L'Italia manda reparti speciali in Libia? Facciamo chiarezza

28/02/15

Abbiamo deciso di tergiversare rispetto alle altre testate. La notizia riportata questa mattina da alcuni organi di stampa sulla nave italiana San Giorgio, partita alla volta della Libia per formare una presunta forza di intervento, ci ha lasciato un po’ di sorpresa.

L’Italia, paese che soltanto pochi giorni fa ha richiesto invano alla NATO un intervento in Libia, avrebbe deciso di sua spontanea volontà di inviare un piccolo contingente a ridosso delle coste libiche per una possibile proiezione in territorio ostile?

Tergiversato. Lo abbiamo detto.

Dopo una brevissima riunione tra i nostri analisti, ci siamo posti soltanto una domanda: ma davvero l’Italia invierebbe un “commando” di poco meno di trecento uomini?

Trecento soldati, dicevamo. Non di certo una forza da sbarco.

Reparti speciali?

Poche decine di uomini quelli imbarcati, forse qualcosa in più. Quindi, per antonomasia a questi ultimi non spetterebbero i compiti della prima linea, ma i bersagli sensibili, la messa in sicurezza di alcune aree strategiche, l’acquisizione di bersagli.

Ma quello che ci ha lasciati perplessi e che ci ha portato alla minuziosa analisi di quanto starebbe avvenendo, è la copertura aerea.

Davvero, ci siamo chiesti, l’Italia avrebbe deciso di mandare i propri figli senza copertura aerea o una forza di copertura in grado di garantire quel Close Air Support essenziale in un contesto asimmetrico come quello libico?

Mentre le testate italiane continuavano a battere agenzie sulla possibile forza d’invasione, noi abbiamo interpellato fonti molto vicine allo Stato Maggiore della Marina Militare.

Quindi, cosa sta avvenendo?

Nel Mediterraneo si stanno svolgendo svariate esercitazioni a cui partecipa anche l’Italia. Per causalità (già calendarizzata), l’invio della San Marco era prevista da tempo e non si tratta di alcuna forza da sbarco.

L’Italia, quindi, non ha dato il via libera ad un’azione militare (trecento soldati in territorio ostile non sono una forza da sbarco senza considerare la messa in sicurezza di un’area con scarso supporto aereo o dell’assenza dei mezzi corazzati, necessità di una testa di ponte, di una forza di estrazione rapida, rifornimento, logistica), ma continua ad addestrare i propri uomini per disporre di una forza sempre pronta al combattimento in linea con le esigenze del ventunesimo secolo.

Il contesto potrebbe cambiare qualora interessi italiani fossero presi di mira, per esempio, il gasdotto subacqueo Greenstream, di proprietà dell’Eni con la sua stazione di compressione di Mellitah, ad oggi protetta dalle milizie fedeli al regime lealista.

In quel caso (ma passerebbero sempre alcuni giorni per garantire in zona i velivoli CAS), l’Italia potrebbe davvero dare il via ad un’operazione militare?

Dubbi, anche in tal senso. Consideriamo che i trecento soldati a bordo fossero tutti, chi per la propria specializzazione, pronti al combattimento. Non parliamo di una “semplice” infiltrazione ed esfiltrazione di una squadra, ma del dispiegamento di un piccolo contingente che non potrebbe avvenire senza il dominio dei cieli considerando le armi anti aeree in possesso dei fondamentalisti.

Le variabili sono parecchie, troppe, ma ipotizzare un nostro coinvolgimento attivo è al momento pura utopia senza il sostegno degli USA e dei loro aerei.

Sarebbe opportuno sottolineare che l’Italia non ha un velivolo tattico dopo la fine del programma Peace Caesar e che dovremmo inviare in zona per il bombardamento i nostri Tornado che, lo ricordiamo, per il loro stesso profilo di missione volerebbero a bassissima quota e, cioè, alla mercè del fuoco della fanteria nemica.

Vogliamo davvero sacrificare delle vite?

Dare al nemico i nostri piloti?

Una forza d’assalto protetta dagli Harrier, caccia che non sono mai stati idonei nel proteggere una forza a terra per la loro scarsa capacità di trasportare armi?

Vogliamo davvero pensare che il nostro governo possa inviare la fanteria senza elicotteri da guerra a supporto e protezione?

Proteggeranno gli interessi dell’Eni in Libia, magari con qualche blitz (di per se rischioso) per salvare vite e ritornare al sicuro (forse, ma l’unica opzione possibile), senza però intaccare la sicurezza dei nostri militari e, se possibile, evitare un altro caso marò.

Franco Iacch

(foto: archivio MM)

rheinmetal defence