La flotta turca: minaccia o pilastro della difesa euro-mediterranea?

(di Renato Scarfi)
28/10/20

Il rapporto fra la Turchia e l’Europa è cambiato nel corso degli ultimi anni. È, infatti, innegabile che la Turchia che conoscevamo pare essersi dissolta dopo il fallito colpo di Stato del 2016, anche se la deriva sovranista del suo presidente era già iniziata nel 2013. Sembra passata un’era geologica da quando i Consigli europei degli anni 2003-2004, con all’ordine del giorno il processo di adesione di Ankara all’Unione Europea, vedevano spesso la presenza di Erdoğan, accolto con tutti gli onori. Il suo partito, l’AKP, si presentava allora con la vocazione di conciliare le masse rurali e conservatrici turche con lo Stato moderno, portandovi i suoi valori religiosi ma con approccio laico. Nonostante alcuni aspetti da chiarire, la democrazia turca sembrava allora sufficientemente matura perché si potesse valutare un inserimento del Paese nel sistema europeo.

Con i suoi 80 milioni di abitanti, una collocazione geografica di paese-cerniera tra Europa e Asia, tra Mediterraneo e Mar Nero, e una prossimità ravvicinata con la Russia, la Turchia è ottimamente posizionata per un ruolo geopolitico stabilizzatore di rilievo. Ciò nonostante, negli ultimi anni Ankara, per effetto della politica spregiudicata e aggressivamente espansionistica di Erdoğan, ha fatto sollevare numerose perplessità in merito al suo ruolo nell’area euro-mediterranea e, in particolare, sulle questioni marittime, strettamente correlate all’economia e alle risorse energetiche.

Proprio per questo motivo vale la pena di dare un’occhiata alla flotta d’altura che, sul mare, sta attuando la politica assertiva di Ankara.

La flotta e i programmi di riarmo

Negli ultimi anni le vecchie unità simbolo della Guerra Fredda, che avevano contribuito a sorvegliare il passaggio dal Mar Nero al Mediterraneo, sono state sostituite da una nuova generazione di navi militari. I cantieri turchi hanno, infatti, cercato di recuperare il gap tecnologico che li separava dagli alleati della NATO, grazie soprattutto al trasferimento di tecnologia che ha reso possibile il varo di alcune unità moderne e competitive.

Al momento la Türk Deniz Kuvvetleri, la flotta turca da guerra, ha la disponibilità di 8 fregate da 4.100 t classe “Gabya” (foto) di origine statunitense (classe “Oliver Hazard Perry”), ammodernate nel 2007 ed equipaggiate con un sonar moderno, cannoni Leonardo da 76 mm, missili antinave Harpoon, missili antiaerei e siluri Mark 46 o Mark 50. Queste unità possono, inoltre, alloggiare un elicottero SH-70 Seahawk.

Alle predette si aggiungono 4 fregate classe “Barbados” da 3.400 t, versione migliorata della classe “Yavuz” (delle quali rimangono operative 4 vecchie unità), equipaggiate con un cannone Leonardo da 127 mm, missili antinave Harpoon e antiaereo Sea Sparrow. Possono imbarcare un elicottero AB-212 ASW per la lotta antisommergibile.

Tra le unità più piccole vanno ricordate le 4 corvette lanciamissili classe “Ada” da 2.300 t, armate con un cannone Leonardo da 76 mm, 8 missili antinave Harpoon, 21 missili RAM antiaerei (Rolling Airframe Missile, una versione del Sidewinder) e 6 tubi lanciasiluri da 324 mm per i siluri Mk 46 mod 5. L’unità può, inoltre, alloggiare un elicottero SH-70 Seahawk. L’aspetto di interesse di tali unità è che l’ultima di queste, il Kinaliada (F-541) è equipaggiata con missili da crociera Atmaca, di fabbricazione turca. Si tratta di un missile che, nella pianificazione di Ankara, dovrebbe sostituire gli statunitensi Harpoon su tutte le unità della flotta. Per questo tipo di unità navale, inoltre, sembra siano già arrivate manifestazioni di interesse da parte delle marine militari di Indonesia, Malesia, Pakistan, Bangladesh, Ucraina e … Canada.

La flotta turca è poi completata da 8 sommergibili diesel-elettrici da 1.500 t (classe “Gür” e “Preveze”), per uso prevalentemente costiero e ormai giunti a più di metà della vita operativa, 4 sommergibili diesel-elettrici d’attacco classe “Ay” da 1.180 t che, rimodernati nel 2011, dovrebbero essere progressivamente ritirati con l’entrata in servizio dei nuovi sommergibili d’attacco tipo 214/1200 a propulsione anaerobica. I sei nuovi sommergibili saranno costruiti presso i cantieri di Gölcük, su licenza tedesca. Con una velocità di 20 nodi saranno armati con 14 missili Sub-Harpoon e siluri da 533 mm. Il primo di questi dovrebbe entrare in servizio a fine 2020. Il secondo battello nel 2022 e gli altri quattro nel 2025.

Ma l’unità di punta è l’unità d’assalto anfibio Anadolu (foto), che dovrebbe finire l’allestimento ed entrare in servizio nel 2021. Si tratta di una Landing Helicopter Dock (LHD) di circa 27.560 t per 232 m di lunghezza, sul tipo della spagnola Juan Carlos I (L-61). L’unità presenta uno sky-jump per consentire il decollo di velivoli STO/VL, progettato per le operazioni di volo dei velivoli F-35B (versione navale), dato che la Turchia ha aderito al programma statunitense Joint Strike Fighter.

Ad ogni modo, non va sottaciuto che lo scorso anno gli USA hanno sospeso proprio la fornitura degli F-35, a causa dell’acquisto turco di armamento antiaereo russo (S-400). Un fatto non irrilevante se si considera che, al momento, non esiste nessun altro velivolo in grado di sostituire l’F-35B, eccezion fatta per i russi Su-27K (o l’equivalente cinese J-15) e il vecchio MIG-29K che, però, non hanno caratteristiche stealth e necessitano di un ponte di volo decisamente più lungo per il decollo. In mancanza di aerei da imbarcare le capacità operative del Anadolu saranno pertanto fortemente limitate.

Stesso discorso vale per l’unità gemella, il Trakya, la cui costruzione era già pianificata ma che, in mancanza di velivoli, appare compromessa. Neanche l’industria nazionale può sopperire a queste lacune, dato che il programma di un caccia turco stealth, il TF-X, nonostante siano passati 10 anni dall’avvio, di fatto non è arrivato ad alcunché di concreto e, quindi, la realizzazione di una sua versione navale appare ancora più lontana. Di conseguenza, permanendo l’attuale postura turca e il blocco statunitense degli F-35B, per ottenere dei velivoli la Turchia dovrebbe avviare una cooperazione con Paesi “esterni” alla NATO (Cina? India? Russia?) per lo sviluppo di un moderno caccia STO/VL da imbarcare, ma ciò richiederebbe non meno di dieci o quindici anni, prima di avere una macchina con un minimo di affidabilità operativa. Tale traguardo permetterebbe alla Turchia di avere un gruppo aeronavale moderno, in grado di effettuare l’indispensabile proiezione di potenza per concretizzare la politica marittima “Patria Blu” (Mavi Vatan), ideata dall'ammiraglio in congedo Cem Gürdeniz, con la quale Ankara ha avviato una nuova "diplomazia delle cannoniere", tesa a proteggere in modo aggressivo i suoi confini e interessi marittimi con ogni mezzo.

Ma, negli attuali piani turchi, la protezione dei confini e degli interessi nazionali passa anche attraverso il raggiungimento dell’indipendenza dai principali fornitori di armamento navale, come gli Stati Uniti, anche sotto il profilo della manutenzione e della disponibilità di parti di ricambio. Proprio in quest’ottica nel 2004 Ankara ha lanciato un grande programma navale denominato MILGEM (Mili Gemi = Naviglio nazionale), di cui il già citato missile antinave Atmaca e il sistema di combattimento Genesis, imbarcato sulle fregate classe “Gabya”, sono l’esempio più evidente, insieme alle già citate corvette classe “Ada” (in servizio - foto), alle fregate classe “Istif” da 3.000 t, la cui prima unità (Istanbul) di quattro complessive dovrebbe entrare in servizio nel 2021 e le altre tra 2022 e 2024, e alle cacciatorpediniere TF-2000 (ancora in fase di progettazione), pensate per la difesa antiaerea di zona e la difesa anti-missile balistico. Anche il radar di scoperta aerea dovrebbe essere progettato e realizzato in Turchia.

Infine, da segnalare la manifestazione della volontà del presidente Erdoğan di dotare la Turchia di armamento atomico, nonostante Ankara sia tra i sottoscrittori del Trattato di non Proliferazione Nucleare (dal 1980), come ha evidenziato nel 2019 un interessante e circostanziato articolo del New York Times1, pubblicato nell’assoluta indifferenza degli analisti internazionali e degli ambienti politici, in particolare italiani. Ciò fornisce un’ulteriore indicazione della volontà turca di usare un approccio alla politica estera non solo muscolare ma anche aggressivo perché dimentico degli impegni per la stabilità regionale e mondiale.

Mavi Vatan ovvero gli interessi economici sul mare

Come noto, lo strumento militare (in particolare quello navale) è uno dei mezzi di cui uno Stato si avvale per supportare la propria politica estera.

In tale ambito, negli ultimi anni Erdoğan si è comportato come un dominus, spostandosi verso toni più schiettamente nazionalisti ed ergendosi a successore di quel che resta del califfato. Probabilmente anche per arginare l’erosione dei consensi all’AKP egli deve far appello al sentimento nazionale per continuare a beneficiare di una rendita elettorale. Ciò nonostante ha anche bisogno dell’appoggio del partito di estrema destra MHP per assicurarsi una maggioranza in Parlamento. La sconfitta alle elezioni comunali del 2019, in particolare a Istanbul, ha accentuato questa tendenza. Ecco, quindi, la già citata Mavi Vatan, che ha portato a una graduale e progressiva escalation della tensione politica e militare, mandando dapprima delle navi a effettuare delle prospezioni in aree marittime contese relativamente poco interessanti dal punto di vista idrogeologico o mandando navi militari a proteggere le proprie trivellazioni in un tratto di mare a sud dell’isola di Cipro. Qui, però, ha passato il segno perché l’area in questione si trovava a sud dell’isola di Cipro e lontano dalla costa turca, ciò che ha reso oggettivamente difficile sostenere la tesi di Ankara che le navi turche operassero all’interno della piattaforma continentale turca. Le provocazioni militari, religiose e politiche sono poi continuate nel 2020 con intensità crescente (vedi articoli precedenti), fino alle sconcertanti, provocatorie e aggressive dichiarazioni del 26 ottobre, in relazione all’omicidio del professore francese. Dichiarazioni che hanno attirato svariate e profonde critiche da buona parte della comunità internazionale.

Tuttavia, se da un lato è preoccupante che la Turchia abbia imboccato la strada di una politica di potenza sempre più difficilmente conciliabile con le attese dei suoi tradizionali alleati, l’atteggiamento che preoccupa maggiormente, e che diffonde una densa nebbia di incertezza sul futuro, è che Erdoğan stia perseguendo con assiduità la politica dei ‘due forni’. Dall’acquisizione di armamento russo, paradossalmente ideato proprio per contrastare la NATO (S-400), al ricorso a tecnologia nucleare russa (Akkuyu) o, nonostante alcune asperità, all’intensità dei rapporti con Mosca, di cui l’astensione dalle sanzioni applicate dall’Occidente in relazione alla Crimea è solo un indicatore.

Erdoğan, quindi, sia sotto il profilo militare che politico, è diventato un protagonista spesso imprevedibile, in quanto non rinnega né i rapporti (sempre più difficili) con l’Unione Europea né quelli (altrettanto ambigui) con la NATO, ma si muove con spregiudicatezza lungo le due direttrici Occidente e Russia, “sparigliando” le carte nell’Alleanza Atlantica e antagonizzato gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

L’UE e la NATO

L’Europa, sempre più politicamente muta e sorda, continua a fare un’enorme fatica a misurarsi con la dimensione del potere nelle relazioni internazionali. Pur trovandosi al centro di un quadro geopolitico in rapida evoluzione, é bloccata nelle possibili iniziative estere a causa di ciniche e opportunistiche divisioni politiche, la cui visione non va oltre egoistici interessi di parte o le prossime elezioni nazionali (esempio i Paesi Bassi). Ormai strategicamente cieca non riesce a organizzare una credibile risposta né politica né militare tant’è che, per esempio, continuano a giungere armamenti in Libia, scortati da unità navali turche, nonostante l’embargo onusiano. Una Turchia che, anche in Libia, sta giocando un’accorta partita di espansione, il cui ultimo successo (in ordine di tempo) è l’incarico di addestrare gli equipaggi delle motovedette libiche al pattugliamento dell’area di ricerca e soccorso di competenza. Un incarico che, fino allo scorso settembre, era assegnato all’Italia.

La Turchia rappresenta certamente un importante punto di riferimento per la gestione dei delicati equilibri dell’area mediterranea, da sempre crocevia d’interessi economici e politici, e ora afflitta anche dalla difficile gestione dei flussi migratori, con tutte le profonde implicazioni sociali che ciò implica. Ciò nonostante, l’approccio degli ultimi anni di Erdoğan ha fatto sorgere in più di un alleato un dubbio atroce: Ankara rappresenta ancora un importante pilastro dell’architettura di sicurezza della NATO o, piuttosto, ne rappresenta l’anello debole e, potenzialmente, un’ulteriore minaccia alla stabilità europea e del Mediterraneo allargato?

Anche se la risposta a questo quesito è nella mani di Giove, e di Erdoğan, la NATO potrebbe essere un efficace strumento per mantenere vivo il dialogo con Ankara. Uno strumento che vanta una comprovata, lunga e fin qui sincera collaborazione sia in ambito politico che militare. Ciò anche se, negli ultimi tempi, l’Alleanza sta attraversando un periodo non facile, con alcuni delicati temi che sono tornati prepotentemente in agenda. C’è innanzitutto la questione della ripartizione dei costi militari, un argomento già più volte sollevato dai suoi predecessori ma che Trump ha riportato all’attenzione degli alleati con il suo solito modo ruvido e, per questo, indisponente. C’è poi il tema del disorientamento europeo di fronte a un atteggiamento statunitense che viene spesso visto come erratico. C’è, infine, il rischio che la stessa Europa, nel tentativo di “scuotere” l’Alleanza, finisca in realtà con il picconarla, intaccando così un prezioso patrimonio comune, che ha efficacemente assicurato la difesa e la sicurezza europea per decenni.

Tenere aperti ragionevoli canali di dialogo con la Turchia potrebbe permettere alla NATO di raggiungere un triplo scopo. Innanzitutto evitare l’ulteriore deriva sovranista di Ankara, in secondo luogo, recuperare i suoi rapporti con l’Occidente e infine, ultimo ma non ultimo, raggiungere i primi due obiettivi permetterebbe di rinsaldare i legami tra alleati, evitando che le questioni sul tappeto possano approfondire le crepe di un rapporto che si è dimostrato fondamentale per la sicurezza di tutti. Uno scenario in cui Erdoğan si allontanasse ulteriormente, continuando a veleggiare verso altri lidi, potrebbe accentuare le attuali difficoltà dell’Alleanza, con conseguenze potenzialmente molto gravi sulla stabilità internazionale.

Da parte UE, invece, lo strumento che potrebbe essere attivato per riportare la Turchia a più miti consigli sarebbe di natura economica e finanziaria, dato che il 70% dei debiti delle imprese turche è gestito da mani europee. Tuttavia, se l’Europa decidesse di applicare sanzioni ne subirebbe comunque dei danni, dato che è fortissimo l’indebitamento delle imprese turche nei confronti delle banche europee e che, nel Paese, sono basate circa 800 imprese italiane, altrettante tedesche e svariate di altri Paesi europei. Da parte sua, la Turchia nei confronti dell’UE ha a disposizione un arsenale con potenti strumenti di pressione strategici e di ricatto, quali l’espulsione dei jihadisti europei verso i paesi di origine (i foreign fighters catturati all’indomani della sconfitta territoriale dell’ISIS), il controllo dei flussi di profughi via terra (attraverso la penisola anatolica e i Balcani) e, dall’ottobre 2020, anche il sostanziale controllo via mare (con la “supervisione” delle operazioni delle motovedette libiche). Ne sono prova le continue dichiarazioni di Erdoğan che lasciano intravvedere la possibilità di incoraggiare nuovi massicci flussi di migranti verso l’Europa, se l’UE non dovesse ottemperare ad alcune sue attese. Il disinvolto ricorso all’intimidazione migratoria, in particolare, evidenzia la spregiudicatezza con la quale Erdoğan sfrutta ogni minima possibilità per riportare le sue ambizioni al centro del discorso.

Minaccia o pilastro della difesa euro-mediterranea?

Abbiamo visto che, sotto il profilo militare navale, le direttrici economiche e di politica marittima indicate da Erdoğan stanno lentamente portando la Turchia a riorganizzarsi con nuovi mezzi che assicurino la proiezione di potenza, cercando al contempo di rendersi indipendente sia per quanto riguarda la cantieristica che la fornitura dei sistemi d’arma. Per i velivoli da imbarcare la strada si presenta decisamente in salita, visto il vantaggio tecnologico raggiunto dall’Occidente, ma ciò non vuol dire che non possa essere colmato in un decennio o poco più, con l‘eventuale aiuto industriale “disinteressato” di qualche nuovo alleato esterno alla dimensione atlantica.

È, quindi, chiaro che la Marina militare turca non appare al momento in grado di impensierire, sotto il profilo tecnico-operativo, le principali marine europee. Ciò nonostante, l’esiguità delle forze trova nell’aggressività un fattore moltiplicatore, anche se a rischio di eventuali estreme conseguenze. In tal caso, essendo già abbastanza politicamente isolata nel Mediterraneo, con Il Cairo e Atene apertamente opposte ad Ankara, e con un traballante impianto giuridico a sostegno delle sue pretese, un’eventuale anche limitata scaramuccia armata vedrebbe la posizione della Turchia ulteriormente indebolita e lo scacchiere ulteriormente destabilizzato.

È, pertanto, quanto mai importante fare ogni sforzo possibile per cercare di riportare la Turchia a essere un elemento di equilibrio nel teatro mediterraneo. Per farlo, dovremo mostrare fermezza nei confronti di Ankara, laddove riteniamo che le sue iniziative (o dichiarazioni) siano inaccettabili, ma dovremo anche reagire in maniera proporzionale e progressiva, evitando di innescare una escalation che non gioverebbe a nessuno. Ed Erdoğan sa benissimo che, con molta probabilità, non potrebbe sopravvivere politicamente se venisse percepito o etichettato come una minaccia da parte della comunità internazionale.

Nel paese, infatti, esiste un sano e laborioso ceto medio al passo con i tempi, una folta popolazione giovane connessa con il mondo, decine di intellettuali di tutto rispetto, che certamente nutrono sentimenti patriottici ma che non vogliono distaccarsi da un Occidente che ha loro permesso di crescere economicamente e tecnologicamente, protetti dall’ombrello della sicurezza NATO.

Le elezioni amministrative dello scorso anno sono un segnale che non può essere trascurato neanche da un uomo risoluto come Erdoğan. A ciò si aggiunge il fatto che la Marina turca, pur in lenta crescita, non è in grado di sostenere a lungo l’onere di supportare operativamente le rivendicazioni di Ankara.

Erdoğan saprà ascoltare questi segnali e ridisegnare le sue ambizioni espansionistiche, tornando a essere un pilastro della sicurezza euro-mediterranea oppure continuerà a perseguire i suoi fini neo-ottomani, rischiando di portare la Sublime Porta verso un devastante isolamento? Solo il futuro ci darà la risposta.

1https://www.nytimes.com/2019/10/20/world/middleeast/erdogan-turkey-nucle...

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / presidency of the republic of Turkey / NATO

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