Operazione “Sciame di fuoco”: il piano russo per sottomettere l'Ucraina

(di Andrea Gaspardo)
19/01/22

Sullo sfondo della crisi diplomatica che oppone ormai già dagli inizi di novembre 2021 l'Ucraina, gli Stati Uniti d'America ed i loro partner della NATO da un lato e la Federazione Russia (con le due Repubbliche secessioniste dell'area del Donbass dall'altro), gli ultimi negativi sviluppi in sede negoziale hanno avuto come conseguenza quella di far parlare ancora una volta della possibilità che la Russia possa ricorrere ad un atto di forza per piegare l'Ucraina.

Alla luce di questi fatti è necessario pertanto chiedersi: quali sono le reali possibilità che la Russia invada l'Ucraina? E può l'Ucraina resistere ad una massiccia offensiva militare della Russia nelle lande dell'antica “Scitia Maior”?

Per fare delle previsioni serie in tal senso, prima ancora di valutare la “forza cinetica” dei duellanti è necessario al principio capire come siamo giunti a questo punto e quali siano gli interessi in campo.

La prima cosa da dire nel suddetto contesto è che, purtroppo, esiste la pessima abitudine qui in Occidente di considerare gli interessi nazionali (o imperiali) della Russia come “illegittimi a priori”. Purtroppo questa impostazione mentale e culturale è assai antica e, sicuramente, non scomparirà domani. È inutile affrontare ora la complessa genesi di questo fenomeno, quindi per il momento lo lasceremo come “assodato” e prenderemo la “russofobia” come un dato di fatto.

Allo stesso tempo è necessario mettere in guardia i cosiddetti “filo-putiniani”, anche nostrani, che sebbene la “russofobia” esista assolutamente, parimenti esiste la consapevolezza che la Russia è un attore geopolitico che tutela i suoi interessi nazionale usando tutti “gli sporchi trucchetti” che usano anche gli altri. A titolo d'esempio, bisogna citare la vergognosa campagna di stampa dei media russi, sia ufficiali che online, oltre alle immancabili fabbriche di troll, che hanno colto l'occasione per scatenare un'autentica campagna terroristica contro l'Italia nei momenti più bui della pandemia del Covid-19 mentre allo stesso tempo la Russia si presentava in prima linea ad aiutare l'Italia inviando un contingente di “Truppe Chimiche” che hanno contribuito alla disinfestazione di diverse aree della Lombardia. L'atteggiamento della Russia in tale frangente è stato francamente inaccettabile dato che, da un lato i russi offrivano un supposto aiuto e dall'altro soffiavano su fuoco del malcontento e del “negazionismo Covid” al fine di provocare la destabilizzazione del nostro paese; questo è bene ricordarlo!

Nella geopolitica non esistono diavoli e santi e, men che meno, emozioni. Bisogna pertanto mappare in maniera professionale gli interessi geopolitici dei singoli “pugili” figuranti sul “ring” internazionale e cercare di capire, nell'intreccio degli interessi nazionali contrapposti, quali siano quelli prevalenti così come quali siano i guadagni che otterrebbe, oppure le perdite che soffrirebbe, il nostro paese, la Repubblica Italiana, nel farsi coinvolgere in questa o quella disputa.

Utilizzando le parole di quel genio di politica e geopolitica che fu Lee Kuan Yew (foto), il primo Primo Ministro della Storia della Repubblica di Singapore: “Gli interessi nazionali dei diversi paesi si possono dividere in due categorie: le questioni marginali e le questioni fondamentali. La differenza tra di esse è che, per le questioni marginali, sarebbe una follia per un paese entrare in guerra, mentre per le questioni fondamentali, sarebbe per il medesimo paese una follia non entrare in guerra”. La semplicità e la linearità di questo ragionamento è tale che ho deciso di utilizzarlo e farlo mio in questo contesto.

Quale che sia il sentimento delle singole persone riguardo alla Russia, è necessario dunque approcciare la crisi dell'Ucraina usando quello che ora battezzeremo: “Teorema di Lee Kuan Yew”.

Sorge ora spontanea la domanda: Dove si situa l'Ucraina nella gerarchia delle “questioni” dei diversi paesi coinvolti nel nuovo “Grande Gioco”?

Per i paesi europei (sia dentro che fuori dalla NATO e dall'Unione Europea) e per gli stessi Stati Uniti d'America, l'Ucraina rappresenta una questione marginale. Nonostante proprio in questo periodo cada l'ottavo anniversario degli eventi di Euromaidan (che il qui presente autore si rifiuta di considerare “moto popolare”, essendo stato a suo tempo testimone diretto degli eventi proprio in Ucraina) e che da allora i dirigenti ucraini abbiano cercato in tutti i modi di far deragliare le una volta importantissime relazioni economiche tra Kiev e Mosca, ancora oggi e nonostante la “diversificazione”, la Russia continua a rimanere assieme alla Cina il partner economico principale dell'Ucraina.

Se la grande strategia occidentale è riuscita ad ottenere qualcosa di “tangibile” è stato di far scivolare l'Ucraina nelle braccia del “Dragone”, il quale ha puntualmente trovato un posto per “la spiga ucraina” nel grande disegno della cosiddetta “Nuova Via della Seta”; volevamo allontanare i russi, invece ci siamo ritrovati i cinesi, bella ironia!

A dire il vero, alcuni paesi europei sono riusciti a forgiare un certo tipo di relazioni economiche con l'Ucraina, come per esempio la Polonia, la Germania e anche la nostra Italia. Tuttavia, se diamo un'occhiata più da vicino, scopriremmo che, nel 2020 (primo anno della pandemia) l'Italia assorbiva solamente il 3,9% dell'export di Kiev e forniva il 4% dell'import. L'Italia quindi non ha interessi economici strategici nel territorio dell'Ucraina, fatto salvo l'imperativo che le condotte che portano il gas russo da noi restino pienamente funzionanti.

Dal punto di vista geotrategico, si potrebbe obiettare che, in un contesto di “Guerra Fredda 2.0”, l'Ucraina possa comunque servire ai paesi europei come una sorta di area cuscinetto contro la Russia. Ciò era paradossalmente vero prima di Euromaidan! Da allora il coinvolgimento diretto ed indiretto dei paesi occidentali nelle lande che furono la casa degli antichi barbari sciti ha fatto saltare tutti gli schemi e ha portato di fatto la NATO a “confinare” con la Russia. Il risultato è che i paesi occidentali hanno dovuto comunque pompare una certa quantità di aiuti sia economici che militari che sono stati immancabilmente dirottati dagli onnipresenti oligarchi che ormai, già strapotenti prima, non sanno più a chi dare le ossa.

Al di là dell'aspetto puramente economico, esiste poi un aspetto squisitamente “strategico”, e questo è tutto americano. Nel 2014 l'Amministrazione Obama venne persuasa dall'allora assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici, oggi promossa a sottosegretario di Stato per gli affari politici, Victoria “Fuck the EU” Nuland (avete letto bene, non si tratta di un errore. La mia decisione di introdurre quella frase scurrile come “secondo nome” della Nuland al posto di quello reale, che è “Jane”, rappresenta una mia scelta deliberata perché proprio la Nuland si rese responsabile di aver pronunciato quella frase a tre parole all'indirizzo dell'UE mentre stava discutendo la crisi ucraina con l'allora ambasciatore degli USA in Ucraina: Geoffrey Ross Pyatt. Come prima me la sono presa con i filo-putiniani, questa è invece una “chicca” che riservo ai filo-americani e ai filo-atlantisti incapaci di critica e che agiscono come “droni a comando”), ad appoggiare il cosiddetto “nuovo corso ucraino” perché nei sogni più selvaggi dei policy-makers americani, l'Ucraina avrebbe dovuto fungere da “prototipo” per esportare le “Rivoluzioni Colorate” anche negli altri paesi ex-sovietici, inclusa la stessa Russia.

Ad oggi bisogna finalmente rassegnarsi e notare che le scellerate politiche americane hanno creato solo danni e non hanno ottenuto il risultato sperato di riportare la Russia sotto il giogo dell'Occidente come all'epoca dei cosiddetti “Folli Anni '90”.

In ogni caso, se l'approccio dell'Occidente nei confronti dell'Ucraina è stato fallimentare, quello russo nel complesso è stato... ancora peggio!

Andiamo per ordine. Come tutti sanno, l'Ucraina ha sempre occupato una posizione di primaria importanza nello scacchiere geopolitico di Mosca sin dall'epoca in cui l'area era parte integrante dell'Impero Russo prima e dell'Unione Sovietica poi.

Dopo la disintegrazione dell'URSS, le leadership dei paesi post-sovietici giunsero ad un accordo in base al quale il servizio di spionaggio estero della Federazione Russa, lo SVR (erede del Primo Direttorato del KGB), non avrebbe condotto operazioni di spionaggio nei territori degli altri paesi post-sovietici e qualsiasi iniziativa di raccolta di dati sensibili in loco sarebbe stata invece demandata allo FSB (erede del Quinto Direttorato del KGB) in congiunzione con le agenzie di spionaggio dei suddetti paesi (a loro volta eredi delle branche locali del KGB). Nel caso specifico dell'Ucraina, lo FSB russo doveva agire in concerto con lo SBU (il Servizio di Sicurezza dell'Ucraina). Purtroppo per i russi, nel periodo tra il 1991 ed il 2014, i “siloviki” (gli “uomini della forza”) dello FSB avevano progressivamente maturato la convinzione che la loro posizione in Ucraina avesse raggiunto un punto di inattaccabilità ed anche eventi che avrebbero dovuto far suonare dei campanelli d'allarme, come la cosiddetta “Rivoluzione Arancione” del 2004-2005, furono trattati come niente di più che momentanei mal di testa.

Ciò in cui lo FSB fallì completamente e clamorosamente fu nel valutare quali fossero i veri umori profondi del paese e di come l'Ucraina fosse stata profondamente infiltrata da gruppi d'interesse, massoneria, organizzazioni non governative ed altri “attori non statuali” che stavano lavorando alacremente nel sottobosco sociale del paese al fine di mobilitare la società verso un nuovo orizzonte politico, cosa che poi puntualmente avvenne nel corso di Euromaidan.

Quando le manifestazioni di piazza dell'inverno 2013-2014 degenerarono in una vera e propria “proto-guerra civile” che costrinse alla fuga l'allora presidente filo-russo Viktor Yanukovych, i russi erano completamente impreparati a gestire la situazione, e fu così che il “dossier Ucraina” passò dalle mani dello FSB, ormai screditato, a quelle del GRU, il Direttorato Principale per l'Informazione delle Forze Armate Russe, che si adoperò sia per organizzare il colpo di mano che portò all'annessione della Crimea che allo scoppio della guerra del Donbass tutt'ora in corso.

In quell'occasione, per altro, la Russia commise un altro terribile errore! Se infatti i russi non si fossero lasciati prendere dal panico, e se Yanukovych avesse avuto polso, il colpo di stato di Euromaidan avrebbe potuto essere represso e l'Ucraina sarebbe rimasta nella sfera d'influenza russa. Invece l'inconsistenza politica dell'allora presidente ucraino, che preferì scappare dal paese, e la decisione russa di “artigliare” la Crimea ebbero paradossalmente l'effetto perverso di galvanizzare il nazionalismo ucraino e di rendere i “golpisti” popolari tra le masse, creando al contempo un solco tra il popolo russo e quello ucraino che gli Stati Uniti ed i loro partner occidentali sono stati ben felici di allargare.

Oggi, dopo quasi 8 anni di “guerra di logoramento”, i nodi stanno venendo finalmente al pettine. La strategia russa che puntava ad un collasso interno dell'Ucraina grazie ad una combinazione di crisi economica e disincanto politico si è rivelata fallimentare mentre allo stesso tempo Kiev si è avvicinata sempre di più alla NATO presentandosi al contempo come esempio per altri paesi ex-sovietici come la Georgia e la Moldavia. Partendo quindi dall'assunto che la rinuncia al proprio predomino sull'Ucraina ed il suo accesso alla NATO siano degli autentici incubi geopolitici per Mosca e che una pace che veda la bandiera “a stelle e strisce” sventolare sulla “Statua della Madre Patria” a Kiev non sarà mai un'opzione accettabile, rimasta prima di alternative sia tattiche che strategiche, alla Russia non è rimasta che la via della guerra aperta per risolvere una volta per tutte quella che ormai si configura come una minaccia esistenziale alla sua sicurezza nazionale.

Nel caso le parole debbano cedere il posto alle armi, il fardello delle operazioni militari russe contro l'Ucraina ricadrebbe principalmente sulle spalle delle forze militari russe di stanza nei Distretti Militari Occidentale e Meridionale oltre che sulle forze della Flotta del Mar Nero, eventualmente rincalzata dalle unità della Flottiglia del Caspio.

In termini di unità dispiegate, le truppe di prima linea russe che fronteggiano direttamente l'Ucraina sono il 1º corpo d'armata ed il 2º corpo d'armata, entrambe unità indipendenti create ad hoc per operare in Donbass, la 20a armata delle Guardie di stanza a Voronezh (dipendente dal Distretto Militare Occidentale) e l'8a armata di stanza a Novocherkassk (dipendente invece dal Distretto Militare Meridionale). Tali forze possono essere celermente rincalzate dalla 1a armata Carri della Guardia di stanza ad Odintsovo (Mosca) e dalla 6a armata di stanza a San Pietroburgo (entrambe dipendenti dal Distretto Militare Occidentale) così come dalla 49a armata di stanza a Maykop e dalla 58a armata di stanza a Vladikavkaz (entrambe dipendenti dal Distretto Militare Meridionale).

Negli ultimi tre mesi inoltre, i servizi segreti ucraini ed americani hanno affermato a più riprese che unità provenienti da diverse aree della Russia sono state spostate a rotazione per rinforzare le truppe dei due Distretti citati in modo da aumentarne la capacità offensiva. Tra di esse merita di essere menzionata la 41a armata di stanza a Novosibirsk, in Siberia, normalmente subordinata al Distretto Militare Centrale.

Altre unità delle Forze Armate Russe che vedrebbero sicuramente l'impiego nel quadro di un'ipotetica invasione dell'Ucraina sono quelle facenti capo alle Forze Paracadutiste (VDV) ed alle Forze Speciali (Spetsnaz). Forti di oltre 72.000 uomini ed organizzate su 4 divisioni, 6 brigate ed un centro d'addestramento, le VDV sono le forze paracadutiste più grandi al mondo e rappresentano l'asset di proiezione strategica per eccellenza della Federazione Russa e dato che gran parte delle loro unità sono di stanza nel Distretto Militare Occidentale è facile prevedere che verrebbero schierate in prima linea già a partire dai primi scambi convenzionali.

Contrariamente ai loro colleghi paracadutisti, gli uomini delle Spetsnaz mantengono un profilo assai più basso. Non si sa quanti uomini prestino servizio tra le loro fila, tuttavia essi sono già stati impiegati nel corso delle operazioni che portarono all'occupazione della Crimea così come sporadicamente nei momenti di maggiore tensione del conflitto del Donbass. In caso di escalation si ritiene che i russi possano mobilitare per le operazioni in Ucraina un numero compreso tra 2.000 e 2.500 uomini delle Spetsnaz. Verosimilmente, gli uomini delle Spetsnaz sarebbero i primi soldati russi ad entrare in azione nel corso di un'ipotetica invasione dell'Ucraina, per la quale adotteremo ora il nome di fantasia di “Sciame di Fuoco”, coadiuvati dagli assets del GRU, FSB e SVR presenti in loco, al fine di provocare incidenti, distruggere obiettivi di particolare importanza o portare a compimento “azioni bagnate” (nel sangue, cioè operazioni di assassinio) ai danni di figure apicali dell'establishment politico e militare del paese come già avvenne nel 1979 all'inizio dell'invasione sovietica dell'Afghanistan.

Sul fronte navale la contesa è totalmente a senso unico. Il teatro operativo ucraino ricade sotto la responsabilità della Flotta del Mar Nero, la quale all'occorrenza può essere rafforzata dalla Flottiglia del Mar Caspio grazie al sistema di canali interni situati nel territorio russo e che permette il collegamento dei due mari. La sola Flotta del Mar Nero possiede una forza operativa di circa 50 unità navali di grandi dimensioni tra incrociatori, fregate lanciamissili, corvette lanciamissili, navi da sbarco, dragamine, sottomarini, ecc... Quando armate di missili da crociera a lunga gittata come i 3M-54 Kalibr, le unità navali russe possono colpire in profondità obiettivi situati in tutto il territorio ucraino diventando quindi un indispensabile moltiplicatore di potenza della strategia militare russa, come già visto alcuni anni fa in Siria. Le navi russe sono inoltre equipaggiare, tra gli altri, con i missili antinave P-700 Granit e P-800 Oniks che sono in grado di ingaggiare le unità navali ucraine rispettivamente a 625 e 600 chilometri di distanza rendendo impossibile qualunque tipo di risposta.

Nella penisola della Crimea ed in quella del Kuban la Russia dispone inoltre di forti reparti di truppe costiere equipaggiate con diverse tipologie di missili da crociera antinave tra cui meritano di essere menzionati i K-300P Bastion-P utilizzabili anche per colpire obiettivi situati in profondità in territorio nemico.

Dulcis in fundo, un ulteriore asset a disposizione della Flotta del Mar Nero è rappresentato dalla 2a divisione dell'Aviazione Navale delle Guardie con i suoi cacciabombardieri Su-24M/MR e Su-30SM ottimizzati per l'impiego antinave e i velivoli ad ala fissa Tu-134UB-L, An-12, An-26 ed An-2 e ad ala rotante Mi-8, Ka-27 e Ka-29 nei ruoli di supporto. Inutile a dirlo, le forze della Marina Ucraina e della Guardia Costiera Ucraina non sono minimamente in grado di competere né dal punto di vista numerico né tecnico con le loro controparti russe.

Le forze navali ucraine posseggono una decente quantità di naviglio leggero sufficiente però unicamente per operazioni di pattugliamento costiero mentre l'unica unità di una certa dimensione, la fregata “Hetman Sahaydachniy”, è priva di armamento missilistico antinave. Sia che restino in porto sia che decidano di uscire in mare, le unità della Marina Ucraina e della Guardia Costiera Ucraina verrebbero da subito sottoposte ad un diluvio di fuoco proveniente dalle navi russe, dalle truppe costiere e persino dall'Aviazione Navale Russa e verrebbero tutte sgominate in rapida successione senza possibilità d'appello a pochi minuti dall'inizio delle ostilità. La Russia otterrebbe così pieno controllo e libertà di manovra sia nel Mar d'Azov che nel Mar Nero propriamente detto e potrebbe decidere di attuare operazioni di infiltrazione o veri e propri sbarchi anfibi lungo tutto il litorale ucraino, specialmente nei pressi di Mariupol, Melitopol, Nykolayev o Odessa. Sic stantibus rebus, l'opzione più razionale a disposizione dell'Ucraina sarebbe quella di autoaffondare le proprie unità navali e sabotare le infrastrutture portuali in modo da negarne l'utilizzo da parte del nemico.

La seconda dimensione dove si svilupperebbe lo scontro russo-ucraino e quella aerea. Al momento della disintegrazione dell'Unione Sovietica, l'Ucraina ereditò sia un'imponente forza aerea che che un sistema di difesa aerea esteso e ridondante, tuttavia anni di tagli selvaggi e di svendita all'estero “dell'argenteria di casa” al fine di battere cassa avevano ridotto nel 2014 i “gioielli” dello strumento militare dell'Ucraina all'ombra di loro stessi. Dopo le gravi perdite subite con l'occupazione della Crimea e nel corso del conflitto del Donbass, le Forze Aeree Ucraine contano un nucleo da combattimento costituito da 12 Su-24 da bombardamento, 17 Su-25 da bombardamento e supporto tattico, 51 caccia multiruolo Mig-29 e 32 intercettori pilotati Su-27, per un totale di 112 aviogetti ad alte prestazioni, supportati da 47 addestratori armati L-39, 15 elicotteri Mi-8 ed un discreto numero di aerei da trasporto e da ricognizione. Le Forze di Terra Ucraine sulla carta posseggono importanti assets aerei costituiti da una vasta flotta di elicotteri da trasporto Mi-2, Mi-8 e Mi-26 e da attacco Mi-24, tuttavia i tassi di disponibilità della flotta di elicotteri dipendente dalle Forze di Terra non sono chiari e la percentuale di macchine atte al volo è probabilmente molto bassa. In ogni caso è assai dubbio che gli elicotteri ucraini possano fornire un sostanziale aiuto ai loro commilitoni a terra dovendo operare in un contesto caratterizzato da una forte “saturazione” di missili antiaerei russi.

Gli aviogetti ad alte prestazioni in servizio presso le Forze Aeree Ucraine sono stati tutti ereditati dalle defunte Forze Aeree Sovietiche, esattamente come gran parte di quelli in servizio presso le Forze Aeree Russe, tuttavia solo negli ultimi 8 anni hanno subito degli ammodernamenti, per altro di portata limitata, e non hanno nemmeno accesso ad importanti stock di missili BVR (Beyond-Visual-Range, cioè in grado di colpire oltre il raggio visivo). Per fare un esempio pratico, un Su-27 ucraino ed un Su-27 russo dal punto di vista estetico possono apparire come lo stesso aereo, ma i velivoli russi sono stati modernizzati almeno 3 volte negli ultimi 10 anni mentre quelli ucraini no. Peggio, le Forze Aeree Ucraine sono del tutto prive di aerei AWACS e di aerocisterne, tutti elementi fondamentali per la moderna guerra aerea.

Se all'approssimarsi delle armate aeree russe, gli ucraini decidessero di far alzare in volo i propri aerei per ingaggiare i russi in uno scontro “testa a testa” come due formazioni contrapposte di cavalieri medievali, il risultato sarebbe la distruzione totale dei velivoli di Kiev.

È comunque assai probabile che Mosca voglia in ogni caso minimizzare i rischi e che quindi opterà per un bombardamento immediato e massiccio delle basi aeree ucraine utilizzando il suo arsenale di missili balistici e da crociera in modo da renderle inservibili e distruggere al suolo quanti più velivoli nemici possibile. Gli ucraini dovrebbero allora ripiegare su una sorta di “guerriglia aerea” simile a quella utilizzata dai serbi contro la NATO nel 1999.

La difesa aerea è responsabilità congiunta delle Forze Aeree e delle Forze di Terra che nel complesso, nonostante il generale processo di decadimento dello strumento militare ucraino, possono contare ancora su un arsenale piuttosto vasto di “bocche da fuoco”. Per la difesa delle proprie basi, le Forze Aeree Ucraine possono contare su oltre 500 sistemi missilistici S-125 Neva/Pechora, 2K12 Kub, 9K37 Buk, 9K330 Tor, S-300PT e S-300PS.

Per la difesa delle proprie colonne corazzate, le Forze di Terra Ucraine dispongono di circa 1.500 pezzi d'artiglieria antiaerea trainati tra cannoni S-60 e mitragliatrici binate ZU-23-2, 400 semoventi antiaerei ZSU-23-4 “Shilka” e 2K22 “Tunguska”, 350 sistemi missilistici antiaerei mobili a corto raggio 9K31 Strela-1, 9K35 Strela-10 e 9K33 Osa, e un centinaio di sistemi missilistici a medio e lungo raggio 9K37 Buk, 9K330 Tor e S-300V1. Sebbene lo schieramento antiaereo ucraino sia, come già detto, ragguardevole dal punto di vista numerico, bisogna altresì ricordare che esso per molti anni non ha subito alcun tipo di aggiornamento, perciò risulta vulnerabile a tutta una serie di sistemi per la guerra elettronica che diversi paesi, tra i quali anche la Russia, hanno introdotto in servizio negli ultimi anni. Inoltre non è chiaro se le varie piattaforme antiaeree ucraine siano state effettivamente amalgamate in un effettivo IADS (acronimo che sta per “sistema di difesa aerea integrato”). In sostanza, uno schieramento di piattaforme antiaeree è maggiormente efficace se è integrato in maniera tale che i vari sistemi riescano a scambiarsi informazioni in tempo reale in modo tale da poter affrontare nel migliore dei modi le minacce in arrivo, agendo all'unisono “come i membri di un'orchestra” anziché come tanti “solisti”.

Durante la Guerra del Vietnam, sotto la direzione dei sovietici e dei cinesi, i nordvietnamiti riuscirono a schierare il sistema di difesa antiaerea integrato più stratificato e robusto del mondo che neanche la potenza aerea americana riuscì a spazzare via. Viceversa, sia nella guerra Iran-Iraq del 1980-1988 che nella Guerra del Golfo del 1991, le difese antiaeree irachene (che pure inflissero perdite più o meno gravi ai nemici di turno) vennero completamente travolte dalle Forze Aeree Iraniane prima e da quelle della Coalizione Internazionale poi perché il pur enorme network di radar, batterie missilistiche e cannoni antiaerei che Saddam Hussein aveva acquistato dai fornitori più disparati senza badare a spese non era stato minimamente strutturato per “agire all'unisono”.

Le difese antiaeree ucraine costituiscono senza dubbio una minaccia per i pianificatori militari russi e parimenti, anche per la sola consistenza numerica, sono in grado di infliggere ai russi perdite importanti, ma se il sistema non è integrato rischiamo di ripiombare nel sopra citato scenario iracheno.

Per liberarsi della minaccia costituita dalle difese aeree del nemico, i russi devono organizzare una vigorosa e sostenuta campagna di “soppressione delle difese aeree nemiche” (SEAD) ma essa procederà in contemporanea alle altre operazioni, e non in maniera separata.

Figli delle esperienze delle guerre anglo-americane, dalla Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi, noi “occidentali” siamo stati letteralmente “allevati” pensando che qualsiasi guerra debba prima essere anticipata da una lunga campagna aerea che abbia lo scopo di “ammorbidire” le difese militari di un paese nemico e, se necessario, distruggerne completamente le infrastrutture.

Le dottrine militari russe però sono completamente diverse. Come ci insegna infatti l'esperienza di tutte le guerre “russe” dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, le operazioni militari delle Forze Aeree sono sempre integrate con quelle delle Forze di Terra dei Distretti Militari ai quali vengono assegnate. Dato che, per estensione, la V-VS (Forze Aeree Russe) deve supportare l'avanzata delle Forze di Terra, ciò vuol dire che le operazioni di “artiglieria aerea” e di “soppressione delle difese aeree nemiche” devono procedere congiuntamente.

Ecco dunque che, a partire da questi dati, possiamo formulare uno scenario di un assalto aereo costituito da un minimo di tre ondate a cadenza giornaliera, ciascuna costituita dall'equivalente di 3-4 reggimenti ed in ciascuno di essi troveremmo i primi quattro velivoli (zveno) di ciascuno squadrone di ogni reggimento armati con missili antiradar, mentre tutti gli altri velivoli sarebbero invece armati di bombe a caduta libera e/o razzi per operazioni di interdizione sul campo di battaglia in supporto alle truppe.

Per massimizzare la potenza di fuoco a loro disposizione, i russi farebbero intervenire da subito, come in Siria, i loro bombardieri strategici Tu-95, Tu-22M e Tu-160 che, collettivamente, sono in grado di lanciare salve di decine di missili da crociera sia in supporto alle operazioni antiradar che per paralizzare le Forze Armate Ucraine colpendone i centri di comando e controllo.

Un altro velivolo che ricoprirebbe un ruolo fondamentale in tali operazioni sarebbe il Su-34, mentre i Su-24 ed i Su-25 verrebbero impiegati principalmente nel supporto-truppe. Almeno all'inizio delle operazioni militari i potenti caccia intercettori Su-27, Su-30 e Su-35 verrebbero utilizzati nel ruolo di copertura, per eliminare qualsiasi velivolo ucraino che riuscisse ad alzarsi in volo per disturbare le operazioni aeree russe ma, una volta estinta tale minaccia, verrebbero anch'essi armati con munizionamento aria-suolo per dare manforte agli altri reggimenti precedentemente impegnati nella suddetta missione. Per l'attacco ai sistemi di difesa antiaerea ucraini, i velivoli russi utilizzerebbero le versioni dedicate per le missioni antiradiazioni dei missili Kh-15, Kh-25, Kh-28, Kh-31 e Kh-58. Per le operazioni dirette a neutralizzare i centri di comando o altri obiettivi altamente paganti i velivoli con la stella rossa utilizzerebbero invece i missili da crociera Kh-22, Kh-29, Kh-35, Kh-38, Kh-55 e Kh-59 in tutte le versioni via via sviluppate.

È assai probabile che, per colpire obiettivi strategici altamente paganti e particolarmente “induriti” (come i bunker dell'alto comando o della presidenza della repubblica) possa fare il suo debutto operativo il missile balistico avio-lanciabile Kh-47M2 Kinzhal rilasciato dagli intercettori Mig-31K oppure dai bombardieri Tu-22M3 mentre è tendenzialmente da escludere l'impiego di armi altamente sperimentali o da poco entrate in produzione come il missile da crociera supersonico 3M22 Zircon, il missile da crociera a propulsione nucleare 9M730 Burevestnik o il veicolo supersonico planante Avangard.

Per agevolare al massimo il compito delle sue prime ondate d'assalto, la Russia farebbe ampio ricorso ad attacchi informatici, come quelli ai quali abbiamo assistito in questi giorni, al fine di paralizzare il funzionamento dello stato ucraino, inoltre gli attacchi aerei sarebbero appoggiati da un intenso utilizzo di jammers e sistemi di guerra elettronica come l'1L269 Krasukha-2, l'1RL257 Krasukha-4, l'1L267 Moskva-1 o il Borisoglebsk 2 per disturbare al massimo grado il funzionamento dei sistemi radar dell'avversario, inoltre i russi potrebbero persino optare per un completo “shut down” del paese nemico mediante un bombardamento mirato utilizzando un certo numero di missili balistici a corto raggio (SRBM) 9K720 Iskander (foto) armati con testate ad impulso elettromagnetico (EMP), il che complicherebbe e non di poco le capacità ucraine di coordinare la resistenza organizzata.

Alla luce di quanto detto sino ad ora è facile capire che le possibilità da parte dell'Ucraina di resistere ad un attacco su vasta scala da parte della Russia sono inesistenti. L'assalto russo iniziale sarebbe violento e colpirebbe duro tutti i centri nevralgici del paese. Al ricchissimo arsenale russo di missili balistici tattici e missili da crociera lanciati da terra, dal mare e dall'aria, l'Ucraina può opporre come assets “sub-strategici” solamente un centinaio di missili OTR-21 Tochka ereditati dal periodo sovietico mentre nessuno dei sistemi che la propaganda ucraina ha strombazzato negli anni recenti come il Sapsan, il Korshun-2 o il Grom-2 è ancora entrato in servizio.

Nei primi 40 minuti di guerra gli attacchi di precisione russa sconvolgeranno tutto il sistema di comando e controllo delle Forze Armate e del governo dell'Ucraina mentre entro i primi 3-4 giorni dall'inizio delle ostilità la Marina, la Forza Aerea e le unità di difesa antiaerea avranno cessato di esistere come formazioni da combattimento coerenti. Parallelamente, la prima ondata d'assalto delle Forze di Terra della Federazione Russa (circa 150.000 uomini) rinforzata dai 50.000 uomini delle forze separatiste del Donbass ingaggerà in uno scontro frontale i circa 125.000 uomini delle Forze Armate Ucraine (pari a circa la metà degli effettivi nominalmente inquadrati) che Kiev ha schierato negli ultimi mesi sul fronte orientale. È vero che a quel punto gli ucraini potrebbero teoricamente inviare anche l'altra metà dei loro effettivi rincalzati da circa 900.000 “riservisti” e le Forze Armate possono essere rimpolpate dalla Guardia Nazionale, dalla Polizia per Impieghi Speciali e dai battaglioni territoriali, esattamente come capitò nel 2014, tuttavia è assai difficile pensare che le autorità del paese abbiano le capacità di mobilitare, organizzare ed equipaggiare efficacemente una tale massa di uomini e, in ogni caso, anche se per miracolo divino riuscissero in tale titanica impresa, convogliare una tale massa di uomini e mezzi verso il fronte orientale, in uno spazio completamente aperto in una situazione tattico strategica caratterizzata dal completo dominio russo dell'aria equivarrebbe ad un autentico suicidio. L'intera area dell'Ucraina situata ad est e a sudest del grande fiume Dnepr diventerebbe un'immensa “area di liquidazione” esattamente come fu la penisola del Sinai per gli egiziani nel corso della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L'unica opzione rimasta agli ucraini sarebbe quella di ritirarsi a occidente del Dnepr facendo saltare ponti e dighe in modo da negare l'attraversamento ai russi, ma è una tattica che già i tedeschi tentarono senza successo contro i sovietici nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Sicuramente l'Alto Comando Russo (STAVKA) ha già pronti dei piani contingenti per prendere il controllo di alcune aree strategiche mediante l'utilizzo delle Spetsnaz (magari già ora infiltrate in Ucraina sotto mentite spoglie!), ed in ogni caso, anche se gli ucraini riuscissero nel loro intento, la Russia riuscirebbe comunque con qualche giorno di ritardo a guadagnare le suddette teste di ponte mediate l'impiego congiunto della Fanteria di Marina della Flotta del Mar Nero (come già avvenne nel corso della Seconda Guerra Mondiale) e delle VDV che verrebbero paracadutate alle spalle delle linee di difesa ucraine come negli scenari da manuale della Guerra Fredda.

Infranta anche la linea di difesa del Dnepr (sempre ammesso che gli ucraini abbiano effettivamente dei piani contingenti per trasformare il fiume in una linea di difesa, il che non è affatto scontato!) a Kiev non rimarrebbe che capitolare. Sicuramente alcune unità d'élite delle Forze Armate Ucraine, per esempio i paracadutisti delle Forze da Assalto Aereo e gli elementi delle Forze Speciali opporrebbero una resistenza più lunga ma in definitiva sarebbero anch'essi soverchiati sia numericamente che in potenza di fuoco dai russi.

Lo scenario che abbiamo appena descritto è puramente teorico, tuttavia sbagliano coloro che si rifiutano a priori di credere che il quadro strategico nell'Europa Orientale non possa degenerare e che i russi “non avranno il coraggio di fare il grande balzo”.

Per concludere è necessario ora chiederci: quali saranno i tempi ed i costi umani e materiali di un tale cataclisma una volta che l'operazione “Sciame di Fuoco” verrà messa in atto?

Per quanto riguarda la durata temporale, tale conflitto non può durare più di 100 giorni, ma i colpi decisivi da parte della Russia verranno inflitti nel corso dei primi 3-4 giorni, dopodiché il vero ostacolo che i russi incontreranno sarà più che altro costituito dall'estensione fisica dell'Ucraina piuttosto che dalla sua capacità di opporre ulteriore resistenza.

Nel corso delle suddette operazioni è prevedibile che le Forze Armate della Federazione Russa possano soffrire la perdita di oltre 10-15.000 uomini e di 45-75 velivoli ad ala fissa (senza contare gli elicotteri) pari a circa l'1-1,6% della consistenza numerica delle Forze Aeree Russe, ma si tratta di cifre accettabili se verranno compensate sull'altro piatto della bilancia dall'annientamento completo delle capacità militari dell'Ucraina e dall'eradicazione di qualunque presenza occidentale in un'area geopolitica che ha sempre ricoperto e sempre ricoprirà un ruolo fondamentale per Mosca.

Foto: MoD Fed. Russa / web / U.S. Department of State / Giorgio Bianchi / MoD Ucraina / U.S. DoD

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