Guardia Costiera libica sotto il controllo di Ankara

(di Giuseppe De Giorgi)
26/10/20

Con un tweet, il ministro della Difesa turco ha reso noto che le forze amate di Ankara hanno avviato le operazioni di addestramento della Guardia Costiera libica che fa capo al Governo di accordo nazionale (Gna), ossia l’unico governo libico riconosciuto internazionalmente, con sede a Tripoli. Le operazioni rientrino a pieno nel novero di "attività di supporto, consultazione e addestramento militare e di sicurezza incluse nell’accordo raggiunto nel novembre del 2019 tra il gna tripolino e Ankara"1, non può sfuggire come questo avvenimento sia un ulteriore affondo turco a nostre spese e l’ennesimo spregio all’Italia.

Nelle foto allegate al tweet, infatti, sono presenti le navi che proprio l’Italia nel 2018 aveva donato alla Libia in seguito all’accordo siglato con il “primo” Memorandum che avrebbe previsto da parte nostra la presa in carico della collaborazione con la Guardia Costiera libica, non solo per tenere a bada il fenomeno migratorio in generale, ma soprattutto per dare un freno al vergognoso traffico di esseri umani. In particolare, si può vedere la motovedetta Ubari 660, gemella della Fezzan 658, entrambe della classe Corrubia.

Oltre al danno, anche la beffa di veder usare le nostre navi per un addestramento che condurrà un altro Stato, la Turchia. Mentre Erdogan riporta la Tripolitania nella sfera d’influenza “ottomana” si conferma l’assenteismo italiano conseguenza di una leadership spaesata, impotente, priva di autorevolezza, inadeguata.

L’iniziativa turca avrà certamente un impatto significativo sulla situazione nel canale di Sicilia, sull’ulteriore espansione delle acque su cui la Libia reclama la propria giurisdizione esclusiva, con i risvolti connessi con lo sfruttamento degli idrocarburi e delle risorse ittiche, in un mare sempre più fuori controllo. È inoltre evidente come la guardia costiera libica in mano ad Erdogan costituiva l’anello mancante per poter gestire a piacimento l’emigrazione clandestina e il traffico di esseri umani verso l’Italia, perfetta per condizionare le scelte del Governo di Roma vista la sensibilità politica del tema per la classe dirigente italiana, poiché l’intervento del presidente turco influirà pesantemente sui flussi di migranti e sul loro controllo. Sarà insomma Erdogan il reggitore dei destini dei barconi, cosa che lentamente ma costantemente sta già mettendo in atto da mesi affiancando con la sua marina militare la guardia costiera locale.

Se prima il ruolo turco era più che altro “operativo”, adesso è anche “educativo”, ovvero i militari di Ankara si faranno carico anche dell’istruzione degli equipaggi libici.

Ciò che era nostra prerogativa ci è stato tolto di mano con una facilità disarmante. Il nostro ruolo strategico sgretolato. Il valore del Decreto Missioni approvato soltanto nel giugno scorso (nel quale era previsto il potenziamento della nostra spedizione con l’invio di uomini e mezzi aggiuntivi oltre che l’allestimento di un cantiere per la riparazione delle vedette e una scuola stabile per la preparazione degli equipaggi) ridotto allo zero. Non è stato certo un caso che l’estromissione italiana sia stata consolidata formalmente proprio quando a Roma si svolgeva l’incontro con una delegazione del governo di Tripoli, comprensiva del ministro dell’Interno Fathj Bashaga. È l’ennesima iniziativa turca per dimostrare, anzi ostentare agli occhi dei libici la debolezza italiana a fronte dell’incisività della Turchia, ritornata protagonista nella sua antica provincia, persa per mano italiana nel 1912.

Lo spirito di rivalsa turco nei confronti dell’Italia, come si legge dalle pagine di “La Repubblica”, è reso evidente anche dal simbolo che i militari del contingente turco in Libia hanno adottato e che: riproduce una celebre di foto del giovane Ataturk, il padre della Turchia moderna, con la pipa in mano, mentre guida (senza successo) la difesa della provincia Ottomana di Libia contro gli italiani nel 1911. In alcuni degli stemmi indossati oggi sopra le uniformi, c’è il nome turco della provincia libica di allora, con la data “1910”, ossia prima della vittoria del Regno d’Italia sull’Impero Ottomano nella guerra Italo Turca (1911/1912). Il tutto sotto una frase dello stesso Ataturk: “Soldati, il vostro primo obiettivo è il Mediterraneo. Avanti!”2. Potrebbero le mire di Erdogan essere più chiare di così?

In breve, dopo aver messo sotto scacco l’Europa intera ottenendo i famosi 6 miliardi di euro che l’UE ha stanziato affinché milioni di profughi siriani rimanessero in Turchia, ora Erdogan è riuscito ad acquisire un’altra arma di ricatto, il controllo del flusso migratorio clandestino dei migranti africani anche grazie al controllo della Guardia costiera libica. Del resto gli effetti sui migranti già si contano: due stragi in due giorni. Un barchino con a bordo 20 persone è naufragato il 22 ottobre, a 30 miglia da Lampedusa, in acque internazionali. Un motopesca di Mazara del Vallo è intervenuto salvando 15 persone: tutti libici salpati da Zawyah. Tra essi anche due bambini che hanno perso la mamma. Il giorno precedente al largo della costa di Sabratha, in Libia, “sono morte almeno 15 persone”, spiega l’Organizzazione mondiale dei migranti. In entrambi i casi, nessuna motovedetta libica si è mossa dal porto di Tripoli3.

Dopo aver oscillato fra il campo di Al Sarraj sostenuto dall’ONU e quello di Haftar sostenuto da Egitto, Francia e Russia, com’era prevedibile siamo stati estromessi dal primo senza guadagnare la riconoscenza del secondo, come dimostrato anche dalla triste vicenda dei nostri pescatori, ancora trattenuti illegittimamente e senza accuse formali dalle forze di Haftar.

Sarebbe stato possibile un esito diverso per la nostra politica in Libia? La risposta è purtroppo sì. Avremmo dovuto e potuto mantenere fede agli impegni presi con il legittimo governo di Al Sarraj, inviando per tempo, progressivamente, uomini e mezzi a protezione della Tripolitania. Utilizzare le nostre navi per la difesa anti-aerea di Tripoli e per supporto di fuoco a terra, fornire supporto tecnico operativo di qualità con le nostre Forze Aeree e con le forze speciali e sostegno logistico alle forze del Governo sostenuto dall’ONU, contro il signore della guerra Haftar.

Paradossalmente, mentre non abbiamo mai esitato a mandare in combattimento le nostre Forze Armate in teatri di guerra, a prescindere dalla loro effettiva rilevanza per la sicurezza nazionale, a partire dall’Iraq (ricordiamo i combattimenti accaniti per la riconquista dei ponti sull’Eufrate da parte dei marinai del San Marco e dei soldati dell’Esercito - foto) sino all’Afghanistan, non abbiamo osato intervenire in un contesto manifestamente e indiscutibilmente d’interesse primario per l’Italia. Alla richiesta d’aiuto di Al Sarraj nel momento del bisogno siamo scappati, correndo prima nelle braccia di Haftar e svendendo subito dopo due navi nuove di zecca all’Egitto, ovvero al partito avverso agli interessi italiani in Libia, con il risultato d’indebolire la nostra Marina, proprio nel momento in cui la flotta andrebbe rafforzata, vista la crescente instabilità del Mediterraneo.

Scelte politiche che hanno seppellito in pochi colpi ben assestati ogni credibilità italiana residua in Libia, spalancando le porte a Erdogan. Una responsabilità politica gravissima le cui conseguenze si riverbereranno a lungo non solo sull’Italia.

Il mantra del Governo: “non saranno le armi a decidere le sorti della Libia” si è presto dimostrato per quello che era, un alibi per giustificare l’inazione e l’irrilevanza italiana in politica estera. Sono state infatti proprio le armi turche ad arrestare gli assalti di Haftar, spezzando l’assedio a Tripoli e costringendo le parti a cercare una tregua.

Forte del risultato conquistato sul campo, Erdogan ha potuto così negoziare con l’Egitto e soprattutto con Putin in termini favorevoli per la Turchia, a spese essenzialmente dell’Italia, considerata, a differenza della combattiva Grecia, il ventre molle dell’Europa.

Grazie alla politica italiana, oggi Erdogan è nelle condizioni di mettere in discussione anche gli accordi di Berlino sul futuro della Libia, anche perché controllando la Guardia Costiera Libica, dispone degli strumenti operativi per essere il “dominus” dei flussi migratori clandestini verso l’Italia. Il nervo scoperto della classe politica italiana e non solo.

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