Azerbaigian tra energia e sicurezza. Cap.2

(di Giuliano Bifolchi)
02/10/15

Che Russia e Azerbaigian abbiano dei legami profondi è un dato storico. Tra gli stessi azeri e per le strade di Baku la sensazione di continuità con la vicina Federazione dovuta agli anni passati sotto il regime sovietico e l’impero zarista, è evidente. Il fatto che tutti parlino anche russo oltre all’azero, ne è forse la prova più lampante.

Come ha evidenziato Hikmat Hajiyev, Direttore del Dipartimento Media del Ministero degli Esteri azerbaigiano,  Baku e Mosca hanno forti legami che spesso i media tentano di minimizzare e sui cui vengono effettuate molte speculazioni. 

Non è soltanto il settore energetico a legare i due Paesi, ma anche gli interessi comuni nel Mar Caspio, area che vede interessati altri attori come Iran, Kazakhstan e Turkmenistan, e gli sforzi comuni per mantenere la sicurezza nella regione del Caucaso. Azerbaigian e Russia infatti collaborano a stretto contatto in operazioni di Intelligence per eliminare i terroristi ed i campi di addestramento presenti nella regione di confine azero-daghestana che ha visto nascere la Jama’at Azerbaigiana, organizzazione terroristica di supporto alla Jama’at del Daghestan formata dalla componente etnica Tsakhur che vive principalmente nelle regioni di Zagatala e Kakh a cui si uniscono anche le piccole comunità Ingiloy e Tabasar.

Terrorismo e sicurezza: due argomenti di prima pagina visto l’impegno russo nel Distretto Federale del Caucaso del Nord e l’intervento militare in Siria.

Quello che si presenta ora è un Azerbaigian apparentemente sicuro, sorta di isola felice dove convivono culture diverse e dove la religione sembra non presentare elementi di radicalismo. La sensazione di stabilità aumentata dalla presenza continua di pattuglie della polizia ad ogni angolo e da guardie private non armate disseminate per la città e per i diversi esercizi cittadini.

Per raggiungere questo livello di sicurezza l’Azerbaigian ha dovuto lavorare molto ed ha dovuto superare lo shock di attentati terroristici come quello avvenuto alla metro di Baku nel 1994 dove morirono 13 persone e altre 42 rimasero ferite. L’azione fu condotta da Sadval (Unità), movimento separatista afferente alla componente Lezgi che mirava all’unificazione del territorio del Daghestan e dell’Azerbaigian dove risiedeva la comunità. Per capire che sotto al cenere il fuoco continua a bruciare però, basterebbe citare l’attentato sventato a Baku nel 2007 organizzato da un gruppo fondamentalista islamico Salafita che aveva come obiettivi le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna e le compagnie petrolifere Statoil e McDermott a cui ha fatto seguito il 17 agosto 2008 l’attentato alla Moschea di Abu Bakr di Baku che ha provocato la morte di 3 persone ed il ferimento di altre 13.

Questi eventi hanno fatto comprendere al Governo di Baku l’importanza di un coordinamento regionale per la sicurezza e in particolare la cooperazione con il vicino gigante russo, specialmente ora che l’imminente minaccia del ritorno dei foreign fighters dalla Siria verso la regione caucasica aumenta i rischi di un inasprimento degli animi e di una riapertura di ostilità interne. Soltanto nel mese di marzo 2015 sei uomini sono stati arrestati in Azerbaigian con il sospetto di pianificare operazioni terroristiche nel Paese e di alimentare ideologie affini allo Stato Islamico basato sulla Sharia. Nel mese di ottobre due presunti terroristi sono stati condannati a 14 anni di prigione per aver combattuto tra le file dello Stato Islamico in Siria ed Iraq.

Stabilità e sicurezza, come fatto notare da Hajiyev durante il nostro colloquio, non possono prescindere dalla risoluzione del conflitto mai risolto del Nagorno-Karabakh che vede opporsi Azerbaigian ed Armenia, vero elemento di destabilizzatore del Caucaso meridionale. Una nuova esplosione della crisi potrebbe avere effetti nefasti sulla politica dell’Unione Europea nella regione e  implicherebbe un possibile intervento russo sulla scia degli stretti legami che intercorrono tra Mosca a Erevan.

È bene ricordare che in passato la componente azerbaigiana è stata molto attiva nei conflitti in Afghanistan e Cecenia combattuti contro Mosca ed attualmente tra i 200 ed i 300 combattenti azerbaigiani sarebbero impegnati in Siria ed Iraq, in special modo affiliati a Jaish al-Muhajireen wal Ansar, gruppo composto principalmente da militanti provenienti dalle ex repubbliche sovietiche che ha dichiarato la propria affiliazione ad al-Nusra e quindi ad al-Qaeda.

L’Azerbaigian è una pentola che bolle, per ora a fuoco lento.

(foto: autore/Azərbaycan Silahlı Qüvvələri Quru Qoşunları)