Il Wanikan-Ryu Karate, uno stile nato per i marinai (seconda parte)

16/02/23

Il concetto che va a distinguere un karate di tradizione da uno moderno è in realtà un concetto un pò improprio in quanto il cosiddetto “karate tradizionale” si è anch’esso modernizzato ed ha sviluppato considerevolmente le tecniche di combattimento, pur rimanendo molto legato alle vecchie tradizioni. La principale differenza comunque risiede nel fatto che il “karate moderno” consiste in un karate rivolto alle competizioni sportive e che potrebbe essere facilmente chiamato “karate sportivo”.

Nei fatti, tale karate si è sviluppato in un ambito sportivo fortemente influenzato sia dai numerosi tipi di incontri (inter-stile, ovvero tra i diversi stili di karate, contro altri tipi di arti marziali o differenti tipi di discipline di combattimento), sia dalla possibilità di colpire un avversario (a colpo controllato, a semi-contatto, a contatto pieno). Inoltre, dai vincoli imposti dalle organizzazioni (combattimento con o senza protezioni, con guanti o a mani nude…) e dalle varie regole a seconda dei tornei o campionati (vincoli, azioni vietate, tecniche proibite…).

Inoltre, si sono sviluppate nuove forme di sport da combattimento, come le MMA (Mixed Martial Arts), spesso chiamate anche “Combattimento da gabbionata” (Cage Fighting), o “Combattimento Estremo” (Ultimate Fighting) o “Combattimento senza esclusione di colpi” (No Holds Barred – NHB), che hanno incorporato tecniche provenienti da diverse arti marziali orientali, karate compreso, o anche da altre differenti discipline di combattimento a pieno contatto. A seguito di tali nuovi contesti, in un certo numero di scuole di karate si sono verificate delle grandi separazioni dalle forme tradizionali di allenamento a favore di altri tipi di addestramento considerati più pragmatici ed immediati per conseguire più velocemente dei risultati.

Per tali ragioni non bisogna sorprendersi se i nuovi stili emergenti di karate, o di sistemi di combattimento, non danno enfasi alla pratica di antiche e tradizionali forme di addestramento, come per esempio i kata, alla luce anche del fatto che molte arti/sistemi di combattimento, comunque altamente efficaci, non includono i kata nei loro programmi di allenamento.

Per inciso, i kata sono una realtà di addestramento prettamente estremo orientale e nelle discipline di combattimento occidentali non esistono. Tutto quanto detto, senza mettere assolutamente in dubbio l’enorme valore che hanno i kata in termini di sviluppo della concentrazione, controllo dei colpi, respirazione, ritmo, velocità, equilibrio, forza e potenza.

Per completezza di informazione, in Giappone esisteva già da molto tempo una forma di “arti marziali miste”, unicamente per fini sportivi, chiamata Sogo Kakutogi, dove era previsto “colpire, atterrare e colpire nuovamente un avversario” (definito “utsu-taosu-utsu”) proprio come ora nelle MMA (definito “ground and pound”).

Ho premesso quanto sopra, per poter introdurre un altro metodo per classificare il karate (ma anche altre forme di arti marziali, naturalmente), vale a dire quello chiamato “per scopo”, ovvero quale sia lo scopo per cui lo si pratica. Questo tipo di classificazione, attribuibile ad un non ben identificato maestro giapponese di karate, non deve essere preso come una tautologia (vale a dire “vero per definizione”) ma come frutto di una perspicace ed appropriata considerazione.

Il karate può essere quindi classificato per “tipologie di impiego”, o di scopo (imi), indipendentemente dallo stile praticato o dalla scuola di origine e può essere grossomodo diviso nelle seguenti categorie (alcuni aspetti delle quali sono alle volte parzialmente sovrapponibili):

Koryu karate - tutti gli stili di karate che seguono una antica “tradizione marziale”, meglio conosciuta come Do, una disciplina/un’arte/un sentiero che tenda ad un perfezionamento interiore e ad uno sviluppo spirituale, etico e morale tramite una assidua, rigorosa e rigida pratica delle arti di combattimento;

Senjo karate o Gunji karate: da Senjo (il campo di battaglia) o da Gunji-teki (militare); qualsiasi espressione di karate il cui obiettivo sia quello di essere impiegato in guerra, in ogni situazione di combattimento, in ogni ambiente operativo ed in ogni condizione meteorologica;

Keisatsu karate: da Keisatsu (Polizia); qualsiasi espressione di karate dove sia necessario “l’uso della forza”, sia in “operazioni di polizia” in senso stretto che in operazioni della cosiddetta “imposizione della legge” (Law Enforcement). Generalmente le tecniche sono fortemente integrate con tecniche di Judo o di Ju-Jitsu;

Goshin-jitsu karate: qualsiasi forma di karate sostanzialmente orientata alla cosiddetta “difesa personale”;

Sento karate/Combat karate: da Sento (combattimento/battaglia), qualsiasi applicazione di karate orientata allo sviluppo di una forma di combattimento “reale e a pieno contatto” senza fare distinzione tra stili o scuole di provenienza (“freestyle real combat”). Il Combat karate non deve essere confuso con il “Karate Combat”, che è il marchio di una organizzazione (una tra le tante) che promuove tornei e campionati internazionali di arti marziali a livello professionistico (stile libero e a pieno contatto);

Jissen karate/Kakuto karate: tipi di karate sportivo spesso praticato con varie tipologie di protezioni. Alcune scuole prevedono l’uso di protezioni varie, corpetti ed elmetti con visiera integrata (Bogu-karate).

Possiamo ora finalmente parlare dello stile chiamato “Wanikan-Ryu”

Tale stile, appartenente sicuramente alla tipologia “Senjo-karate” (ma anche al “Sento-karate”) è stato costituito per l’impiego da parte di marinai, di fanti di marina (reparti anfibi) e di operatori di forze speciali. La sua veste moderna in realtà nacque specificatamente per i reparti anfibi, infatti Wani in giapponese significa “alligatore”, animale che, internazionalmente, nel mondo militare rappresenta proprio le “Forze Anfibie”.

Il Wanikan-Ryu trae le sue origini dall’Ikadazumo Shinden-Ryu, un antico “metodo militare” per il combattimento su imbarcazioni e natanti, ed è stato ampliato con tecniche di karate “a contatto pieno” e con tecniche di arti marziali miste, mantenendo però i vari requisiti richiesti per essere considerato “militare”: esprimere costantemente ed in ogni momento una elevata letalità, prevedere tecniche realmente efficaci e pienamente applicabili in diversi contesti operativi, con diversi assetti di armamento e di equipaggiamento nonché l’applicabilità in condizioni particolari quali la scarsa visibilità, il movimento su superfici scivolose o sconnesse, la mobilità in ambienti ristretti o in situazione meteorologica sfavorevole.

In particolare, tale stile, prevedendo anche l’impiego offensivo di armi bianche, può essere considerato un vero e proprio “sistema di combattimento” che può trovare utile applicazione in tutte quelle operazioni militari in cui può svilupparsi una azione di combattimento “corpo a corpo” (operazioni di arrembaggio/boarding, di interdizione marittima, di sicurezza marittima, di antipirateria e di antiterrorismo).

Samurai giapponesi che salgono a bordo delle navi mongole nel 1281. Mōko Shūrai Ekotoba (蒙古襲来絵詞), 1293 circa

Tale stile è dotato di un unico kata “modulare”, ovvero da un modulo base si aggiungono vari moduli a difficoltà progressiva ed il suo enbusen (il tracciato al suolo di linee immaginarie sulle quali si svolge un kata) è dimensionalmente ridotto per due motivi: non richiede ampi spazi per poter essere eseguito (ed è quindi particolarmente adatto e facilmente eseguibile negli spazi ridotti di una nave) e, nell’esecuzione, si passa spesso per il kiten (il punto di inizio e di fine di un kata) in modo da poter collegare i vari moduli a difficoltà progressiva senza la necessità di maggiore spazio di esecuzione.

Contrariamente a quanto generalmente avviene, l’esecuzione del kata non ha parte predominante per il passaggio di cintura quanto invece lo è il kumite (il combattimento). La cosa trova giustificazione nel fatto che le forze operative, soprattutto se impegnate in missione, non sempre hanno a disposizione tutto quel tempo da dedicare all’allenamento o necessario per approfondire un kata, tuttavia questo non preclude assolutamente la cura degli aspetti peculiari di un kata, ovvero lo sviluppo della concentrazione, della forza, dell’equilibrio, della contrazione dei muscoli, del controllo dei colpi, della respirazione, del ritmo, della velocità di movimento e della potenza dei colpi. In definitiva si tratta di uno stile abbastanza innovativo e praticabile proprio a bordo di diverse tipologie di navi in grado di garantire quel minimo spazio necessario alla sua pratica… sempre “mare permettendo”.

Marco Bandioli

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L'ammiraglio MMI (ris) Marco Bandioli ha al suo attivo lunghi periodi di imbarco nei quali ha partecipato ad operazioni navali, anfibie e di sicurezza marittima, sia in contesti nazionali che multinazionali e/o NATO. Ha comandato tre unità navali in piena attività operativa ed è stato anche impiegato in ambito Interforze nonché nello staff alle dirette dipendenze del Ministro della Difesa. Ha scritto un manuale di “Guerra anfibia” ad uso dell’Accademia Navale e per la casa editrice IBN un manuale operativo per la difesa antiterrorismo dei porti. Inoltre è autore di numerosi articoli, sia a livello strategico che tattico, per diverse riviste di settore, sia istituzionali che di normale divulgazione. In qualità di cintura nera 5° Dan di karate, e specialista in tecniche di combattimento militare, scrive periodicamente articoli per una organizzazione internazionale di arti marziali.

Foto: web

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)