Lettera di un incursore a Difesa Online

01/01/22

In sintonia con i miei lunghi anni trascorsi in uniforme ho sempre pensato che quello del soldato, più che un mestiere, fosse una vocazione. L’ho sempre pensato ogni volta che ricevevo un ordine al quale dovevo ubbidire senza poter protestare. Ma soprattutto, lo pensavo ogni volta che assieme agli altri incursori venivo allertato per compiere operazioni sempre molto rischiose.

Lo facevo per passione senza mai pensare che per fare ciò che mi “chiedevano” ricevevo anche uno stipendio. Per questo, trovarmi qui a parlare di soldi mi appare più che mai paradossale. Ma lo faccio nella speranza di scuotere qualche coscienza, di quelle che contano, non certo per alzare polveroni né, tantomeno, per innescare rivalità fratricide tra reparti diversi delle nostre Forze armate. Sarebbe la classica “guerra tra poveri”, che Dio ce ne scampi e liberi.

Orbene, come dicevo ho servito il Paese per trentacinque anni negli Incursori del 9° reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, reparto comunemente definito “punta di diamante” dell’Esercito Italiano al quale è lecito chiedere tutto, anche l’impossibile se necessario, come testimonia lo stesso motto sinistro, mai caduto in disuso: “oltre la morte”. Perciò non sto qui a dilungarmi sull’infinità di addestramenti ed operazioni che i miei colleghi in servizio effettuano regolarmente rischiando quotidianamente la vita.

È una libera scelta, nessuno li obbliga, come al tempo nessuno obbligò il sottoscritto per entrarvi. Chi decide di fare l’Incursore lo fa per amore di un’idea, per passione, ma anche per quell’atavico trasporto di appartenere ai pochi, agli unici, agli esclusivi. Quegli stessi nobili motivi che spinsero quei giovani energici - e aggiungo un po’ folli - soldati di fanteria ad entrare negli Arditi dei reparti d’assalto della Grande Guerra. Valorosi uomini in grado di compiere ardite operazioni speciali: di notte tranciavano i fili spinati del campo di battaglia, poi, dopo aver scagliato un fragoroso petardo, si fiondavano nelle trincee nemiche con il pugnale in mano spargendo il terrore tra le fila avversarie.

Fu la mossa vincente su tutto il fronte del Grappa. In quel luogo ove ogni anno si celebra la famosa battaglia del solstizio, cent’anni fa, i nostri precursori guidati dal maggiore Messe, conquistarono tre importanti capisaldi austriaci in poche manciate di minuti.

Fu il coraggio italiano a sconfiggere gli austriaci. E a quel coraggio, il Comando Supremo dell’epoca, doveva gratitudine. Per questo, come riporta l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito1, nella bellissima pubblicazione sui reparti d’assalto, a questi soldati speciali doveva essere corrisposto un “trattamento speciale. Dal giorno della chiusura del corso in poi: soprassoldo giornaliero di L. 0,75, speciale razione viveri giornaliera, dispensa da tutti i servizi di fatica, licenza di dieci giorni da concedere dopo il buon esito di ciascuna azione a quei militari (ufficiali compresi) che si saranno maggiormente distinti, concessione di distintivo di militare ardito dopo la partecipazione a due azioni”. Una sorta di premio, quale riconoscimento ufficiale del rischio maggiore corso a sprezzo della propria vita, composto di una serie di agevolazioni cui, non a caso, svettava al primo posto il “soprassoldo”.

Ecco, dopo questa breve quanto doverosa digressione, veniamo ai giorni nostri. Ad ogni allievo Incursore, alla fine del duro iter formativo durato più di due anni, durante la cerimonia di conseguimento del brevetto di Incursore gli anziani del reparto gli appongono al braccio destro lo stesso distintivo ufficiale che fu il simbolo degli appartenenti ai reparti d’assalto del secolo scorso: la daga avvolta da foglie di alloro e quercia.

Bene, direte voi, per il riconoscimento formale dell’esclusività dello status di Incursore in tutto e per tutto equiparato a quello dei valorosi Arditi della Grande Guerra, ma il “soprassoldo”? Fortunatamente i tempi sono cambiati e quello che una volta veniva definito “soprassoldo” ha assunto il termine odierno di “indennità” supplementare mensile, ma la sostanza non cambia: come stabilisce la legge 78/1983 all’articolo 1 campo di applicazione, “tale indennità viene corrisposta quale compenso per il rischio, per i disagi e per le responsabilità connessi alle diverse situazioni di impiego derivanti dal servizio”.

Senza entrare in dettagli amministrativi che tedierebbero il gentile lettore, va precisato che (ribadisco fortunatamente) le indennità attuali costituiscono una voce importante nella retribuzione del personale militare in servizio permanente di ogni categoria e grado appartenenti a tutte le Forze Armate. Per ogni specialità e specificità di impiego, infatti, l’Amministrazione della Difesa ha opportunamente previsto di aggiungere alla componente fondamentale dello stipendio, la componente accessoria delle “indennità di impiego operativo” (fondamentali e supplementari). Con tutte le buone intenzioni, il legislatore si affida poi agli organi competenti dello Stato (il Ministero della Difesa nel nostro caso attraverso l’articolazione dei suoi Comandi) per stabilire modalità e, soprattutto, quantità di denaro da elargire per ogni singola indennità a seconda dei casi specifici.

E qui casca l’asino! Nelle numerose e apparentemente asettiche tabelle riportanti la retribuzione delle indennità che rimpinguano i numerosi allegati dell’ultimo decreto di concertazione firmato il 23 dicembre ed entrato in vigore oggi, primo gennaio 2022, si sono “scordati” degli Incursori, o meglio, gli hanno riservato i “bruscolini”. Sembra paradossale, ma gli eredi di quei valorosi Arditi che aprirono la strada alle moderne indennità adesso percepite da tutti, sono praticamente rimasti a bocca asciutta!

Per carità, so bene che non si deve guardare nel piatto degli altri, e lungi da me farlo anche in questa occasione. Del resto, i fatti sono stati già ben descritti nell’articolo uscito il 30 dicembre u.s. su questa stessa pregevole testata a firma di Tiziano Ciocchetti, autore, tra l’altro, di precedenti articoli sulle indennità delle Forze Speciali.

Ovvio, non posso tacere che l’innalzamento del 170% dell’indennità dei reparti Ranger e Acquisitori mi abbia lasciato perplesso, sia perché può essere indice di poca chiarezza sul rispettivo ruolo, sia perché appare come una caduta di stile inconciliabile con lo spirito tradizionale della comunità delle Forze Speciali cui gli Incursori, non dimentichiamolo, sono il reparto di punta.

Purtroppo, la differenza retributiva mensile delle rispettive indennità tra gli appartenenti ai reparti citati e gli Incursori, in termini di potere di acquisto è ormai riconducibile alla classica “pizza e una birra”. Un po’ poco per giustificare chi ha lavorato con impegno ed umiltà per 70 anni, al costo di tante vite umane, guadagnandosi sui campi di battaglia l’appellativo di “speciale” mentre gli altri lo sono diventati con il colpo di penna di una variante organica.

Ma Acquisitori e Ranger non sono stati gli unici ad avere una ragione in più per brindare al Santo Natale: anche altri reparti convenzionali come i bersaglieri (buon per loro) si sono visti istituire indennità fondamentali nella misura del 160% dell’indennità di impiego operativo di base, con tutto il bene e la simpatia che si può nutrire nei confronti degli appartenenti a questa prestigiosa specialità della nostra Fanteria.

Per concludere, tornando all’impiego degli Arditi del nuovo millennio – gli Incursori del 9° reggimento d’assalto “Col Moschin” – lo Stato Maggiore della Difesa gli richiede il maggior numero di missioni speciali e i maggiori conseguenti rischi di “passare al creatore”, come è giusto che sia. Loro, ben volentieri, sono pronti a correrli quei rischi e, se necessario, a spingersi finanche “oltre la morte” fedeli al loro motto. E, come sempre, faranno la loro parte con sacrificio e onore per il tricolore che orgogliosamente portano sul braccio e per quel distintivo che indica che solo loro possono farlo.

Lo Stato Maggiore faccia la sua di parte. Di qui la mia preghiera, perché so che Loro, i miei colleghi, per orgoglio di appartenenza non lo chiederebbero mai: aumenti cospicuamente anche agli Incursori la loro indennità e rimedi così allo sgarbo fatto... ma, soprattutto, dia "a Cesare quel che è di Cesare".

Buon anno a tutti i militari ed alle loro famiglie!

ten. col. (r.) incursore Fabio Filomeni

1 BASILIO DI MARTINO. FILIPPO CAPPELLANO “I Reparti d’assalto italiani nella grande guerra (1915-1918)” Stato Maggiore dell’Esercito – ufficio storico, Roma 2007.

Foto: autore

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