La politica da cortile risponde agli interessi nazionali?

(di Julian Carax)
31/01/21

La scena politica italiana degli ultimi giorni spicca per diversi aspetti; innanzi tutto per il ribollire di una crisi istituzionale dai contorni indefinibili, e per i sussulti impressi dalle scosse che giungono dal più vasto complesso della politica estera e dalle inevitabili connessioni che la stessa intesse con gli indissolubili vincoli finanziari e commerciali.

Rimanendo nell’ambito del Mediterraneo allargato, locuzione per molti assimilabile a quella data da Alessandro Baricco per definire il jazz (“se non sai cos’è, è jazz”), il Golfo Persico continua ad essere animato dal latente conflitto tra Arabia Saudita e Houthi yemeniti. Mentre Isis torna a colpire a Baghdad, Riyadh continua ad essere oggetto di incursioni aeree presumibilmente condotte con droni, mezzi già ampiamente usati nell’attacco all’Abha International Airport dell’agosto 2020, e contro gli impianti di Saudi Aramco di settembre 2019. In relazione agli ultimi eventi, è da notare sia la nota di condanna verso gli Houthi rilasciata da Doha, chiaro segnale di riconciliazione dopo l’embargo totale cui è stato sottoposto negli ultimi anni il Qatar, sia la rivendicazione irachena da parte della Brigata al-Wa’ada al-Haq1, gruppo non noto.

Una prima considerazione a più ampio spettro riguarda l’ipotesi per cui l’entrata in carica dell’amministrazione Biden abbia indotto comunque molti Paesi della regione mediorientale ad assumere posizioni politicamente più polite di fronte agli USA, mentre altre forze locali tentano di minare il quadro complessivo. Nel delinearsi delle dinamiche conseguenti all’ascesa del nuovo Potus, si innesta la comunicazione diretta intercorsa tra il segretario di Stato Anthony Blinken ed il ministro di Maio, probabilmente motivata da una crisi che inibisce contatti istituzionali con un presidente dimissionario ma che tuttavia certifica un ruolo preminente attribuito alla Farnesina dal governo USA, e riconosce la rilevanza dell’altro dicastero tecnico per eccellenza, la Difesa, il cui ministro, Guerini, sembra aver positivamente impressionato Lloyd Austin, nuovo responsabile del Pentagono, specie in occasione dell’ultima visita in Afghanistan, e che non ha lesinato complimenti ed ulteriori telefonate all’omologo italiano.

Quel che traspare sembra essere la necessità di porre termine alle ambiguità degli ultimi esecutivi italiani in tema di politica estera, a cominciare dalla Cina per giungere alla Russia di Putin, con un chiaro caveat destinato ad incidere significativamente sul principio di non ingerenza; si apre dunque il sipario su un proscenio in cui lo spazio politico, per l’Italia, è tutto da conquistare, dove nulla può essere dato per scontato, ed in cui i rapporti con altri partner, specialmente se di data più recente ed in ambita posizione egemonica (Cina) saranno attentamente vagliati.

Già nelle ultime settimane, diversi segnali avevano evidenziato che gli stop alle forniture belliche da parte americana, alla luce dei recenti Accordi di Abramo, mentre non avrebbero inciso nei rapporti con Abu Dhabi (tuttavia ora quanto mai dubbiosa), avrebbero potuto costituire un preavviso di cambio di rotta verso Riyadh, benché Blinken abbia tenuto a precisare che “è tipico all’inizio di una nuova amministrazione rivedere qualsiasi vendita di armi in sospeso”; le perplessità, tuttavia, permangono, vista la scarsa considerazione di cui godono i Sauditi in seno all’amministrazione Biden, che non esclude peraltro la desegretazione del report riguardante l’omicidio Khashoggi.

Tornando all’ambito Difesa, c’è da rimarcare l’attenzione prestata alla cooperazione industriale con “la crescente sinergia nel settore industriale... ed una collaborazione industriale, attraverso la quale le principali eccellenze italiane possono esprimere la loro competitività sul mercato statunitense...”. Da rammentare, a tal proposito, la missione in cui è impegnata Nave Cavour, diretta negli USA per certificazione ed imbarco degli F-35 in versione decollo corto ed atterraggio verticale.

Tenendo a mente queste varie ottiche torniamo a politica estera, finanziaria ed export bellico.

Fermare le esportazioni di armamenti è utile? In linea di massima, azioni di questo tipo conducono a poco, specialmente se l’export militare è portato a soggiacere ad aspetti ideologici ed a conformismi soprattutto se posti in relazione al fatto che manca un effettivo strumento legale atto a supportare l’industria nel suo export, mentre, in aggiunta, si profila l’emanazione di vincoli ancora più stringenti volti all’accertamento dei requisiti richiesti ex lege, cosa che porterebbe ad escludere da un mercato più che redditizio e foriero di sviluppi riguardanti la ricerca e lo sviluppo, anche Paesi alleati.

Nella considerazione che nelle relazioni internazionali ed in quelle finanziarie non esistono caselle vuote ma posizioni da riempire, questo porta ad una prima conclusione, ovvero che i casi di EAU ed Arabia Saudita, per quanto ci riguarda, evidenziano il bisogno di porre mano in senso lato ad una questione che incide, pesantemente, sia sugli aspetti industriali sia su quelli relazionali in termini di politica estera, specie se e quando condizionati da querelle riguardanti sia esclusivamente la politica interna del Paese (vd. la recente vendita delle UUNN Fremm all’Egitto), sia l’effettiva competenza tecnico/politica/amministrativa della classe dirigente.

Il provvedimento sospensivo preso dall’Italia, peraltro a poche ore dal ritorno di un Matteo Renzi2 in versione conferenziere proprio dall’Arabia Saudita, riguarda 6 licenze, di cui una rilasciata dal Governo Renzi (MAE 45560) e relativa a quasi 20.000 bombe aeree, per un valore di oltre 400 milioni di euro. Va detto che già con il governo Conte 1, nel luglio 2019, fu adottata una risoluzione votata dal Parlamento, che sospendeva le licenze di esportazione di bombe e missili verso Arabia Saudita ed EAU per 18 mesi, salvo prolungare lo stop nel dicembre 20203 ampliando le limitazioni, con la sospensione delle nuove licenze e revocando quelle in vigore che, dunque, non potranno più essere riattivate. In ogni caso, la nuova presidenza americana, decisamente più contraria alle esportazioni di armi all’Arabia Saudita rispetto al passato, anche in virtù del possibile rilassamento delle relazioni con l’Iran sponsor degli Houthi, sta spingendo i Paesi come l’Italia a procedere con il blocco delle esportazioni.

Guardando as usual solo ed esclusivamente alla politica da cortile, è partita la corsa per aggiudicarsi l’alloro di sospensore. In una generale esultanza incondivisa tra i componenti dell’attuale maggioranza, permane la fondata sensazione che, sul tema, l’Italia resti immobile in un approccio ideologico non rispondente agli interessi nazionali ed estremamente penalizzante per i pochi asset produttivi e competitivi del Paese.

1 la Brigata della Giusta Promessa

2 membro del comitato consultivo dello Future Investment Initiative controllato dalla famiglia reale

3 Istanze M5S e PD

Foto: Facebook