I preparativi alla base di BETASOM per operare nell’Atlantico Occidentale (prima parte)

(di Marcello Polacchini)
17/01/23

L’ordine del 17 gennaio 1941 di sospendere la smobilitazione della base di Bordeaux e di annullare il rientro dei sommergibili italiani nel Mediterraneo fu una saggia decisione. I risultati molto positivi conseguiti in seguito, nel restante periodo dell’attività bellica in Atlantico, non delusero le aspettative (anche dei Tedeschi) portando i pochi sommergibili italiani a ottenere i maggiori successi della guerra nell’Oceano, con punte di affondamenti di naviglio mercantile nemico proporzionate ai risultati conseguiti dai ben più numerosi U-Boot germanici.

I sommergibili di Bordeaux, che fino a quel momento avevano operato nell’emisfero orientale dell’Atlantico, dalle alte latitudini a sud dell’Islanda, (in condizioni ambientali durissime) fino alle acque equatoriali africane della Sierra Leone, riscattarono ampiamente le precedenti deludenti prestazioni.

Una volta annullato l’ordine di smobilitazione della base di Bordeaux l’attività bellica dei  sommergibili in Atlantico poteva essere ripresa e il nuovo comandante superiore di BETASOM, il capitano di vascello Polacchini, si adoperò con tenacia per addestrare al meglio le forze a sua disposizione. Per prima cosa caldeggiò a SUPERMARINA la ripresa delle sessioni di addestramento degli ufficiali presso la Scuola Tattica tedesca di Gotenhafen, per completare e affinare la preparazione dei comandanti italiani in vista delle nuove missioni. Fece potenziare i servizi della base e si approntarono i sommergibili per operazioni a largo raggio e di lunga durata in acque tropicali. Iniziò così un periodo – tutto il 1942 – di rinnovata attività e di maggiori possibilità, caratterizzato dai maggiori successi dei nostri sommergibili in Atlantico.

Visto l’esiguo numero di battelli che erano rimasti a Bordeaux (appena 11, poco più che una squadriglia), Polacchini si convinse rapidamente che sarebbe stato assurdo continuare a combattere i convogli davanti a Gibilterra, zona ormai diventata proibitiva per l’enorme apparato di forze aeronavali nemiche che vi si era concentrato. Su questo si era dimostrato d’accordo con l’alto comando della Marina tedesca anche l’ammiraglio Dönitz per quanto riguardava i suoi U-Boot.

Polacchini affrontò subito la necessità di lanciare al più presto possibile i sommergibili italiani nella cosiddetta “guerra di corsa” (simile a quella effettuata con successo dalle navi corsare tedesche, che come obiettivo principale avevano il naviglio mercantile nemico isolato) lungo le rotte lontane, scegliendo zone dove la sorveglianza fosse minore, in modo da poter agire di sorpresa contro il nemico.

Occorreva sfruttare al massimo l’occasione favorevole, derivante dall’entrata in guerra degli Stati Uniti, portando l’attacco nelle lontane acque dell’emisfero occidentale, presso le coste americane, dove il traffico mercantile, non ancora disciplinato e convogliato, faceva prevedere grandi possibilità di successi ai sommergibili di BETASOM.

Bisognava agire con il maggior numero possibile di unità prima che l’avversario avesse organizzato le proprie difese, ma il comandante di BETASOM non aveva molti battelli a disposizione, poiché degli undici battelli dell’XI° Gruppo Sommergibili, ancora di stanza a Bordeaux, soltanto cinque si trovavano in condizioni di poter riprendere il mare entro breve tempo: Da Vinci, Torelli, Morosini (foto), Finzi e Tazzoli.

Degli altri sei sommergibili, il Bagnolini e il Barbarigo (foto apertura) si trovavano in missione nella zona delle Isole Azzorre; il Calvi era a lavori in arsenale e non sarebbe stato disponibile prima dell’inizio della terza decade di febbraio; l’Archimede e il Cappellini, pur essendo pronti per affrontare la missione, mancavano del comandante e di parte degli equipaggi; il Giuliani, infine, si trovava temporaneamente distaccato a Gothenhafen, nel Baltico, a disposizione del personale italiano che si addestrava presso la locale Scuola Tattica tedesca.

Per la scelta delle zone di operazione più favorevoli da assegnare ai sommergibili italiani, Polacchini prese accordi con l’ammiraglio Dönitz, da cui dipendeva per la parte operativa. Su disposizioni dell’ammiraglio di squadra Antonio Legnani, Polacchini cercò inizialmente di  convincere il Befehlshaber der Unterseeboote, B.d.U. ("comando sommergibili" tedesco), ad assegnare alle unità subacquee italiane le acque equatoriali di Capo San Rocco, in Brasile, zona focale del traffico, attraversata dalle navi mercantili che percorrevano nei due sensi le rotte passanti lungo la costa occidentale del Brasile. In questa zona si poteva ben sperare di poter sfruttare l’attacco di sorpresa, poiché non vi si erano ancora spinti sommergibili tedeschi.

La proposta di Polacchini però non fu accettata dal B.d.U. per motivi politici fissati dalla diplomazia di Berlino, perchè in quel settore il traffico era prevalentemente di navi argentine e brasiliane, nazioni neutrali con le quali non era opportuno creare incidenti diplomatici. Allora Polacchini, informato che i sommergibili tedeschi avrebbero raggiunto la costa del Nord America, chiese di assegnare anche ai sommergibili italiani le stesse zone di operazione. Ma il B.d.U. decise di assegnare provvisoriamente ai battelli di BETASOM settori di operazione vicini alle Bahamas e alle Antille, dove si svolgeva un traffico mercantile isolato e intenso, costituito soprattutto da petroliere e da piroscafi che trasportavano metalli e derrate alimentari verso l’Europa.

Pertanto, Polacchini predispose l’invio dei cinque sommergibili, al momento  disponibili, nelle aree prescelte, distanti circa 3.500 miglia da Bordeaux. Calcolando la rotta del ritorno e la permanenza in zona di almeno due settimane, dallo studio dei consumi di combustibile rilevati nelle precedenti missioni e dei sovraccarichi fino ad allora previsti, apparve chiaro al comandante di BETASOM che con le normali dotazioni di nafta soltanto il Tazzoli e il Finzi potevano operare con un certo margine nelle lontane acque del Centro America. Gli altri tre sommergibili minori avrebbero potuto farlo soltanto aumentando il loro sovraccarico, o realizzando un rifornimento in mare.

I sommergibili italiani più grandi furono sottoposti a tutti i possibili accorgimenti per renderli adatti alle missioni di guerra in acque lontane. Fu aumentato al massimo il sovraccarico di combustibile, riducendo "fino ai minimi consentiti dalla navigabilità le riserve di spinta" – ricorda Polacchini – adibendo a depositi di nafta alcune casse di immersione e di compenso, che erano necessarie per regolare il peso di immersione, e quindi la capacità di galleggiamento e di equilibrio dei sommergibili. Queste misure, appesantendo molto e abbassando la linea di galleggiamento dello scafo, specie a poppa, creavano problemi di stabilità e di sicurezza, che però sarebbero tornate quasi normali durante la navigazione col graduale consumo della nafta imbarcata.

I cinque battelli furono sovraccaricati al massimo di combustibile, olio lubrificante invernale ed estivo, pezzi di ricambio per le macchine, siluri e proiettili d’artiglieria. Per il benessere dei suoi uomini Polacchini volle anche che fossero raddoppiate le dotazioni dei viveri, aggiungendo alle normali assegnazioni di guerra tutto quello che fu possibile trovare a Bordeaux, sul mercato locale: carne congelata, insaccati, ortaggi e frutta, con una disponibilità di consumo per 70 giorni.

Così sovraccaricati, i sommergibili furono fatti partire da BETASOM con una riserva di spinta ridotta al 6-7% e in alcuni casi persino al 4% (mentre la riserva minima per tutte le Marine era del 10-11%), e se era possibile furono fatti rifornire in mare nella loro rotta di andata da quelle unità sulla rotta di rientro che, avendo già esauriti i siluri, avessero posseduto eccedenza di combustibile per il ritorno. Inoltre, per consentire ai comandanti di operare senza l’eccessiva preoccupazione di restare a corto di nafta fu deciso, a titolo precauzionale, di tenere pronto in porto il sommergibile Archimede per svolgere eventuali rifornimenti di nafta ai battelli in rotta di ritorno che lo avessero richiesto. Non avendo l’Archimede un comandante, al suo comando fu destinato temporaneamente per la missione il capitano di fregata Giuseppe Caridi, capo di stato maggiore della base atlantica.

Inoltre, furono date ai comandanti e ai capi servizio Genio Navale tutte le disposizioni sulle rotte da seguire rimanendo a sud delle Azzorre e le velocità da tenere per ridurre al massimo i consumi durante l’attraversamento dell’Oceano Atlantico.

Grazie a questa attenta pianificazione ed organizzazione i battelli italiani riuscirono a svolgere missioni di guerra della durata di oltre due mesi, e le tre maggiori unità (Calvi, Tazzoli e Finzi) persino di tre mesi, spingendosi fino alle coste degli Stati Uniti, nel Mar dei Caraibi e persino fino alle coste del Brasile, dell’Argentina e dell’Africa equatoriale, dando la caccia a bersagli isolati.

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Foto: Marina Militare / web / Narodowe Archiwum Cyfrowe

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)

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