Azerbaigian e Turchia: gemelli siamesi

(di Andrea Gaspardo)
28/02/21

Nel corso degli anni '90, l'allora presidente-padrone dell'Azerbaigian, Heydar Aliyev, nel descrivere le relazioni a 360 gradi tra il suo paese e la Turchia, coniò per la prima volta la frase ad effetto, oggi diventata un autentico “leitmotiv” della geopolitica e della cultura popolare dei due paesi: “Una Nazione, Due Stati” (“Bir millət, iki dövlət” in lingua azera e “Bir millet, iki devlet” in lingua turca).

A trent'anni dall'indipendenza dell'Azerbaigian dall'Unione Sovietica, è ormai virtualmente impossibile negare la verità dei fatti, anche per coloro che preferiscono adottare la modalità esistenziale “dello struzzo”, cioè nascondendo la testa sotto terra e pensando che il miglior modo per risolvere i problemi sia “fare finta che non esistano”.

Smentendo categoricamente tanto coloro che ritengono che sia Mosca a detenere ancora le leve di potere nel Caucaso meridionale quanto coloro che ritengono che gli investimenti occidentali, in particolare europei, nel settore petrolifero abbiano progressivamente avvicinato l'Azerbaigian all'Europa e all'Occidente, è in realtà la Turchia ad aver raccolto finalmente i frutti di una paziente strategia di penetrazione trentennale nel corso della quale essa si è persino dimostrata sufficientemente scaltra da dirottare i progetti internazionali rivolti all'Azerbaigian a suo personale uso e consumo, e, apparentemente, il “meglio” deve ancora avvenire!

Con l'annuncio datato 24 febbraio 2021, nel corso del quale ha anticipato che il governo del suo paese è intenzionato ad investire ben 20 miliardi di dollari in progetti comuni sul territorio del “grande fratello anatolico”, il portavoce della Presidenza della Repubblica dell'Azerbaigian, Hikmet Hajiyev, ha formalmente segnato il trionfo della strategia di Recep Tayyip Erdoğan.

Pur nel mezzo di due gravissime crisi (quella sanitaria dovuta alla pandemia del Covid-19 e quella economica dovuta all'esplosione della “bolla degli assegni post-datati”, già ampiamente descritta in passato), il presidente-sultano ha deciso di puntare al rialzo come in una partita al tavolo del casinò e ha adoperato spregiudicatamente la carta della geopolitica appoggiando senza sé e senza ma il suo sodale di Baku in occasione della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh, tra il 27 settembre ed il 10 di novembre 2020.

Il risultato del conflitto, che ha superato tutte le più rosee aspettative dei due dittatori di Ankara e di Baku, ha permesso ad Aliyev di risollevare la reputazione del suo governo familista e gli ha regalato un consenso popolare senza precedenti. In cambio egli ha doverosamente restituito il favore e, in qualità di ricco e riconoscente vassallo, ha pompato denaro nelle esauste casse dello stato turco permettendo anche ad Erdoğan di poter tirare un sospiro di sollievo e guardare al futuro con rinnovato ottimismo.

Le previsioni trionfalistiche di quanti ritenevano che il 2020 avrebbe segnato il definitivo collasso economico della Turchia, con la valuta nazionale sul punto di esplodere nell'ennesima iperinflazione, pare rimarranno ancora una volta infondate e la possibilità che Erdoğan riuscirà a celebrare l'anniversario dei 100 anni dalla fondazione della Repubblica di Turchia nel 2023 si fanno di giorno in giorno più concrete, visto anche la totale assenza di una opposizione degna di questo nome.

Gli eventi del 2020 in Nagorno-Karabakh hanno poi dimostrato la bontà delle scelte strategiche di Ankara e la sua affidabilità per i suoi alleati e lacchè di elezione (da notare che, in questo insieme, l'autore della presente analisi ha cancellato di default i cosiddetti “alleati della NATO”, nei confronti dei quali la Turchia sta adottando un atteggiamento giorno per giorno più ambiguo, per non dire ostile!). Nel 2010 infatti, su impulso dei rispettivi governi, l'Assemblea Nazionale dell'Azerbaigian e la Grande Assemblea Nazionale della Turchia approvarono il cosiddetto “Accordo sulla Partnership Strategica ed il Mutuo Supporto” (in lingua inglese, “Agreement on Strategic Partnership and Mutual Support”, in lingua azera, “Strateji Əməkdaşlıq Sazişi”, in lingua turca “Stratejik İşbirliği Antlaşması”). In base ai termini del trattato, i contraenti si impegnavano a “supportarsi vicendevolmente in ogni modo possibile in caso di attacco militare o aggressione diretta contro uno dei due paesi”. Tale accordo doveva inizialmente scadere nell'agosto del 2020 ma è stato successivamente rinnovato fino al 2030 venendo “testato” nel migliore dei modi nel corso della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh, e poco importa se in questo caso la parte dell'aggressore fosse rivestita proprio dall'Azerbaigian.

Grazie all'appoggio incondizionato dato ai “fratelli azeri”, Erdoğan si è guadagnato la gratitudine perenne di Baku e, d'ora in poi sarà assai difficile schiodarlo da laggiù. Del resto, i due paesi sono già legati saldamente su diversi piani. Anche se, dal punto di vista contabile, e viste le differenze di dimensioni, l'Azerbaigian non figura tra i dieci principali partner economici della Turchia né dal lato dell'export né dal lato dell'import, il viceversa non vale; infatti Ankara costituisce il secondo partner commerciale di Baku sia dal lato dell'export che da quello dell'import. La Turchia infatti assorbe il 9,27% dell'export e fornisce il 13,1% dell'import dell'Azerbaigian. Al momento, solamente l'Italia e la Russia occupano delle posizioni più importanti, rispettivamente dal lato dell'export e dell'import (l'Italia assorbe il 30,1% dell'export e la Russia fornisce il 15,8% dell'import) ma sia Ankara che Baku hanno annunciato che, da qui al 2030 e con le nuove relazioni economico-strategiche, sarà la Turchia a diventare l'attore economico principale nella “satrapia del Caspio”.

Attenzione però! Come la Storia dimostra, quando un paese diventa allo stesso tempo il principale fornitore di materie prime e il più importante mercato di sbocco per i prodotti di un altro paese, allora esso scade a livello di “colonia”. Se la Turchia dovesse veramente diventare il primo partner economico dell'Azerbaigian sia dal lato dell'export che dal lato dell'import, allora in questo futuro, nemmeno più tanto ipotetico, Baku non avrebbe modo di opporsi ai “desiderata” di Ankara rimanendo stretta ad essa da un rapporto che ricorderebbe quello dell'Italia mussoliniana con il Terzo Reich hitleriano.

La mutua dipendenza economica (o per meglio dire: la dipendenza economica dell'Azerbaigian) è poi ulteriormente accentuata dai grandi programmi infrastrutturali che da anni legano i due paesi a doppio filo quali: l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), l'oleodotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), il gasdotto trans-anatolico (TANAP) e la linea ferroviaria Kars-Tbilisi-Baku (KTB) ed altri ancora in via di definizione. Tuttavia pare che questo scenario non dispiaccia affatto agli azeri, i quali sono saldamente legati al loro “grande fratello anatolico” anche da vincoli sociali. Infatti sono migliaia gli studenti sia azeri che turchi che ogni anno studiano in scuole o università dei rispettivi paesi opposti, andando ad alimentare inoltre una già nutrita comunità di expat che, nel caso dell'Azerbaigian vede la presenza di non meno di 200.000 turchi di ogni provenienza (non solo dalla Repubblica di Turchia ma anche dalla diaspora turca residente in Occidente!), e in quello della Turchia ben 3.000.000 di azeri residenti ed in parte anche nazionalizzati.

Le relazioni personali, famigliari, lavorative e culturali che questa marea di persone stringe, contribuiscono ad avvicinare ulteriormente i due popoli. Non solo, le soap opera turche e la musica hip-hop azera hanno trovato un'entusiasta accoglienza nei rispettivi mercati nazionali, e difficilmente sarebbe stato altrimenti, visto l'elevatissimo grado di mutua intelligibilità esistente tra gli idiomi turco ed azero, entrambi appartenenti alla stessa famiglia di lingue ed influenzatisi reciprocamente fino a meno di 100 anni fa. Tuttavia il settore dove i due paesi sono riusciti a creare le maggiori sinergie è senza dubbio quello militare; ed anche se qui la Turchia è partita svantaggiata, è riuscita negli ultimissimi anni a recuperare grandemente il terreno.

Nonostante il fatto che la politica di diversificazione degli armamenti abbia portato l'Azerbaigian a rifornirsi da oltre una ventina di clienti diversi, secondo i dati sia del Ministero della Difesa del paese che del SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), nel quinquennio 2014-2018, la Russia forniva il 51% degli arsenali dell'Azerbaigian, Israele ne forniva il 43% mentre la Turchia veniva solamente al terzo posto, distante anni luce dai primi due. Successivamente, Israele è persino riuscito a superare la Russia grazie ai massicci acquisti di droni israeliani da parte azera (i droni israeliani sono caratterizzati da un alto contenuto tecnologico, e questo spiega i loro prezzi esorbitanti) ma la Turchia era comunque rimasta drammaticamente indietro.

Questo stato di cose è radicalmente cambiato quando, nel corso del 2019, Baku ha firmato un segretissimo contratto da 200 milioni di dollari per la fornitura di avanzatissimi sistemi di guerra elettronica, tra i quali spiccavano i KORAL, e di nuove tipologie di UAV, tra le quali il Bayraktar TB2 che si è rivelato la vera “star” della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh. È stato infatti principalmente grazie all'impiego congiunto dei sistemi di guerra elettronica e degli UAV Bayraktar TB2 (questi ultimi armati con missili anticarro UMTAS e bombe di precisione MAM-L e MAM-C) che gli azeri sono riusciti a scardinare le difese antiaeree armene, creando quella frattura nel perimetro difensivo in Nagorno-Karabakh (Artsakh) che ha poi permesso alle forze armate di Baku di dispiegare appieno la propria panoplia di arsenali che le hanno infine permesso di prevalere nel corso del suddetto conflitto.

Gli azeri sono rimasti talmente soddisfatti dalle prestazioni dei droni turchi che, con i cadaveri dell'Armenia e dell'Artsakh ancora caldi, si sono affrettati ad intavolare trattative per l'acquisto di ulteriori lotti di droni, per aprire delle linee di assemblaggio in Azerbaigian al fine di lanciare la produzione su licenza e hanno pure offerto di entrare come co-finanziatori nei programmi di sviluppo dei droni turchi.

Oltre al settore dei droni e dei sistemi di guerra elettronica, altre aree nelle quali i due paesi hanno collaborato sono quelle delle armi per la fanteria, dei mezzi blindati (come la Otokar Cobra) o dei sistemi lanciarazzi pesanti multipli (come il T-122 Sakarya ed il TRG-300 Kasirga).

Oggi, la Turchia è diventato il secondo fornitore di armi dell'Azerbaigian dopo Israele, ma se gli attuali trend saranno rispettati nel corso di questo decennio, anche lo “Stato Ebraico” verrà infine scalzato e Baku diventerà un pieno vassallo di Ankara anche a livello militare.

Il fatto che la Turchia si stia adoperando alacremente per aprire una base militare nel territorio dell'exclave del Naxçıvan e non meno di 5 nel territorio dell'Azerbaigian propriamente detto (incluso vicino a tutte le più importanti basi aeree azere) la dice lunga sul fatto che, se oggi non possiamo propriamente parlare di “Anchluss” non è affatto detto che tra qualche anno le condizioni maturino tanto da fare sì che l'assorbimento dell'Azerbaigian da parte della Turchia diventi solamente un atto “formale”.

Foto: presidency of the republic of Turkey / web / rocketsan

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