riferisco all’8 settembre del ’43, una pagina che come la si guardi verrebbe solo voglia di chiuderla e dimenticarla, ma non si può mica; sulla mia generazione e comunque la si pensi, pesa come un macigno, come una specie di maledizione che la generazione successiva ha avuto inconsapevolmente in eredità e, per come la penso io, se oggi e a distanza di tanti anni non siamo molto considerati all’estero, un po’ è anche per via di quei fatti lì, che, ma sempre secondo me, come popolo ci hanno anche allontanato dalla realizzazione di una nostra, vera, unica e condivisa identità nazionale, che purtroppo ancora non abbiamo mica raggiunto, checché se ne dica e che cerchiamo faticosamente di costruirci, dai tempi di Cavour. Tiriamo fuori l’orgoglio e sventoliamo la bandiera solo quando gioca la nazionale e poi ha mai notato che siamo l’unico popolo che parla spesso male di se stesso, che raccontiamo e ridiamo per barzellette nelle quali “l’italiano” fa sempre la parte del furbo o dell’infido o del perdente. È normale che un americano o, peggio ancora, un francese un atteggiamento così non se lo sognerebbe nemmeno.

- Già Parolini, credo di capire a cosa si riferisce. Quei giorni li ha vissuti anche mio padre e qualche volta me ne ha parlato. Ma non ne parla mai volentieri, per chi c’è passato persiste una generale voglia di rimuovere questi ricordi dalla memoria, sia propria che collettiva.

Papà era finanziere sciatore ed è stato fortunato perché il periodo della guerra l’ha trascorso facendo servizio in Valtellina, ai confini con la Svizzera. Ogni tanto gli capitava di fare a schioppettate con i contrabbandieri, ma senza che nessuno mirasse troppo bene, li chiamavano spalloni, che però si potevano arrestare solo se in flagranza, ovvero se li beccavano con la roba addosso; che poi non era mica droga o armi, ma cioccolata, orologi, sigarette. Gli stessi spalloni con cui aveva fatto a schioppettate la mattina, poi, fuori servizio, li incontrava la sera all’osteria e, pur mantenendo sempre le distanze, c’era una regola tacita e quasi cavalleresca; se quel giorno erano stati respinti pagavano da bere i finanzieri, se invece ma più raramente, erano riusciti a passare e qualcosa quindi avevano guadagnato, offrivano gli spalloni.

Mi raccontava che quando venne l’8 settembre si ritrovò improvvisamente senza superiori e senza ordini e disposizioni, con i tedeschi e le brigate nere che stavano risalendo e rastrellavano; ritornare a casa in Sicilia non se ne parlava proprio e non gli restò altro da fare che percorrere cento metri e ritrovarsi in Svizzera, dove rimase da rifugiato fino al ’45, lavorando nella birreria di monsieur Peroni. Pensi che quando rientrò e fu reintegrato nei ruoli della Guardia di Finanza, si ritrovò una condanna comminata in contumacia e già amnistiata, e non per abbandono del posto di servizio, ma per peculato ai danni dello Stato. Ciò per il semplice fatto che si era rifugiato in Svizzera vestito, per cui la divisa, come anche le scarpe, le calze, la maglia di lana e le mutande, che erano beni di proprietà dello Stato, risultava come se li avesse rubati e quindi sottratti al carico patrimoniale dell’inventario e portati all’estero. Certo, se fosse espatriato nudo avrebbe mantenuto pulita la fedina penale, ma forse gli svizzeri l’avrebbero arrestato per atti osceni.

- Certo Gregorio, sembra buffo ma è così, le regole della burocrazia sono sempre state granitiche. E poi la guerra, si sa, è sempre una sciagura a prescindere, ma quella guerra li era pure sbagliata oltre che scorretta se, come è vero, quell’incosciente nel ’40 senza averne i mezzi dichiarò la guerra a mezzo mondo, solo perché era convinto che stesse per finire e aveva bisogno di un paio di migliaia di caduti per potersi sedere con i vincitori al tavolo della pace. Invece durò cinque anni e i morti non furono duemila ma duecentomila e più di trentamila civili ammazzati dai bombardamenti e fare l’armistizio senza dire niente all’alleato non è che è stata una cosa tanto normale e i tedeschi, ovviamente, non l’hanno presa bene. Col Re, poi, che se la squaglia col suo seguito e migliaia di nostri ragazzi in armi, da un giorno all’altro abbandonati a loro stessi e ancora fianco a fianco all’alleato del giorno prima, che il giorno dopo era diventato il nemico. Credo che sappia quello che accadde a quei poveri ragazzi della Divisione Acqui a Cefalonia. E tanto più che come voltafaccia eravamo pure recidivi, se non ricordo male prima dell’entrata in guerra, nella prima guerra mondiale, saltammo dalla triplice alleanza alla triplice intesa, o viceversa, non ricordo.

Fu dunque il 9 settembre, il giorno dopo, che adempiendo alle clausole dell’armistizio firmato a Cassibile, (di cui alcune condizioni, pare, siano ancora segrete) che poi fu semplicemente una totale resa senza condizioni, la flotta fra ordini contraddittori si mosse da Spezia, da Taranto e da Pola per andarsi a consegnare agli inglesi a Malta, ma non è che andò tutto liscio, tutt’altro! Ci furono tentativi di fuga delle navi (ma per andare dove?) che i tedeschi com’era logico volevano requisire, autoaffondamenti, sabotaggi, affondamenti per le bombe inglesi e americane, ammutinamenti e qualche suicidio. Un aereo tedesco decollato da Marsiglia, usando delle bombe radiocomandate, un’assoluta novità, colò a picco la corazzata Roma che esplose al largo dell’Asinara. Morirono in millequattrocento, ammiraglio Bergamini compreso.

Come ha notato le racconto quello che so e dico quello che penso, ma non mi va di usare la parola “onore”, non mi sembra il caso; parlerei piuttosto di dignità e a volte penso, quando nelle nostre ricorrenze viene recitata la “preghiera del marinaio”, che ogni tanto sarebbe giusto leggere ad alta voce, anche la lettera che il Comandante Fecia di Cossato, asso dei sommergibilisti pluridecorato, scrisse a sua madre, con dignità, prima di tirarsi un colpo in testa. Il 27 agosto del ’44, a Napoli. A 36 anni.

Cosa vuole, i francesi, da vinti, si autoaffondarono a Tolone nel ’42, come anche i tedeschi a Scapa Flow, dove gli inglesi gli avevano internato la flotta, in Scozia nel ’18. La storia insegna che in questi casi o si perdono le navi o si perde la dignità e qualcuno potrebbe anche dire che noi siamo stati così bravi da perdere tutte e due le cose.

Squillò il telefono. Era la dottoressa dal laboratorio.

- Parolini mannaggia, purtroppo dobbiamo interrompere. Debbo rientrare in Laboratorio. C’è da fare urgentemente dei punti di fusione a un paio di lotti di esplosivo in collaudo e che hanno portato adesso. Dovrebbe essere del T4. Ormai quelli dell’Oto Melara hanno preso l’abitudine di non avvisare neanche un giorno prima, così almeno uno si organizza. Guardi che il racconto delle sue avventure siciliane va comunque e assolutamente continuato e concluso. Adesso però dobbiamo uscire che devo chiudere. Meno male che ha smesso di piovere. Va bene, ci vediamo in mensa alla mezza in punto. A dopo.

- A dopo.

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