I talebani dettano agli USA le condizioni di pace

(di Tiziano Ciocchetti)
09/03/20

Come è ormai noto gli Stati Uniti d’America sono impegnati in una azione diplomatica con le milizie talebane, per arrivare a una exit strategy dal teatro afghano.

A tale scopo, il Pentagono, ha minimizzato l’entità degli attacchi portati dai talebani alle forze di sicurezza afghane mercoledì scorso. Per la cronaca, i raid condotti dagli insurgents hanno causato la morte di 14 governativi (soldati e membri della polizia) nel distretto Imam Sahib di Kunduz e di altri 6 nella provincia di Uruzgan.

Il segretario alla difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, e il capo di stato maggiore congiunto, Mark Milley, in un'audizione di fronte alla Commissione per le Forze Armate del Senato degli Stati Uniti, hanno dichiarato che, passata meno di una settimana dalla firma dell'accordo di pace con i talebani, il livello complessivo degli attacchi è stato basso.

Il segretario ha affermato che, finora, i capoluoghi delle trentaquattro province in Afghanistan non hanno subito attacchi da parte dei talebani. Il capo degli stati maggiori congiunti, Mark Milley, ha inoltre evidenziato come gli attacchi dei talebani, nelle ultime ventiquattro-quarantotto ore, sono stati di basso livello. "I talebani hanno aderito a tutta una serie di condizioni”, ha detto Milley, aggiungendo: “di importante, non c'è nessun attacco a 34 capitali provinciali, nessun attacco a Kabul, nessun attacco di alto profilo, nessun attentatore suicida, nessun attacco contro le forze americane e della coalizione”.

Sollecitato dai senatori, in merito ai recenti attacchi, il segretario alla Difesa ha identificato la causa nella mancanza di una leadership chiara tra le fila delle milizie talebane, quindi dandone la responsabilità a una sorta di fronda finalizzata a definire le gerarchie interne alle milizie.

Tuttavia, il segretario alla Difesa, vede l’attuale situazione – dopo l’accordo firmato sabato scorso in Qatar - come una grande opportunità per giungere a una pace duratura in Afghanistan.

Secondo il Trattato di Pace, gli USA si impegneranno a ridurre il numero di truppe in Afghanistan a 8.600 entro 135 giorni dalla firma dell'accordo e tutte le truppe statunitensi e straniere usciranno dal Paese tra 14 mesi. Ovviamente, il ritiro delle forze occidentali, è subordinato al rispetto degli accordi da parte delle milizie talebane.

Trump è ormai in piena campagna elettorale per la rielezione, portare a casa i soldati americani, dopo quasi vent’anni di gravoso (sia in termini di vite umane che di stanziamenti) impegno militare in Afghanistan, sarebbe un successo non da poco. In questa situazione temiamo che si dia importanza più ai tempi che ai contenuti del Trattato.

I talebani - ricordiamo - non rappresentano assolutamente l’intera popolazione afghana, infatti essi appartengono per la maggior parte all’etnia pashtun (circa il 36% secondo fonti USA, circa il 20% secondo fonti afghane. In tale logica appare chiaro il motivo dell'avversione ad un censimento della popolazione tra gli abusivi monopolizzatori del potere e delle relazioni internazionali in Afghanistan..., ndd). Dal 1996 al 2001, dopo aver prevalso nei confronti dei tagiki e uzbeki, i talebani hanno imposto la Shari’a in tutto il Paese.

Dopo la stipula del Trattato, le milizie islamiche dovranno aspettare solo poco più di un anno (possono permettersi di fornire agli USA ogni tipo di rassicurazioni) poi, con l’appoggio del Pakistan e dell’Iran, potranno riprendere la guerriglia contro le forze di sicurezza di Kabul, male addestrate ed equipaggiate, e poste agli ordini di una struttura istituzionale fragile e corrotta.

L’Amministrazione Trump potrà, quindi, sbandierare l’accordo con i talebani come un importante obiettivo raggiunto – a differenza di quanto promesso e non mantenuto da Obama – finalizzato a stabilizzare, finalmente, l’intera regione.

Foto: U.S. Marine Corps

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