Ombre scure sul futuro del Caucaso

(di Andrea Gaspardo)
23/01/23

Mentre l'attenzione del mondo intero è concentrata sull'evolvere della Guerra Russo-Ucraina, nelle lande del Caucaso si sta consumando una crisi finora bellamente ignorata che, se dovesse concludersi nel peggiore dei modi, rischierebbe di mettere a nudo una volta per tutte tanto il pressapochismo dell'Occidente nell'affrontare questo tipo di conflitti quanto la plasticità dei sovente strombazzati a vanvera “valori universali” del medesimo; specialmente in questo caso in cui uno dei contendenti è fiancheggiato (utilizzo deliberatamente questo termine di allusione “mafiosa” perché di questo si tratta) da un paese che formalmente fa parte della NATO ma che da anni lavora per crearsi un'area di egemonia che è completamente in antitesi con i più basilari interessi nazionali dell'Italia.

L'ho scritto un'infinità di volte e non smetterò mai di farlo: stiamo parlando della Turchia. Come dicevo poc'anzi, ci troviamo nel Caucaso e lo scenario è quello dell'ancora irrisolto conflitto del Nagorno-Karabakh, nel frattempo estesosi di fatto all'intero territorio della Repubblica d'Armenia che, sotto la pressione congiunta turco-azera, rischia di scomparire dalla mappa geografica (e visti i trascorsi storici di poco più di un secolo fa, ciò ha l'alta probabilità di trasformarsi in un secondo Genocidio per il popolo armeno).

A partire dal 12 di dicembre del 2022, la parte residuale del territorio del Nagorno-Karabakh (anche noto come “Repubblica dell'Artsakh”) non ancora rioccupata dall'Azerbaigian a seguito della guerra del 2020 e dei successivi accordi di armistizio sponsorizzati dalla Russia, è sottoposta ad una sorta di “assedio” da parte di masse di manifestanti azeri che hanno bloccato l'unica strada di collegamento esistente tra essa e l'Armenia propriamente detta.

Ufficialmente le manifestazioni sono state descritte dalla stampa di regime azera come “ecologiste”, tuttavia è assai curioso che gli organizzatori abbiano scelto come palcoscenico per inscenare le loro proteste proprio il corridoio di Lachin e non la penisola di Absheron che, dopo oltre un secolo di Storia dell'industria petrolifera locale è stata profondamente segnata dall'inquinamento chimico.

Inutile a dirlo, hanno ragione i maligni a ritenere che dietro a questa manovra di “guerra ibrida” ci siano le autorità di Baku che, con sapiente furbizia, utilizzano i cosiddetti “manifestanti” per mantenere alta la pressione sia nei confronti degli armeni nagornini (circa 120.000 anime rimaste nei loro territori ancestrali nonostante la minaccia di annichilimento da parte delle autorità azere).

Singolare il fatto che la Turchia non abbia perso tempo a manifestare la sua totale vicinanza ai manifestanti ed allo stato azero. Scelta singolare per una “manifestazione ecologista” che non fa che accreditare ulteriormente i sospetti di quanti ritengono che il tutto non rappresenti altro che l'ennesima manfrina pilotata dal “satrapo” dell'Azerbaigian, Ilham Aliyev.

Ancora una volta, l'autocrate di Baku si sta dimostrando un eccellente opportunista nell'organizzare crisi geopolitiche pilotate a suo esclusivo uso e consumo nel mentre il mondo è distratto da altre emergenze più o meno gravi e può destinare all'area caucasica solamente il “residuo” delle energie. È così in particolar modo per la Russia, de facto l'unico “protettore militare” dell'Armenia, la quale è attualmente impossibilitata ad intervenire nell'area caucasica perché costretta a concentrare tutti i suoi sforzi in Ucraina. Per non parlare dei vari paesi occidentali (Italia tristemente inclusa) che hanno tutti preferito prendere una posizione sostanzialmente filo-azera sacrificando quei “valori occidentali irrinunciabili” che tanto vengono sbandierati quando si tratta di parlare di Ucraina e poi bellamente ignorati quando fa comodo

 La sfrontatezza degli azeri e dei loro fiancheggiatori turchi è poi tristemente agevolata anche dal fatto che, ancora scioccato dalla sconfitta militare del 2020, lo stato armeno fatichi ancora a formulare una nuova strategia di contenimento degna di questo nome mentre qualsiasi tentativo di riforma (a questo punto disperatamente necessaria!) delle Forze Armate Armene è stato sistematicamente silurato dallo stesso primo ministro Nikol Pashinyan che da anni sembra più impegnato a preservare pervicacemente il suo potere che non a proteggere il suo paese ed il suo popolo dalle nubi scure che si stanno stagliano sopra le vette del Caucaso e non lasciano intravvedere nulla di buono per i prossimi anni.

Foto: AZERBAIJAN STATE NEWS AGENCY

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