Se sul Kosovo i serbi fanno sul serio

(di Andrea Gaspardo)
19/12/22

“I Balcani occidentali devono decidere da che parte stare: dalla parte della democrazia, questa è l'Unione Europea, amica e partner. O se vogliono prendere una strada diversa. Russia e Cina stanno cercando di esercitare un'influenza nella regione ma l'UE è il maggior investitore e il partner più stretto per i Balcani occidentali. A seguito della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, la questione è se prevarranno le autocrazie e la legge del più forte o la democrazie e lo stato di diritto e questa lotta è evidente nei Balcani occidentali”. Con queste parole la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen ha arringato la platea all'apertura del vertice UE-Balcani occidentali del 6 dicembre 2022, evento diplomatico di importanza niente affatto secondaria e che rischia di passare alla Storia come “l'evento clou” con il quale i paesi dell'Unione Europea si sono alientati per sempre qualsiasi simpatia residua precedentemente esistente presso i serbi.

L'utilizzo da parte mia del termine “serbi” anziché “Serbia” non è affatto casuale. Nonostante infatti la Serbia sia “lo stato serbo per antonomasia” dato che la sua popolazione è costituita per la stragrande maggioranza da serbi etnici e la sua capitale, Belgrado, sia da secoli il centro di potere più importante del popolo serbo, identificare i confini della “serbità etno-culturale” con quelli dello stato serbo è riduttivo e financo sciocco.

Su circa 10 milioni di serbi etnici sparsi per il mondo, più della metà vivono nella Repubblica di Serbia. Circa 2-3 vivono in floride comunità diasporiche sparse in ogni angolo della Terra, con Germania, Austria, Svizzera, Francia, Svezia, Stati Uniti e Canada a fare la parte del leone. I restanti 1.5-2.5 milioni però vivono ancora concentrati in una serie di territori facenti parte dei paesi che un tempo costituivano la Yugoslavia, paese la cui disintegrazione ha provocato la separazione fisica dell'ecumene serba, che nel periodo compreso tra il 1918 ed il 1991 aveva avuto per la prima volta dal 1389 un unico “tetto geopolitico sopra la propria testa”.

Se rapportati ai loro “connazionali” viventi nella Repubblica di Serbia e nella vicina Bosnia-Herzegovina, i serbi del Kosovo, dall'alto delle loro 100.000 anime al massimo, sembrano ben poca cosa. Eppure ancora oggi la questione kosovara ha la capacità di mobilitare la sensibilità della maggioranza dei serbi, non importa se viventi nel loro tradizionale territorio balcanico oppure nella diaspora, e questo gli europei e gli altri “occidentali” in generale non sono ancora riusciti a capirlo per niente, nonostante siano passati anni e fiumi di inchiostro (e di sangue) siano stati versati per presentare di fronte al mondo l'irriducibile complessità balcanica.

Da sempre le leadership dell'Europa continentale e, più recentemente, degli Stati Uniti hanno fallito costantemente nel loro approccio nei confronti della leadership serba così come hanno fallito nel capirne la cultura politica. Emblematiche furono le ridicole manifestazioni di giubilo con le quali le autorità di Bruxelles festeggiarono la nomina di Aleksandar Vučić e di Ana Brnabić alle rispettive cariche di Presidente della Repubblica e di Primo Ministro. Vučić al tempo era considerato un promettente riformatore, mentre la Brnabić mandava in visibilio le élite “moderniste” del continente per il semplice fatto di essere la prima donna e lesbica nella Storia della Serbia ad accedere ad una così alta carica istituzionale.

Inutile a dirlo, ci ha pensato il tempo a raffreddare gli entusiasmi dato che, al di là delle loro caratteristiche “esteriori”, quando valutati nell'essenza del loro credo politico, sia Vučić che la Brnabić sono degli accesi nazionalisti e, come tutti i serbi, non sono disposti a “cedere” su questioni di natura esistenziale. E qui arriviamo al secondo macroscopico errore della diplomazia europea: l'idea (o forse sarebbe meglio chiamarla “follia”) che sarebbe bastato presentare ai serbi la prospettiva di una futura accessione alla famiglia europea per fargli dimenticare la questione del Kosovo, neanche la promessa di un “congruo quantitativo di denaro” valesse il fatto che un popolo come il loro dimenticasse tutto d'un tratto il territorio che ne rappresenta la culla storico-culturale-religiosa e l'essenza stessa dell'epos e dell'ethos nazionale, per di più ventilandone la neanche tanta velata prospettiva di un'unificazione con l'Albania, evento epocale che costituirebbe una pietra miliare negli annali del nazionalismo albanese che creerebbe un precedente storico che rischia di ripercuotersi sull'intera Europa continentale e costituirebbe un utilissimo “cavallo di Troia” per la Turchia nella sua politica di nuova penetrazione nel “ventre molle” del continente.

Sbagliano i leader a Bruxelles e nelle altre capitali del Vecchio Continente a credere che le affermazioni di Vučić di “far intervenire l'esercito per proteggere i serbi del Kosovo dal rischio di una pulizia etnica definitiva” siano solo parole al vento e che i vertici di Belgrado (tra i quali, per altro, vi sono diversi serbi originari proprio del Kosovo!) non avranno “lo stomaco e gli attributi per combattere” (esattamente gli stessi discorsi che ci ripetevamo gli uni gli altri alla vigilia dell'invasione russa dell'Ucraina!), quando lo hanno già fatto diverse volte nella loro Storia, anche contro nemici che non avevano alcuna possibilità di sconfiggere (il 1914 ed il 1941 rappresentano gli esempi più calzanti, a mio avviso!).

Resta da vedere se l'attuale leadership europea sarà sufficientemente intelligente da adoperarsi per disinnescare la crisi fino a che siamo ancora in tempo oppure sarà talmente imbecille da farla scoppiare definitivamente.

Foto: Serbian Armed Forces

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