Crisi Bielorussa: gli interessi, le opzioni di Mosca e il destino di Lukashenko

(di Andrea Gaspardo)
25/08/20

Dopo aver esaminato, nella mia precedente analisi, la situazione interna ed i fallimenti di Lukashenko nella gestione del paese, passiamo ora ad analizzare la dimensione geopolitica della crisi bielorussa e quali potrebbero esserne gli esiti nel prossimo futuro.

È impossibile analizzare le problematiche geopolitiche ed i giochi di potere che si stanno consumando sulla testa di Minsk senza tenere in considerazione i rapporti privilegiati esistenti tra la Bielorussia e la Russia, così come gli interessi nazionali che la Russia ha in Bielorussia ed attorno ad essa, non dimenticando i trascorsi storici esistenti tra i due paesi.

Come già accennato nell'analisi precedente (v.link), i rapporti economici esistenti tra Russia e Bielorussia sono importantissimi, specialmente per la seconda. La Russia assorbe il 46,3% dell'export della Bielorussia e fornisce il 54,2% dell'import del paese. La Bielorussia è pressoché totalmente dipendente dalla Russia per quanto riguarda le forniture di combustibili ad uso industriale e domestico e lo stesso export della Bielorussia è in buona parte costituito da prodotti petroliferi di origine russa raffinati in Bielorussia, il che rende il paese a tutti gli effetti uno “stato rentier” (stato che vive di rendita). La Russia fornisce inoltre sussidi di vario tipo alla Bielorussia, che ammontano a circa il 10% del PIL di Minsk e contribuiscono a mantenere letteralmente a galla i conti pubblici del regime di Lukashenko.

Esiste poi un'ulteriore dimensione che non sempre è facile da valutare: quella del mercato del lavoro. La Bielorussia non solo è membro di tutta una serie di organizzazioni regionali centrate attorno alla Russia, come la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Unione Doganale Eurasiatica, l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e l'Unione Economica Eurasiatica, ma a partire dal 1999, fa parte insieme alla Russia, della cosiddetta “Unione Statale della Russia e della Bielorussia” della quale abbiamo già parlato nella precedente analisi.

Uno degli aspetti dei quali meno si parla riguardo alla “Unione Russia-Bielorussia” è il cosiddetto “Trattato sugli Eguali Diritti dei Cittadini tra Russia e Bielorussia”. In base al suddetto trattato, i cittadini dei due stati godono di una tutela paritetica in entrambi i paesi per quanto riguarda il mondo del lavoro, quello dell'educazione e dei trattamenti medici. Questo è un punto molto importante perché, dal 1999 ad oggi, ha permesso ai cittadini bielorussi di, letteralmente, “usare la Russia” come surrogato per le manchevolezze del loro paese nei campi sopra citati.

Se la Bielorussia può vantare ancora oggi un tasso di disoccupazione “ufficiale” che non supera le due cifre percentuali è soprattutto grazie al fatto che il mercato del lavoro russo assorbe gran parte della disoccupazione potenziale bielorussa. Non solo, da quando negli ultimissimi anni Lukashenko ha iniziato a portare avanti le sue politiche anti-abortiste, un numero crescente di donne bielorusse ha scelto proprio la Russia, in particolare gli ospedali degli oblast' di Smolensk e Bryansk, per realizzare le proprie interruzioni di gravidanza, visto la maggior liberalità della legge russa in materia.

Una volta raccolti tutti questi elementi, si capisce che la relazione tra i due paesi sia completamente sbilanciata a favore della Russia, e difficilmente sarebbe altrimenti vista la disparità di dimensioni. A titolo esemplificativo, basta ricordare che la Bielorussia assorbe solamente il 4,9% dell'expot di Mosca e fornisce il 5,2% dell'import. Tale differenza di “peso specifico” è magistralmente rappresentata dai negozietti specializzati nella vendita di prodotti bielorussi che si possono occasionalmente trovare nelle grandi città russe e nei quali i Russi si recano soprattutto per comprare il famoso “latte bielorusso” a proposito del quale il noto comico russo Maksim Aleksandrovich Galkin ha creato alcuni dei suoi più memorabili sketch umoristici.

Ragionando da un punto di vista strettamente economicistico, si sarebbe tentati di dire che la Bielorussia possa persino rappresentare “un peso” per la Russia, e i numeri darebbero apparentemente ragione a tale commento tranciante. A ben vedere però, la geopolitica è diversa dall'economia, ed essa ci impone di adottare una prospettiva di più ampio respiro.

Sin dall'epoca medievale della “Rus' Kieviana”, i territori dell'odierna Bielorussia hanno sempre svolto la vitale funzione di “zona cuscinetto” nei confronti di tutti gli invasori che da Occidente hanno tentato di puntare al cuore della Russia e della sua civiltà nel tentativo di distruggere “quello strano Minotauro che le civiltà europee non sono mai riuscite a percepire veramente come parte di loro” per usare le parole allegoriche di Hitler impersonato dall'attore Karl Krantskovski nel film “Белый тигр” (La Tigre Bianca) del regista russo-armeno Karen Georgievich Shakhnazarov.

Una dopo l'altra, le invasioni polacco-lituane dei secoli XV, XVI e XVII, l'invasione del Re di Svezia Carlo XII nel corso della “Grande Guerra del Nord” (1700-1721), l'invasione napoleonica del 1812 e le invasioni tedesche nel corso della “Prima Guerra Mondiale” e della “Seconda Guerra Mondiale” utilizzarono tutte proprio il territorio dell'odierna Bielorussia come trampolino di lancio per puntare al cuore della Russia.

Il fatto che tutte queste invasioni si siano risolte in costosi fallimenti, sembra non insegnare nulla ai nemici della Russia di ogni epoca successiva che continuano imperterriti a seguire la stessa strada inseguendo il medesimo evanescente obiettivo: arrivare alle porte di Mosca.

Proprio le sanguinose lezioni della Storia hanno insegnato ai vari inquilini del Cremlino che il controllo geopolitico (diretto o indiretto) della Bielorussia rappresenta una condizione indispensabile per garantire la sicurezza e la sopravvivenza nazionale della Russia. È pertanto importante affermare, come doverosa premessa, che nel malaugurato scenario nel quale le cose dovessero andare veramente male ed eserciti stranieri finissero per calpestare il suolo bielorusso, è assai prevedibile che i Russi non molleranno mai l'osso e saranno determinati a combattere per tutelare i propri interessi nazionali in quello che essi considerano il loro “Estero Vicino”.

Vista la strategica importanza della Bielorussia per la sua vicinanza geografica a Mosca, cuore politico, demografico ed economico della Russia (a titolo esemplificativo basterà ricordare che Mosca da sola produce la metà del PIL della Russia e, tra residenti e lavoratori pendolari, è attraversata da 40 milioni di persone ogni singolo giorno, su una popolazione totale della Russia che assomma a poco più di 146 milioni di persone) e per la sua funzione di collegamento della Russia stessa con l'enclave di Kaliningrad, si può affermare che, nel caso di attacco esterno diretto a prendere il controllo della sua “sorella minore”, la ritirata non sarà mai un'opzione contemplabile per la Russia; così come non lo sarebbe per nessun altra grande potenza che si trovasse in una situazione comparabile.

Già oggi Mosca e Minsk beneficiano di una profonda integrazione militare. Ufficialmente i Russi posseggono 2 installazioni militari nel territorio della Bielorussia; più specificatamente, il grande complesso radar di Gantsavichy, situato vicino alla città di Baranovichy e gestito dalla 474esima Unità Radio-Tecnica Indipendente, ed il trasmettitore VLF del 43esimo Centro di Comunicazione della Marina Russa, situato vicino alla cittadina di Vileyka. Entrambe rappresentano infrastrutture fondamentali per il dispositivo militare russo dato che il trasmettitore VLF di Vileyka è utilizzato per inviare messaggi cifrati ai sottomarini della Marina Russa in pattugliamento nell'Atlantico mentre il radar di Gantsavichy, del tipo 70M6 Volga, costruito tra il 1985 ed il 2002, è un componente importantissimo e non sostituibile (almeno nel breve e medio periodo) del sistema di difesa anti-missili balistici della Federazione Russa. Al di là di queste due installazioni strategiche principali, c'è però un enorme network di installazioni secondarie e “potenziali” che è difficile da quantificare. Per esempio, in base alle clausole dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, in caso di aggressione esterna, la Bielorussia darebbe completo e libero accesso a tutte le sue basi aeree alla V-VS, le Forze Aeree della Federazione Russa, che infatti contribuiscono sia economicamente che logisticamente a mantenerle efficienti.

L'intero sistema di difesa aerea bielorusso che controlla sia i sistemi radar che quelli missilistici è completamente integrato con quello russo e idem dicasi per le infrastrutture gestite dalle Guardie di Frontiera, sempre in costante coordinamento con le loro controparti moscovite.

Dalla ex-Unione Sovietica, la Bielorussia ha ereditato le strategiche infrastrutture della base militare di Maryina Gorka, situata non lontano da Minsk, che in periodo sovietico rivestivano un'importanza fondamentale per la formazione delle Spetsnaz, le Forse Speciali dell'URSS prima e degli stati post-Sovietici ora, ed è normale per gli “specialisti” delle Forze Armate Russe condurre regolari corsi di aggiornamento ed esercitazioni congiunte con i “colleghi” bielorussi proprio nel suddetto centro.

Un altro settore nel quale la collaborazione tra Russia e Bielorussia non è da sottovalutare è quello della formazione dei quadri militari, dato che una buona parte dei quadri militari delle Forse Armate della Repubblica di Bielorussia ricevono la loro istruzione proprio nelle accademie militari russe in 23 diverse scuole militari ed accademie che fanno direttamente riferimento al Ministero della Difesa della Federazione Russia.

Per finire esiste il settore tecnico-scientifico-industriale che vede le industrie della difesa dei due paese saldamente integrate in una rete comune di fornitori e subfornitori reciproci tanto che alcuni osservatori hanno persino coniato il termine “Complesso Militar-Industriale Russo-Bielorusso”.

Alla luce di quanto visto sino ad ora, è necessario adesso chiederci come vengono percepite oggi a Mosca le proteste di massa che stanno per la prima volta scuotendo il regime bielorusso dalle fondamenta e come agirà il Cremlino per tutelare i proprio legittimi interessi nazionali (perché, per l'appunto, la mole dei dati e dei fatti esposti sopra deve far comprendere a tutti, anche ai lettori ed ai commentatori più russofobi, che gli interessi nazionali russi in Bielorussia sono assolutamente “legittimi”, per non dire “vitali”, al netto degli interessi degli altri paesi).

In merito alla percezione delle proteste bielorusse da parte del mondo dell'informazione russa, i segnali che ci arrivano non sono incoraggianti. Sia i media ufficiali che le immancabili fabbriche di troll, più o meno collegate con il variegato mondo dello “stato profondo” russo, hanno incominciato a bombardare la popolazione russa, anch'essa soggetta ad un drammatico calo di apprezzamento nei confronti della sua leadership politica domestica, con notizie relative a supposti complotti stranieri, come quelle rilanciate dallo stesso Lukashenko. In base a tali notizie, i manifestanti sarebbero, nella migliore delle ipotesi, delle “pecore” che si sono fatte abbindolare dalla propaganda straniera e, nella peggiore, essi stessi agenti anti-patriotici al soldo dei potentati della NATO tra i quali spiccano le immancabili Polonia e Lituania.

Se per Lukashenko la questione è, letteralmente, di vita o di morte, perciò non bisogna affatto stupirsi che egli utilizzi tutte le armi della sua propaganda pur di mobilitare i suoi (ormai scarsi) sostenitori, così come per raccogliere crediti a Mosca, le ragioni di tale narrativa da parte della Russia sono più sottili. Da un lato, c'è la necessità di non farsi sorprendere da eventuali serie operazioni di destabilizzazione portate avanti dai paesi NATO, come avvenne nel 2014 in Ucraina, e, dall'altro, dato che la possibilità che la Russia debba intervenire militarmente sul territorio della “sorella minore” è tutt'altro che irrisorio, la prosecuzione di una campagna vilificatrice nei confronti dell'opposizione e dei manifestanti bielorussi è quintessenziale per tenere mobilitata la popolazione russa e, se le circostanze storiche lo dovessero richiedere, prepararla al peggio.

Ma quanto c'è di vero in tale rappresentazione? In realtà assai poco. Monitorando attentamente le attività della NATO si vede che le uniche azioni che possono “portare acqua” al mulino della propaganda del Cremlino sono le attività sia palesi che coperte del “Centralna Grupa Dzialan Psychologicznych” (traducibile come “Gruppo Centrale di Azioni Psicologiche”), unità facente parte della Forze Speciali delle Forze Armate Polacche acquartierata a Bydgoszcz ed incaricata di fornire informazioni e valutazioni psicologiche e strutturali sulle forze militari e sulla popolazione civile dei paesi nemici al fine di raggiungere obiettivi di natura politica, militare e di propaganda. Dato che già nel corso di “Euromaidan” il “Centralna Grupa Dzialan Psychologicznych” era stato ampiamente impiegato a sostegno delle attività dei rivoltosi/golpisti, si potrebbe essere tentati di credere che ora esso si stia impegnando alacremente per l'organizzazione di una “Belomaidan”. Tuttavia, tale “conseguenza logica” è assolutamente fuorviante.

Come già ampiamente discusso nella precedente analisi avente come oggetto la dimensione domestica della crisi bielorussa, i Bielorussi e la Bielorussia non possono in alcun modo essere accomunati agli Ucraini e all'Ucraina. L'Ucraina è un paese che già molti anni prima di “Euromaidan” era stato infiltrato da ogni dove da “organizzazioni non-governative” di qualsiasi tipo (spesso vere e proprie strutture insurrezionali armate di tutto punto!) e gli Ucraini avevano dimostrato già da oltre un decennio una spiccata propensione ai disordini e alla rivolta sociale (come nel caso della “Rivoluzione Arancione” che portò al potere Viktor Yushchenko nel 2005). Al contrario, i Bielorussi si sono sempre distinti per compostezza sociale ed atteggiamento passivo/attendista nei confronti delle autorità al potere. I gruppi d'opposizione interna sono sempre esistiti ed invero alcune associazioni studentesche si sono dimostrate molto combattive, soprattutto nel tentativo di difendere e propagandare l'utilizzo della lingua bielorussa, ma ogni qual volta tali gruppi hanno alzato troppo l'asticella delle loro pretese venendo percepiti come eccessivamente “anti-russi”, è stata la maggioranza stessa della popolazione a marginalizzarli. Non si deve poi credere che i media e le figure dell'opposizione da anni basate all'estero abbiano una chissà che grande presa sulla cittadinanza dato che spesse volte finiscono per essere percepiti come “asserviti ai disegni stranieri”.

Anche il tentativo di accusare non ben definiti “complotti massonici stranieri” quali origine dei mali correnti del paese è assolutamente riduttivo e sciocco. Le uniche associazioni “para-massoniche” presenti sul territorio del paese sono il “Rotary International” e il “Lions Clubs International” ma tanto le attività dei Rotariani quanto quelle dei Lions sono sempre state sottoposte ad uno strettissimo controllo da parte del KGB/KDB della Bielorussia. Per quanto attiene invece alla massoneria vera e propria, le uniche logge massoniche presenti in Bielorussia in maniera legale sono la loggia N°23 “Alfa e Omega”, la N°25 “Cavaliere Bianco” e la N°38 “Due Aquile”, tutte e tre acquartierate a Minsk ma facenti parte integrante della “Gran Loggia di Russia”. Nessuna delle strutture sopra menzionate gode degli agganci, delle capacità e, soprattutto, della libertà d'azione per organizzare una “Belomaidan”.

Appurato quindi che le argomentazioni utilizzate dalla propaganda russa per eccitare le fobie della propria popolazione si basano letteralmente sul nulla, dobbiamo ora chiederci: coloro che siedono nelle stanze dei bottoni, al Cremlino come nei ministeri e nei centri studio del paese, riescono a misurare il polso reale della situazione in Bielorussia al di là delle balle che raccontano alla loro stessa opinione pubblica?

Fortunatamente, in questo caso, gli indizi che abbiamo a nostra disposizione sono assai più incoraggianti e possono essere scovati analizzando attentamente le prese di posizione pubbliche delle autorità russe.

Benché all'indomani della proclamazione dei risultati delle fraudolente elezioni presidenziali la Russia sia stata tra i primi paesi a complimentarsi con Lukashenko per la sua “rielezione”, l'esplosione e le dimensioni anomale delle proteste hanno fatto capire abbastanza in fretta ai Russi che qualcosa di diverso era capitato questa volta e, nei giorni successivi, la Russia ha assunto una posizione più “defilata”.

Vale la pena di notare in questo delicato frangente le diverse prese di posizione da parte di Pechino e della stessa Mosca. Mentre la Cina infatti ha reiterato il suo appoggio alla leadership del paese (leggi: a Lukashenko), la Russia ha invece adottato una posizione più prudente parlando invece di “garantire la stabilità della Bielorussia nella cornice dei trattati e delle alleanze internazionali”. Certo, il presidente russo Putin non ha negato di aver più volte sentito al telefono il suo omologo bielorusso però, contrariamente a quanto affermato in maniera pressapochista dai media nostrani, Putin non ha affatto promesso a Lukashenko che i militari russi “spareranno sulla popolazione civile bielorussa”. La stessa mobilitazione delle forze armate bielorusse, più volte strombazzata ai quattro venti dallo stesso Lukashenko è stata fino ad ora diretta verso i confini occidentali con Polonia e Lituania utilizzando il pretesto della “mobilitazione della NATO”, ma i carri armati dell'esercito bielorusso non si sono ancora visti per le strade di Minsk o delle altre importanti città bielorusse, segno che anche ai vertici del paese c'è la consapevolezza che utilizzare così a cuor leggero lo strumento militare contro il popolo non è una scelta da prendere alla leggera dato che i militari non possiedono alcun addestramento specifico per gestire situazioni di “disordini civili” a differenza delle forze della milizia (la polizia in Bielorussia utilizza ancora il vecchio nome sovietico). Peggio ancora, dato che, con l'eccezione delle prime due notti dopo le elezioni, le proteste sono state fino ad ora assolutamente pacifiche (altra differenza marchiana rispetto al caso ucraino), ordinare ai militari di leva di sparare contro i civili inermi potrebbe anzi avere l'effetto di provocare delle sollevazioni di massa tra i ranghi dei soldati con conseguenze imprevedibili.

Grazie ai profondi addentellati che hanno all'interno del paese e alla presenza sia diplomatica che di intelligence non solo a Minsk ma anche nelle zone più periferiche, i Russi sanno che a Lukashenko sta incominciando a mancare “il tappeto sotto ai piedi”, tuttavia nicchiano ancora sulla possibilità di “staccargli la spina” per mancanza di un interlocutore serio dalla parte dell'opposizione. Non solo, per poter implementare una strategia efficace sul quadrante bielorusso, è prima necessario che nella stessa Mosca si recuperi una sorta di “unità d'intenti”.

Tutti coloro che nella testa hanno l'idea del potere russo come un monolite che avanza minacciosamente ed inesorabilmente, prendono un granchio colossale. Sin dall'epoca zarista, e passando per quella sovietica, fino ad arrivare ad oggi, i vertici decisionali della Russia sono sempre stati caratterizzati da una sorda (e a tratti persino violenta!) lotta per la supremazia tra i vari centri del potere che oppone l'Ufficio della Presidenza, il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri, l'FSB, l'SVR e chi più ne ha più ne metta. Una conseguenza di questa lotta senza quartiere è la sfiducia reciproca quando non la vera e propria ostilità tra le suddette entità che ha come risultato la difficoltà di prendere delle decisioni rapide ed efficaci, come hanno dimostrato in tutta la loro drammaticità i fatti d'Ucraina del 2014.

Se la Russia vuole veramente vincere a Minsk e non subire una nuova catastrofe geopolitica, è necessario che i sopra menzionati centri di potere dialoghino tra loro e si riuniscano in un'unità di intenti condividendo informazioni ed imbastendo una strategia comune. Tale strategia implica necessariamente la tutela degli interessi vitali della Russia già ampiamente menzionati nella prima parte della corrente analisi che si riassumono con la formula che, “al termine del processo di transizione post-elettorale, la Bielorussia rimarrà comunque all'interno della sfera degli interessi privilegiati di Mosca”.

Per ottenere questo risultato, alla leadership russa si presentano tre possibili scenari, ognuno caratterizzato da un certo grado di rischio:

Appoggiare incondizionatamente Lukashenko: rappresenta la strada più facile e la meno rischiosa nel breve periodo. Essa presuppone che Mosca dia via libera a Lukashenko per attuare la repressione indiscriminata e, se necessario, dia un sostegno occulto o palese al suo regime. Tale piano potrebbe riuscire nell'intento di salvare Lukashenko ora, ma si risolverebbe semplicemente nello spostare il problema nel futuro. Il regime del presidente-padrone di Minsk è già ampiamente screditato agli occhi del suo popolo. Un intervento diretto a suo sostegno porterebbe ad una caduta di prestigio anche della Russia stessa agli occhi dei Bielorussi e ciò va assolutamente evitato. Nel lungo periodo questa strategia porterebbe con se i semi del disastro. Questa scelta rappresenta a mio avviso lo scenario peggiore per la tutela a lungo termine degli interessi della Russia.

Annessione forzata della Bielorussia: già nel lontano 1996, l'oggi defunto colonnello dell'intelligence militare russa (GRU), Anton Surikov, lo specialista delle operazioni eversive delle Forze Speciali Russe, formulò un piano (il cosiddetto “Protocollo Surikov”) in base al quale, nella malaugurata possibilità che la Bielorussia cercasse di aderire alla NATO, la scelta finale della Russia per risolvere la controversia alla luce del fallimento delle iniziative diplomatiche dovrebbe essere un'invasione militare della Bielorussia alla quale seguirebbe una sua incorporazione nella Federazione Russa. Prospettiva da far tremare i polsi, soprattutto ai Baltici e ai Polacchi, e che rispolvererebbe i fantasmi di Georgia 2008 e di Ucraina 2014 ma elevandoli su scala nazionale perché qui non si tratterebbe più semplicemente di “sottrarre dei territori o una regione” ma di sopprimere tout court uno stato indipendente e membro dell'ONU. L'ultima volta che la Russia si cimentò in una simile impresa fu 80 anni fa quando, nel 1940, le tre Repubbliche Baltiche vennero annesse con la forza dall'allora Unione Sovietica dopo essere state occupate un anno prima. Sebbene non totalmente invisa ad una parte dell'elettorato sia russo che bielorusso, una simile iniziativa provocherebbe una tale reazione internazionale da essere assai difficile da valutare. Sicuramente rinchiuderebbe la Russia nel ghetto dei “paesi paria” ma in una condizione, se possibile, peggiore di quella di paesi come l'Iran o la Corea del Nord. Nemmeno potenze che hanno sempre sostenuto Mosca nell'ombra, come per esempio l'India, potrebbero fare finta di guardare dall'altra parte. Una tale azione avrebbe poi l'effetto di provocare la fuga verso altri lidi di tutti gli altri paesi dello spazio ex-sovietico che a questo punto avrebbero serissime ragioni per preoccuparsi della propria stabilità ed indipendenza. Questa scelta risolverebbe alla radice il problema bielorusso ma, visti gli scenari che spalancherebbe, deve essere tenuta necessariamente come ultima spiaggia;

Prendere la guida del cambiamento: questo scenario è il più elaborato di tutti ed anche il più difficile da gestire e realizzare ma, se eseguito con la necessaria astuzia e determinazione, potrebbe rivelarsi quello corretto per ottenere una “win-win situation”, per Mosca così come per il popolo bielorusso. In base a questo scenario, Mosca dovrebbe prendere segretamente contatto sia con l'opposizione bielorussa che con i propri addentellati nello “stato profondo bielorusso” al fine di creare un'alternativa a Lukashenko per poi disarcionarlo al momento opportuno. Per ironia della Storia, Mosca si troverebbe a guidare un'operazione di “cambio di regime” in piena regola. È interessante notare che negli ultimi 10 anni, le élite del Cremlino hanno potuto accreditarsi presso dittatori e regimi autoritari di mezzo mondo proprio grazie alla promessa di “proteggerli” da questo tipo di minacce paventate dall'Occidente (la Siria rappresenta in questo contesto il caso da manuale!). Tuttavia, il fatto che tale iniziativa potrebbe accrescere il prestigio di Mosca presso la popolazione bielorussa e darebbe al Cremlino delle leve di potere e una libertà d'azione senza pari fanno sì che questa rappresenti la scelta migliore tra le tre menzionate.

Per quale scelta opteranno infine Putin e i suoi uomini? In realtà, conoscendoli ed analizzando i loro trascorsi, le sceglieranno tutte e tre insieme, da attuare per gradi. Da principio essi appoggeranno Lukashenko, come pare stiano facendo ora, ma non in maniera acritica e tenendo sempre in piedi una “via di fuga”.

L'appoggio dato al dittatore bielorusso potrebbe durare settimane, fino ad un massimo di 3 mesi, tale è l'arco temporale dopo il quale l'economia bielorussa non riuscirebbe più a gestire il peso delle proteste e dell'incertezza, cominciando a scricchiolare paurosamente. Tale arco temporale sarà necessario anche per testare la risolutezza delle varie anime dell'opposizione bielorussa e del popolo nella sua interezza. Se veramente lo scatto d'orgoglio dei Bielorussi è pari a quello che ebbero negli anni successivi a Chernobyl e che li portò all'indipendenza, allora nonostante la crisi economica, l'epidemia del Covid-19, le minacce e la repressione, essi non molleranno e continueranno a manifestare fino alle estreme conseguenze.

Se la repressione fallirà e le proteste andranno avanti crescendo di intensità e scala, allora Mosca potrebbe decidere di “prendere la guida del cambiamento”. Il lungo periodo di preparazione e di trattative sotterranee sia con l'establisment bielorusso che con l'opposizione porterà infine ad un accordo di massima per la gestione della transizione del potere e le parti accetteranno di formare un momentaneo “co-dominio”.

Il punto climatico di questa fase sarebbe l'abbattimento di Lukashenko dalla sua posizione di potere. La scelta del termine “abbattimento” non è casuale perché chi ritiene che Lukashenko accetterà un “pensionamento”, anche “forzato”, impostogli da Mosca compie un madornale errore di valutazione!

Aleksandr Grigoryevich Lukashenko nacque il 30 agosto del 1954 e venne cresciuto solamente da sua madre, Ekaterina Trofimovna Lukashenko, della quale prese il cognome. Non si sa quale sia l'origine del suo patronimico “Grigoryevich” (letteralmente “figlio di Grigory”). Esso implicherebbe che suo padre si chiamasse Grigory, ma tale potrebbe essere anche stata un'invenzione della madre solamente per dare un patronimico al figlio nato in chissà quali sordide circostanze.

Il fatto di essere un figlio bastardo (nei paesi di quella parte d'Europa non si va tanto per il sottile quando si tratta di identificare gli “illegittimi”) ha perseguitato il piccolo Lukashenko per tutta la sua gioventù portandolo ad essere regolarmente emarginato, picchiato e deriso dagli altri bambini. Lukashenko ha già subito in gioventù ogni tipo di umiliazione che un uomo può provare nella vita perciò, se sono riuscito a capire dal punto di vista psicologico quali sono i pensieri che si agitano nella sua mente, egli non ha paura di nulla e di nessuno e non si farà umiliare mai più nella vita. Tale situazione è resa ancora più complicata dal fatto che, oltre ai suoi figli legittimi, Viktor e Dmitry, entrambi pilastri del suo regime, egli abbia a sua volta generato un bastardo, l'ormai sedicenne Nikolay, che nei piani originali del padre avrebbe un giorno dovuto succedergli come presidente.

L'ossessivo rapporto di Lukashenko con il giovane Nikolay (nella foto), testimonianza delle sofferenze che Aleksandr ha patito da bambino, dovrebbero toglierci qualsiasi illusione che Lukeshanko verrà a patti con chicchessia. No, mai più nella sua vita egli sarà un “illegittimo”. Ecco dunque che la parola finale sulla parabola terrena di Lukashenko e dei suoi tre figli, legittimi e non, passerà al colonnello russo Kirill Kornusov e ai suoi uomini del “Gruppo Alfa” e del “Gruppo Vympel”, le forse d'élite dell'FSB che, al termine del dovuto periodo di preparazione, ed appoggiati da una sollevazione delle Forze Armate della Bielorussia da far partire al momento giusto (forse dopo un genuino incidente o una strage pianificata a tavolino), porteranno a termine un assalto al “Palazzo dell'Indipendenza” a Minsk come già fecero a Kabul nel 1979, assicurandosi che la “famiglia reale bielorussa” non sopravviva per raccontare ad orecchie indiscrete i più inconfessabili segreti di stato che già oggi non fanno dormire sonni tranquilli a molti a Mosca.

Quanto avverrà nei successivi 1 o 2 anni di transizione, è assai difficile da prevedere. Molto dipenderà dalla capacità di Mosca di piegare l'opposizione bielorussa alla propria volontà, ma se gli elementi più ostili ed anti-russi dovessero prevalere e se la situazione economica e securitaria nella “Russia Bianca” dovessero degenerare sino al punto da non lasciare altra scelta, allora con un colpo di spugna il Cremlino adotterà il “Protocollo Surikov” e la Bielorussia tornerà semplicemente a diventare una “regione” della “Grande Madrepatria Russia”.

Foto: RIA Novosti / Cremlino / web / MoD Fed. russa / BBC / Facebook