Fallito il colpo di stato in Perù. Coinvolte nelle proteste anche quattro connazionali

(di Antonino Lombardi)
19/12/22

Il Perù ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Nell’ultima settimana, da quando l’ormai ex-presidente Pedro Castillo aveva tentato di sciogliere il Congresso, si sono amplificate le proteste di piazza.

Mercoledì 7 dicembre il presidente Castillo aveva annunciato di sciogliere a il Congresso per “ristabilire lo stato di diritto e la democrazia in Perù” ed indire nuove elezioni. Ciò è stato definito un colpo di stato ed è stata votata la sua rimozione che ha portato, successivamente, al suo arresto per ribellione e cospirazione contro la costituzione dello stato.

Non è stata la prima volta che Castillo viene messo sotto accusa. Già nel dicembre 2021 aveva evitato un tentativo di incriminazione per “incapacità morale1 di governare da parte degli esponenti della destra guidati da Keiko Fujimori ma la mozione non raccolse i voti necessari e fu respinta con 76 voti contro 46.

Altro tentativo di impeachment è stato evitato da Castillo il 28 marzo di quest’anno quando i voti a favore sono stati cinquatacinque e, quindi, ancora una volta, insufficienti per sostenere l’accusa di corruzione ed “incapacità morale permanente” .

Dopo il voto del Congresso, i giudici peruviani hanno dato mandato alla polizia di arrestare il presidente Castillo e detenerlo per sette giorni. Il leader è stato scortato presso lo stesso carcere in cui l'ex presidente peruviano Alberto Fujimori sta scontando una pena detentiva per crimini contro l'umanità commessi durante la sua presidenza.

Nei giorni successivi si sono innescate molteplici manifestazioni di protesta in diverse regioni del Paese. La popolazione è spaccata in due tra chi chiede nuove elezioni ed il rilascio del presidente e chi protesta contro la perenne corruzione nella politica locale. I manifestanti sostenitori di Castillo chiedono di andare subito al voto anziché consentire al nuovo presidente di restare al potere fino al 2026, termine naturale della legislazione.

Ad Arequipa, seconda città del Perù, i manifestanti hanno cercato di bloccare l’aeroporto appiccando il fuoco a pneumatici e lanciando pietre sulla pista. Ad Andahuaylas gli scontri tra polizia e rivoltosi hanno causato due morti ed almeno cinque feriti.

Nonostante l’impegno annunciato dal nuovo presidente, Dina Boluarte, di indire nuove elezioni anticipate prima nell’aprile 2024, poi, mercoledì, nel dicembre 2023, le proteste non si placano.

Domenica 11 dicembre, sono state segnalate proteste in molte città tra cui Cajamarca, Arequipa, Huancayo, Cusco e Puno. Nel suo discorso di lunedì, Boluarte (prima donna presidente), ha dichiarato lo stato di emergenza nelle aree di "alto conflitto", una mossa che consentirebbe alle forze armate di assumere, qualora necessario, un maggiore controllo.

"Ho dato le istruzioni affinché il controllo dell'ordine interno possa essere ripristinato pacificamente, senza intaccare i diritti fondamentali del popolo"2, ha affermato la nuova presidente lamentando le morti avvenute ad Apurimac.

La promessa della Boluarte di anticipare le elezioni non ha prodotto gli effetti sperati ed i manifestanti continuano a chiedere le sue dimissioni, la chiusura del Congresso non più rappresentativo del popolo peruviano ed il rilascio di Castillo.

Le principali compagnie aeree, tra cui LATAM, a causa delle manifestazioni, hanno cancellato i voli nazionali per Arequipa e per Cusco. I manifestanti hanno continuato a bloccare le autostrade in 11 dipartimenti, principalmente nel sud del paese, compresi tratti dell'autostrada Panamericana, un'arteria vitale che insiste lungo la costa del Pacifico. Anche nell'Amazzonia peruviana, la più grande federazione indigena della nazione, AIDESEP (Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana), ha annunciato mobilitazioni di massa per chiedere elezioni generali immediate.

Mercoledì è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale ed, il ministro della difesa, ha annunciato che la misura, di 30 giorni, comporta "la sospensione della libertà di movimento e di riunione" e potrebbe includere un coprifuoco a seguito di "atti di vandalismo e violenza", compresi i blocchi stradali. "La Polizia Nazionale con il supporto delle forze armate garantirà il controllo su tutto il territorio nazionale dei beni personali e, soprattutto, delle infrastrutture strategiche e della sicurezza e del benessere di tutti i peruviani", ha detto il ministro Alberto Otarola.

I sostenitori di Castillo continuano a chiedere il rilascio del proprio leader così come nuove elezioni e la rimozione del suo successore, l'ex vicepresidente Dina Boluarte.

Intanto giovedì 15 dicembre, una commissione della Corte Suprema estende la detenzione di Castillo di 18 mesi. La decisione non entra nel merito delle accuse ma un giudice ha affermato che esiste un rischio di fuga, palesatosi a seguito del tentativo dell’ex presidente di richiedere asilo all'ambasciata messicana a Lima.

Da parte sua Castillo ha rigettato tutte le accuse contro di lui e ha twittato: "È abbastanza! L'indignazione, l'umiliazione e i maltrattamenti continuano. Oggi limitano di nuovo la mia libertà con 18 mesi di detenzione preventiva. Ritengo giudici e pubblici ministeri responsabili di ciò che accade nel paese".

Nello stesso giorno ad Ayacucho sette persone sono rimaste uccise negli scontri con la polizia ed il governo ha imposto il coprifuoco in 15 provincie, in particolare in quelle rurali andine. Le autorità dicono che almeno 15 persone sono morte in tutto il paese fino ad oggi e duecento poliziotti sono rimasti feriti.

Anche quattro ragazze italiane sono rimaste vittime delle proteste. Mercoledì l’autobus su cui viaggiavano è stato bloccato per 24 ore, dai manifestanti sostenitori di Castillo, nei pressi della città di Checacupe.

Venerdì scorso, in tarda serata, fonti ANSA hanno riferito che le quattro connazionali sono riuscite a ripartire alla volta di Cusco scortate dalla polizia.

1 art.113 c.2 Costitucion Polìtica del Perù 1993

2 newsrnd.com

Fotogramma: BBC

rheinmetal defence