Esercito Italiano: troppo leggero, poco pesante

(di Tiziano Ciocchetti)
01/10/20

Con la fine della Guerra Fredda, la Difesa italiana cominciò a smantellare i reparti corazzati/meccanizzati dell’Esercito, in quanto una invasione da parte del Patto di Varsavia, passando per la Soglia di Gorizia, era ormai scongiurata.

Il nuovo decennio unipolare (gli anni ’90 dello scorso secolo) avrebbero impegnato le Forze Armate italiane in missioni di peacekeeping (sia in Somalia che nei Balcani vennero impiegati carri M-60 e Leopard 1A5), con il prevalente utilizzo di unità Leggere e Medie.

Quindi, contemporaneamente allo smantellamento dei reparti Pesanti, l’Esercito Italiano ha proceduto, negli ultimi vent’anni alla creazione di nuove unità Leggere e Medie (quest’ultime su blindo B1 Centauro 8x8 e veicolo blindato medio Freccia 8x8), riorganizzando alcune già esistenti e creandone ex novo.

Grande impulso è stato dato all’implementazione delle forze speciali. Nella seconda metà degli anni ’90 la compagnia alpini paracadutisti Monte Cervino è stata elevata al rango di battaglione, per poi diventare, nel 2004, il 4° rgt ranger Monte Cervino. Il Col Moschin è passato a livello reggimentale nel 1995, attualmente dispone di quattro compagnie incursori. Inoltre nel 2000 il reggimento artiglieria paracadutisti della Folgore ha dismesso i mortai da 120 mm e gli obici da 105 mm avviando la conversione in reggimento acquisizioni obiettivi. Nello stesso anno la brigata meccanizzata Friuli ha cominciato l’iter (formalmente concluso nel 2005) per la conversione in brigata aeromobile, acquisendo due reggimenti dell’AvEs. (Vega e Rigel).

Allo stato attuale l’Esercito italiano dispone di 5 brigate Leggere, 4 Medie (interamente su blindo 8x8) e due Pesanti.

L’obiettivo della Forza Armata, nell’ottica di accrescerne le capacità, è quello di caratterizzare ciascuna brigata di manovra pluriarma secondo uno standard che prevede una composizione su: 3 unità di manovra, un reggimento di artiglieria che sia in grado di gestire e di coordinare il supporto di fuoco terrestre ma anche di garantire l’integrazione con altre sorgenti di fuoco (navale ed aereo) in un ambito Joint Fire, un reggimento di cavalleria che si può configurare, se rinforzato da assetti specifici, come Task Force ISTAR per supportare la grande unità elementare, un reggimento del Genio guastatori per supportare mobilità e contro mobilità e protezione, un reggimento logistico, una unità di supporto con capacità C2 della grande unità elementare.

Nella dottrina dell’Esercito, le grandi unità Leggere verranno impiegate nella fase cosiddetta early entry di una operazione, dato la loro elevata mobilità strategica; quelle Medie, vista la loro predisposizione a ricevere piattaforme altamente digitalizzate, saranno impiegate in contesti di stabilizzazione e supporto alle operazioni di pace; infine le Pesanti saranno utilizzate in operazioni prettamente combat e di alta intensità infatti, grazie alle elevate caratteristiche di mobilità tattica e potenza di fuoco, sono in grado di condurre combattimenti risolutivi.

Come si evince da quanto scritto, l’Esercito conferisce compiti di combattimento esclusivamente alle due brigate Pesanti (Ariete e Garibaldi) che, per quanto concerne proprio i mezzi pesanti, hanno avuto, in questi ultimi dieci anni, minor attenzione da parte della Difesa (rimandiamo ad articoli precedenti le analisi in merito agli MBT Ariete e agli IFV Dardo - foto apertura).

I recenti teatri operativi, in special modo quello siriano, hanno rimarcato l’importanza dei mezzi corazzati, anche in presenza di gruppi di miliziani equipaggiati con sistemi anticarro di ultima generazione, per il supporto della fanteria.

Nei tre reggimenti corazzati operativi (il 4° della Garibaldi, il 32° e 132° dell’Ariete) - ognuno in teoria su 41 carri - sono efficienti circa una trentina di Ariete, gli altri vengono usati per fornire pezzi di ricambio. D’altronde, a parte alcuni esemplari schierati in Iraq nel corso dell’operazione Antica Babilonia, gli Ariete sono stati impiegati all’estero solo in esercitazioni.

Qualcuno potrebbe obiettare che, vista la proiezione strategica dello stato italiano, una componente corazzata più numerosa (direi anche più efficiente) non ne giustificherebbe la spesa elevata. Tuttavia la situazione internazionale potrebbe mutare nei prossimi anni e si potrebbe verificare, per l’Italia, la necessità di avere un numero maggiore di reparti corazzati. È altresì vero che, considerando anche le altre tre Forze Armate, negli ultimi anni abbiamo avuto una proliferazione di reparti speciali/per operazioni speciali (superiore alla Francia e al Regno Unito). Come i nostri lettori sanno le forze speciali hanno un impiego ottimale a livello strategico, mentre spesso sono state usate come moltiplicatore di forza, quindi non prettamente per quei compiti per cui sono addestrate ed equipaggiate.

In conclusione la questione principale che dovrebbe affrontare l’Esercito, in merito alla grandi unità Pesanti, è che per ricreare una componente corazzata efficiente non è sufficiente solo acquisire mezzi moderni ma è altrettanto importante mantenere una dottrina aggiornata circa il loro impiego.

Foto: Esercito Italiano / ministero della difesa / U.S. Army

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