Putin e "L'unità storica di russi e ucraini"

(di Andrea Forte)
14/12/21

“… questa terra è russa, russa, russa.” (Vitaly Shulgin)

Queste parole sono pronunciate da Vitaly Shulgin nell’editoriale del primo numero del Kievlianin, giornale ultraconservatore, panrusso e nazionalista, della seconda metà dell’Ottocento. Tali parole ci permettono di avvicinarci ad uno dei fattori decisivi per comprendere la percezione russa del proprio mondo, quando essa si rivolge all’Ucraina. Parole tanto più importanti perché evidentemente parte del bagaglio culturale che è apparso in un articolo del 12 luglio di quest’anno sul sito ufficiale del Cremlino, intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. L’autore è niente meno che Vladimir Putin (o il suo ghostwriter), presidente della Federazione russa.

Il pezzo è estremamente interessante, ma ovviamente in geopolitica non va commesso l’errore di credere che sia un articolo scientifico, quasi che Putin voglia farci conoscere qualcosa, informarci. È invece, come ogni questione di potenza, un testo “geopolitico”, ovvero pedagogico (e propagandistico), non ci dice cosa l’autore conosce, o cosa il popolo russo conosce, ma cosa crede e deve credere, è pedagogia, pensiero strategico, è pensiero geopolitico della storia. È una percezione della propria potenza (e impotenza), dunque tutto tranne che accademico.

Nel leggere perciò la rievocazione delle dinamiche storiche ivi delineate da Putin, che hanno portato alla differenziazione di russi e ucraini, si deve cogliere non ciò che è vero (o meno), ma ciò che è funzionale al progetto russo, alla traiettoria che sta seguendo.

Qual è dunque il cuore del pensiero geopolitico del testo? L’identità ucraina non esiste. Punto. Esiste al massimo una declinazione della russità, che è appunto la vera traduzione di ucraino, cioè piccolo-russo. Seconda osservazione da fare, Putin non parla mai solo di ucraini, ma di russi, ucraini e bielorussi. Perché appunto sono la stessa cosa, una stessa identità. Questo inoltre è molto utile per capire come non sia possibile analizzare ciò che i russi fanno in Ucraina senza legare vicendevolmente queste azioni a quelle rivolte alla Bielorussia.

Dall’artico al Mar Nero è un’unica patria con un unico confine, quello del mondo russo, della grande nazione russa. La storia a questo punto viene piegata per dimostrare la tesi. La Rus’ di Kiev, l’ormai mitica progenitrice della Russia, diventa, nell’articolo, non solo il primo stato slavo orientale compiuto della storia, ma anche compatto dal punto di vista etnico e religioso, racchiudente l’unità “innocente”, ovvero non divisa, di russi, ucraini e bielorussi. Era di fatto uno stato già proto-russo.

Quest’unità originaria è stata colpevolmente separata. Qui si entra nella sostanza della percezione geopolitica della storia da parte russo-putiniana. La divisione è frutto di un'opera avversaria, di rivalità strategica. La Polonia prima, poi l’Austria-Ungheria hanno fatto leva sulle divisioni nazionali, ed infine il nemico peggiore, quello interno, come tale in un certo senso traditore, i bolscevichi, nella loro forma leninista (più che stalinista), hanno assecondato lo sviluppo delle nazionalità dentro il campo post-zarista e poi sovietico, ma un impero o performa il dominio, o asseconda le nazionalità… e perde il dominio. Questa la tesi putiniana.

Dallo scritto si può dedurre anche altro, che è in contraddizione con la tesi appena citata, ma lo è solo se si guarda, come suddetto, alla logica accademica e non a quella pedagogica. La politica “nazionale” ha permesso di inglobare terre russe nello stato ucraino. In realtà si potrebbe sostenere che, se gli ucraini sono russi, i russi sono ucraini e se la terra
ucraina è russa, la terra russa è ucraina, ma Putin differenzia tra stato e terra. Dice “terra russa” ceduta allo stato ucraino, si riferisce a Crimea, Donbass, ma anche Bucovina e Transcarpazia. Ovviamente tali cessioni hanno potuto funzionare solo in assenza di un vero stato ucraino, dunque se esso fosse rimasto in fondo, divisione amministrativa. Repubblica sovietica di Ucraina, ma sostanza imperiale russa. Introducendo inoltre nell’immaginata ideale patria russa regioni ai confini occidentali dell’attuale Ucraina (Bucovina e Transcarpazia) il presidente russo conferma l’approccio strategico, perché di fatto sarebbero russe terre agli opposti confini occidentali e orientali dell’Ucraina, sottintendendo che, se sono russi i perimetri di quel Paese, lo è anche il Paese.

Ovviamente fa anche strategia, con quelle terre tenaglia idealmente anche da ovest l’Ucraina, che ambisce di andare fuori dallo spazio russo, la chiude spiritualmente a chiave, non potendo più ora girare la chiave materiale, geografica.

La Transnistria, staterello a “tutela” russa, in fondo serve anche a mantenere russo e assediato il confine dell’occidente ucraino e a fare da porta ovest effettiva del mondo russo, essendo Bucovina e Transcarpazia definitivamente perse, ma appunto la Transnistria puntella a sud la nuova cortina di ferro, fa da spina avanzata della difesa russa e circonda da occidente l’eventuale scivolamento definitivo ucraino verso la NATO (per ora l’Ucraina si è “fermata” ad essere solamente vicina all’Occidente).

Citando “coloro che hanno diviso i russi” di fatto Putin divide tra fedeli alla patria e infedeli, ovvero traditori. L’esempio dei bolscevichi legittima e supporta l’esistenza di traditori interni. Insinuazione utile a distinguere poi tra popolo ucraino/russo e la sua dirigenza, che sarebbe la vera traditrice, facente il gioco delle potenze avversarie e che non solo non porta benessere al proprio popolo, ma che lo spinge anche al tradimento. Così facendo il presidente implementa una captatio benevolentiae verso l’intera popolazione ucraina, russofoni e ucraini in senso stretto, cercando di slegarla da una classe politica di traditori, piccola e fuori dal cuore della nazione.

Questa distinzione è funzionale ad allargare enormemente il campo del possibile eventuale intervento (immaginato come soccorso) russo in Ucraina. Esso servirebbe non solo a difendere i russofoni, ancora grandemente presenti nel Paese, al di là della Crimea ormai annessa e del Donbass disputato, ma di fatto già russo, ma a difendere tutti gli ucraini. L’intero popolo ucraino è pretestuosamente immaginato russo, russofono o filorusso, schiacciato e ingannato da un’oligarchia di traditori. Questi traditori, lascia intendere lo “zar”, vogliono portare in dote all’Occidente la terra russa dell’Ucraina e il popolo russo dell’Ucraina. Il tradimento diventa furto e pegno di baratto. Con ciò si creano tutti i presupposti per un pretesto di intervento, pur non volendo (va sottolineato) ancora usare definitivamente tale pretesto. Ovvero c’è un popolo piccolo russo (ucraino) bisognoso di aiuto.

Aiuto da cosa? Con maggiore o minore frequenza, a seconda dell’intensità della crisi che Mosca sa abilmente innescare, la Russia parla di un futuro attacco ucraino contro i russofoni dell’est del Paese, addirittura paventando il rischio di una Sebrenica ucraina (cioè russa). Sono accuse per ora non dimostrate, ma appunto, la strategia non riguarda la verità, ma le condizioni di potenza. La propaganda è la potenza della parola, le accuse sono le sue munizioni.

A cercare di rafforzare la futura legittimità di un eventuale intervento c’è anche la carta dei passaporti. La Russia ha finora concesso il passaporto russo a circa 650 mila cittadini ucraini del Donbass. Come potrebbe non intervenire in difesa di cittadini ormai russi, lì assediati? Queste mosse, se da un lato preparano un contesto sia retorico che materiale per legittimare un eventuale uso della forza, non sono però sufficienti a fare previsioni scientifiche su un intervento militare nel breve-medio periodo. Si può solo far notare che Putin verso la fine dell’articolo parla di comunità nazionali di fatto (ora) distinte, ma non distinte identitariamente, solo di fatto appunto. Lascia intravedere inoltre, come estremo confine difensivo, che quand’anche le comunità fossero realmente, ormai, diverse, prenderne atto non vuol dire ipso facto accettare i confini attuali per quello che sono...

Questo articolo riguarda il soft power, la definizione geopolitica dell’elemento russo, che come tale viene esteso a quello ucraino (e ovviamente bielorusso), ma va precisato che strategicamente il fattore spirituale della potenza vale appunto se è funzionale alla potenza effettiva. Lo spazio ucraino servirebbe alla Russia anche se non fosse abitato da russi. Rivendicare gli ucraini alla storia identitaria russa serve ad aiutare questo obiettivo. Così come già avvenuto in Crimea, necessaria alla difesa russa a prescindere che ci fosse la minoranza tatara, a prescindere addirittura che lì ci potessero essere molti meno russofoni di quanti ce ne sono effettivamente.

Il fatto che l’Ucraina appartenga realmente alla percezione identitaria dell’elemento russo sicuramente conferma e rafforza la strategia. Dà sangue alla carne geopolitica. Rende emotivo, mitico, l’approccio geopolitico, ma non lo crea. Per questo l’articolo, preso di per sé, parlando di fattore percettivo, identitario e storico, non permette di dedurre scientificamente sulle azioni militari della Russia, ma permette di ragionare, questo sì, sul fatto che in Ucraina la Russia si gioca la difesa strategica e l’identità storica. Ovvero sia i muscoli che il sentimento. Urtarla in entrambi è la vera linea rossa putiniana.

I russi, definitivamente privati dell’Ucraina e degli ucraini, sarebbero in fondo meno russi, la loro autocoscienza ne risentirebbe nell’intimo, e questo provocherebbe, se possibile, un’ulteriore acuirsi, non certo uno spegnersi, della percezione russa di un Occidente famelico, da cui difendersi. Fino a che punto difendersi?

Foto: Cremlino

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