Libano: nella tana di Hezbollah

(di Giampiero Venturi)
08/11/15

Per andare e tornare da Beirut a qualunque altra città del Libano ci vuole mezza giornata. Per la costa del nord i bus partono da Doura. Per l’Ovest o il mare del Sud, bisogna raggiungere Cola che non è una bibita ma uno snodo della capitale. Salire su un minivan per Baalbeck nella Valle della Bekaa costa 3 € in sterline libanesi. Ci vogliono due ore per arrivare.

Sulle salite ripide alle spalle di Beirut il mare diventa una striscia blu lontana. Un’ora e si arriva a Chtaura, accrocco di palazzi, banche ed alberghi. Ricorda un paesotto italiano condonato in fretta. Dalla piazza parte la strada per Masnaa e per la Siria che dista 15 km.

Scesi dalle colline è già Valle della Bekaa e il verde cedro che domina la costa, diventa giallo grano.

Aumentano i check point dell’esercito libanese. Spuntano sacchi di sabbia, filo spinato e bidoni bianco-rossi come la bandiera nazionale. Molti i VAB di fabbricazione francese e gli M113, visibili qua e là anche a Beirut.

La Valle della Bekaa, è un tripudio crescente di bandiere gialloverdi. Coldiretti non c’entra. I drappi sono quelli di Hezbollah, il Partito di Dio e l’agricoltura, fatta eccezione per gli ottimi vini Ksara, Massaya e Chateau Musar prodotti tra Chtaura e Zahlé, c’entra poco.

Da lontano in effetti, le bandiere di Hezbollah e Coldiretti si somigliano. Da vicino, meno. Basta vedere i ritratti dei leader sparsi ovunque per distinguere i contesti.

L’aria è calma, ma la calma in Libano odora di guai. Israele è ancora il demonio per tutti, mentre langue il rancore per la Falange libanese. Tra il fronte maronita nazionalistico e gli Sciiti di Hezbollah, l’odio è più antico della guerra civile di trent’anni fa. Ora i rancori sono smorzati dal tempo e su tutto vigila l’occhio più o meno neutrale dell’Armée libanaise. 

“Onore sacrificio e lealtà” recita il motto delle forze armate di Beirut. Sull’onore e il sacrificio, nulla dire. Data la complessità della Storia recente e meno recente del Paese dei cedri, rimane sospeso il concetto di lealtà.

L’assurdo del Libano è che con l’instabilità ci si convive a tal punto da sembrare tutto normale. È come se i parametri della convivenza avessero una taratura diversa rispetto a una società qualunque che vive in pace.

Come usanza consolidata, qui la geografia dipende dalla politica. La Valle de facto è amministrata da Hezbollah. Le roccaforti ricche, francofone e cristiane sono sulla costa nord dalle parti di Jounieh. In linea d’aria sono pochi secondi di aereo.

La Siria è a un metro e nelle scuole siriane (quelle rimaste) il Libano, non viene studiato come Stato a sé. Sulle carte libanesi, invece manca Israele. Da Tiro in giù, c’è scritto Palestina. È una moda tipica araba. Ognuno omette quello che vuole d’altronde…

Ovunque ritratti del presidente siriano Assad. Nella Valle della Bekaa, toccata dai raid israeliani anche a gennaio 2015, l’identificazione con la Siria e l’odio per Israele e l’America è fortissimo. Più per Israele, però. Il risentimento per l’America si stempera un po’ grazie al mito del benessere, molto radicato tra gli Arabi, tra i Libanesi in particolare.

Ora è tutto appeso a un filo. I flussi di idee, persone e cose sono regolati dalla guerra a fianco. La stessa produzione di cannabis, che ha sempre fatto della zona un mondo a sé, è cadenzata dagli eventi.

È il destino del Libano, terra meravigliosa dove il pensiero del futuro arriva al massimo a un giorno.

A Baalbek c’è il più grande Foro Romano al mondo dopo quello di Roma. È praticamente intatto e ci si entra con 7 € in sterline. Di turisti ne arrivavano pochissimi già prima della guerra in Siria. Ora è tutto surreale. Torme di bambini provano a piazzare souvenir di Hezbollah, tra il mercato e i loro sorrisi sinceri.

L’afflusso di profughi dalla Siria è enorme. Fuori dalla città molte zone sono interdette. Non si capisce bene cosa stia succedendo. Alcuni M60 parcheggiati ricordano però il clima pesante. L’idea è che da un momento all’altro tornino gli F 16 israeliani e che da qui non sia più facile andarsene. Quando Hezbollah esagera, arrivano i caccia.

Oppure che continui lo smistamento di profughi (quelli veri) dalla Siria e la partenza di miliziani per combattere al fianco delle Forze regolari di Damasco e dei Shabiya, i cani sciolti alauiti che fanno i lavori sporchi per conto del governo di Damasco. L'Isis è alle porte dicono o forse già oltre. La maggioranza sciita qui ha mangiato la foglia e non crede alle favole. Oltre ai sunniti estremisti c'è dell'altro, ma nella quotidiana assurdità, tutti si fanno i fatto loro e si preparano alla guerra. Come sempre.

C’è silenzio ora a Baalbeck. Un silenzio che porta il nome dell’antico dio fenicio Baal e che gronda storia ad ogni passo. Colonne antiche e colonne militari convivono. Bevendo un caffè al piccolo bar davanti alle rovine romane, si fa caso a entrambi. È un’immagine suggestiva prima di tornare a Beirut.

Un’immagine che odora di acciaio, polvere e morte. Tutto può succedere, perfino che tutto rimanga così com’è.

Niente di più, niente di nuovo dal Libano. 

Il rientro nella capitale è un altro Libano già visto. Ad Hamra, la parte ovest in teoria musulmana, a Gemmayzeh, la parte est in teoria cristiana, nei caffè di  Place d’Eotile, nel Downtown centro di tutto… tutto fila liscio come sempre. Beirut, la sua gente, i suoi bistrot, sono più Europa dell’Europa stessa.

Visto da fuori il Libano sembra altro. Viverlo dentro è un’altra cosa. Dal fatalismo educativo della gente che fa jogging sulla Corniche, tra il mare splendido e un Humvee armato parcheggiato, si capisce tutto.  Si capisce molto del Medio Oriente.

Tutto esiste, tutto può succedere, tutto potrebbe finire. Considerare l’assurdo come normalità è l’unica chiave possibile per continuare a vivere.

(FOTO: AUTORE/Al-Quwwāt al-Musallaḥa al-Lubnāniyya)