Allarme mine in mar Nero?

(di Andrea Mucedola)
03/03/22

Storicamente, le mine navali hanno sempre costituito una grave minaccia per il traffico marittimo sia per le unità militari che civili. Sebbene il loro impiego sia concentrato in determinate aree, che devono essere dichiarate per salvaguardare il traffico neutrale, le esperienze di questi ultimi tre decenni hanno dimostrato che i belligeranti non si sono mai fatti molti problemi per l’impiego di queste armi.

Stiamo vivendo con ansia la guerra in Ucraina attraverso le drammatiche immagini che mostrano la violenza di questi primi cinque giorni di guerra. Poco si dice che il conflitto ha avuto qualche episodio navale, non molto divulgato in quanto inerente per lo più lo sbarco delle forze anfibie russe di invasione e gli scontri tra unità minori ucraine e non precisate unità avversarie. Le notizie sono quindi frammentate e, in momenti di palese disinformazione, è sempre meglio tacere per evitare valutazioni non corrette.

Una notizia di ieri di particolare gravità è stata l’affondamento di un mercantile estone, sembra dirottato in un’area con presenza di mine.

Un mare adatto all’impiego delle mine

Il Mar Nero è un mare” chiuso”, collegato con il Mediterraneo dallo stretto del Bosforo e quello dei Dardanelli, ovvero gli stretti del Mar Nero regolamentati dalla Convenzione di Montreux del 1936, secondo la quale la Turchia ne ha il completo controllo e, in caso di conflitto, ha il diritto di regolamentare il transito delle navi da guerra, riservandosi, nel caso, il blocco delle unità militari appartenenti ai Paesi coinvolti nel conflitto. In realtà, l’articolo 19 del trattato, permette alle unità appartenenti a potenze belligeranti che hanno base in tale bacino di tornarvi. Questo è il caso delle navi russe dislocate in Mediterraneo che hanno potuto tornare alla loro base, indipendentemente se appartenenti alla base di Tartus (Siria) o alla flotta del Mar Baltico. In passato le flotte belligeranti, durante la prima e la seconda guerra mondiale, posarono un numero considerevole di mine nelle acque costiere del Mar Nero, in particolare nella parte nord-occidentale della Crimea.

Come abbiamo appreso nelle ultime settimane, le rotte ed i porti nel settore nord-occidentale del Mar Nero sono economicamente importanti, in particolare per il grande flusso di esportazioni di materie strategiche da e verso importanti porti come Odessa (Ucraina), Constanza (Romania), Varna e Burgas (Bulgaria). Un flusso che interessa anche le foci dei principali fiumi come il Danubio, il Dnepr, il Dnestr ed il Bug meridionale.

Da un punto di vista delle batimetrie, le profondità sono inferiori a 100 metri dal Capo di Tarkhankut, in Crimea, alla foce del fiume Danubio e scendono solo a poche decine di metri lungo la costa per un tratto della costa rumena e bulgara. Profondità favorevoli quindi all’impiego sia di mine ormeggiate che da fondo. Inoltre sono zone spesso soggette a nebbie che possono ridurre di molto la visibilità e rendere complessa la navigazione in sicurezza in quanto anche applicando un servizio di vedetta, un mercantile o un’unità militare d’altura non è in grado di poter scoprire eventuali mine in superficie.

In questo caso, oltre alla necessità di organizzare dei convogli, devono essere assicurate unità di contromisure mine che precedano il convoglio e lo guidino in sicurezza attraverso canali predeterminati.

Oltre alla minaccia per le attività commerciali della pesca, legate alla presenza di mine navali inesplose della prima e della seconda guerra mondiale, in questo frangente di guerra potrebbero essere state posate delle mine, un tipo di armamento ampiamente disponibili nei depositi russi.

Secondo Vpk-news.ru, 16 settembre 2015, le unità navali della flotta del mar Nero con il supporto dell’aviazione della Marina sarebbero in grado di posare più di 1.000 mine navali da 500 a 1.500 chilogrammi.

Tra i tipi più moderni le mine MDM che possono essere posate a profondità fino a 120 metri contro i sottomarini avversari. Inoltre, gli arsenali russi hanno mantenuto mine obsolete ma ancora pericolose che possono essere posate a profondità di 1000 metri e più.

Un numero significativo di mine ancorate russe può essere utilizzato a profondità fino a 1.500 metri. Inoltre, in risposta alle mine CAPTOR americane, i Russi hanno disponibili le PMK-2, mine/siluri incapsulati che, quando attivati si dirigono verso il bersaglio autonomamente.

Secondo Mosreg.ru. la Russia ha aumentato la produzione di mine navali dopo l’annessione illegale della Crimea nel 2014, migliorando le sue strutture industriali per la modernizzazione/costruzione di mine navali.

Va compreso che le mine navali, oltre ad essere delle armi subacquee estremamente costo efficaci (alto a capacità distruttiva a fronte di un basso costo per la produzione), hanno un potente effetto psicologico. Basterebbe solo la notizia della posa di mine di fronte ad un porto per causarne il suo blocco.

Ciò causerebbe ingenti perdite economiche ed il blocco della navigazione marittima nell’area fino a quando non fossero prese adeguate contromisure.

Esiste questa possibilità nella guerra navale attualmente in corso in Mar Nero?

In pochi giorni diversi incidenti al traffico mercantile (Banglar Samriddhi, colpito nel porto di Olvie, Crimea, il Millennial Spirit nave rumena in rotta verso Odessa, il cargo turco Yasa Jupiter e il mercantile giapponese Namura Queen - foto seguente), i cui responsabili degli attacchi non sono stati ancora individuati.

È ora recentissima la notizia che un mercantile estone, l’Helt (foto apertura), battente bandiera di Panama, sia affondato al largo della città ucraina di Odessa a causa di una mina. Secondo quanto dichiarato alla Reuters da Igor Ilves, amministratore delegato della Vista Shipping Agency, con sede a Tallinn, due membri dell’equipaggio avrebbero trovato riparo su una zattera di salvataggio. Le ultime notizie danno il recupero anche di altri 4 membri dell’equipaggio. Nelle more di una conferma, sembrerebbe che la Marina russa avesse costretto la nave a deviare in una zona pericolosa in modo da poterla utilizzare come “scudo” e che la nave abbia attivato una mina navale.

Le speculazioni sull’affondamento dell’Helt possono essere molte: la nave potrebbe essere stata effettivamente su una zona minata (difensiva ucraina o offensiva russa) per farla affondare e creare un impedimento del traffico o la causale rottura di un ormeggio di una mina ormeggiata che, essendo alla deriva, ha poi urtato lo scafo del mercantile. Ipotesi ancora più drammatica potrebbe essere un blocco voluto delle rotte del traffico mercantile con mine navali, creando quindi dei corridoi solo per le unità russe. Altra cosa se il minamento sia un’azione deliberata contro il traffico mercantile non belligerante… in questo caso si tratterebbe di qualcosa di più di una violazione al diritto internazionale. In ogni caso il rischio per il traffico è da considerarsi importante. 

Secondo l’articolo 6 XIII della Convenzione dell’Aja del 1907 è infatti assicurata la libertà di commercio tra Paesi neutrali e belligeranti a meno di commercio di materiali di guerra.

Secondo la Dichiarazione di Londra del 1909, in caso di contrabbando di guerra, i belligeranti possono confiscare prodotti utili allo sforzo bellico dell’avversario. Ma, secondo il Protocollo I aggiuntivo dell’8 giugno 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, nell’ambito delle azioni di soccorso, il materiale necessario alla sopravvivenza della popolazione civile non può essere incluso nelle liste di contrabbando.

Foto: Twitter / web / Rosoboronexport

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