A Pechino i grandi timonieri sono di casa, i miracoli no

(di Gino Lanzara)
29/11/22

Il Congresso del PCC appena tenuto, pur avendo sfidato la storia con la reiterazione del mandato a Xi, non è riuscito ad avere la meglio sulla fiammeggiante recrudescenza di una pandemia che non ha mostrato alcuna intenzione di mollare la presa lasciando, grazie alla pioggia battente, segni tangibili della sua virale indomabilità anche sul legno secolare del crocifisso ostentato da un Pontefice supplice in una giornata buia e grigia.

A Pechino i grandi timonieri sono di casa, i miracoli no, e l’unica e discutibile strada da poter percorrere è rimasta quella imposta dalla strategia del cosiddetto zero covid, colpita tuttavia dalla stessa sorte che ha deturpato il Cristo romano del 400 in effigie.

L’aumento dei casi di Covid mette a nudo tutti i limiti terreni della politica Han: i lockdown non hanno prodotto i risultati auspicati, e dopo poche settimane di aperture le autorità sono state costrette a tornare ad un sistema rigidissimo ma fragile, cui si accompagnano dubbi sempre più pungenti circa sia la validità della profilassi igienico sanitaria quotidiana di un Paese che pure si propone quale polo politico economico tecnologico alternativo a quello russo in via di declino, sia in relazione all’efficacia farmacologica dei vaccini Sinovac e Sinopharm prodotti dai laboratori nazionali. Non a caso, durante la visita del cancelliere tedesco Scholz, Pechino ha approvato la somministrazione del vaccino BioNTech agli espatriati tedeschi, non escludendone la diffusione di massa. Questo tuttavia riconoscerebbe l’incapacità scientifica cinese, proprio nel momento della più accesa competizione tecnologica con gli USA.

Riandando con il pensiero alle prime fasi della pandemia, considerato il dazio già pagato ad una globalizzazione sempre più pervasiva, gli oltre 31.000 casi cinesi della settimana scorsa di cui 27.000 asintomatici, non fanno ben sperare nessuno visto che si tratta della peggiore situazione riscontrata negli ultimi 6 mesi.

Secondo il Financial Times il sistema sanitario cinese, questa volta, potrebbe collassare, ma risulta di certo poco consona al prestigio ed alla credibilità di un timoniere, una politica che intende tenere in isolamento coatto una popolazione di oltre 1 miliardo di individui. Mentre il resto del mondo convive forzatamente con un virus mutageno, la Cina, da cui lo stesso virus si è malignamente proiettato su milioni di vittime ignare, sogna un’impossibile campana di vetro che eviti ulteriori decessi capaci di porre in seria difficoltà il Partito.

I vaccini stranieri non sono ben tollerati dalla classe dirigente, ed in più la popolazione non risulta adeguatamente immunizzata. Secondo gli epidemiologi, se il Covid dovesse far davvero breccia, almeno 6 milioni di pazienti potrebbero aver bisogno di un ricovero in terapia intensiva, in numero insostenibile anche per le capacità di un Principe Rosso che, negli ultimi anni, ha volto la sua attenzione al contenimento del virus, destinando altrove i fondi necessari alla ricerca. L’immunità comunitaria per il PCC non è accettabile.

Le restrizioni, tuttavia, hanno un prezzo: il rallentamento economico e della produzione, a cui si è aggiunta l’ira di un popolo esasperato dalla mancanza di libertà e dall’esecuzione ottusa di misure che, già rigide di per sé, hanno determinato paradossi come quelli che hanno determinato la morte di una bambina di 4 mesi1 e di altre 10 persone a Urumqi2 nello Xinjiang. Le proteste nello Xinjiang, tra l’altro si connotano per i rischi derivanti dalle repressioni già operate contro gli Uiguri e le altre minoranze etniche per lo più musulmane.

L’episodio di Urumqi, ancora poco chiaro, ha sollevato polemiche tali che le autorità hanno diramato un comunicato di scuse cui è seguita una dichiarazione di termine emergenziale, un annuncio accolto con sarcasmo e che sembra poter accendere nuove proteste3.

Sui social si moltiplicano le espressioni di rabbia e frustrazione di un popolo che, accusato sempre più spesso di disturbo dell’ordine sociale, non riesce a capacitarsi delle libertà altrui che si evidenziano dalle immagini trasmesse dagli stadi del Qatar. Il malcontento è tuttavia così diffuso che la censura a stento è riuscita a filtrare le notizie riguardanti le proteste scoppiate nello stabilimento della taiwanese Foxconn4 a Zhengzhou.

È chiaro che fino a quando dominerà la filosofia dello zero Covid, con tempistiche produttive lontane dai paradigmi della normalità, le multinazionali guarderanno con sospetto all’apparato cinese già insidiato dall’India, pronta ad ospitare gli impianti della Apple.

Il rischio per Xi che ha difeso la sua strategia come espressione della superiorità del sistema cinese rispetto a quelli occidentali, consiste in una generalizzazione delle contestazioni sullo stile di quelle di Zhengzhou, capaci di inibire il business degli investitori.

L’aumento dei contagi costringe Pechino ad un bivio: da un lato la prosecuzione dei lockdown, dall’altro allentare la presa per favorire la crescita; ma come conciliare quest’ultima possibilità con il rischio che il virus metta in pericolo la sovranità del Partito? E come porre rimedio all’insofferenza, alla depressione giovanile, al calo dei matrimoni, al decremento del tasso di fertilità, al calo di crescita del PIL, fermo al 3,9% a fronte del 5,5% prefissato per quest’anno?

A Shanghai le proteste hanno direttamente la leadership di Xi, invocandone le dimissioni. Pechino ha dunque aumentato i controlli, pur nella consapevolezza di poter alimentare ulteriormente la tensione tra potere centrale e diramazioni periferiche; rimangono quindi due soluzioni: proseguire con quarantene mirate sperando nella primavera, oppure allentare i controlli per ridare piena efficienza ai commerci. Scegliendo presumibilmente la prima opzione il governo, nel contenere l’emergenza sanitaria, alimenterà disagio sociale e rallentamento economico riducendo il consenso nei confronti del Partito, e rendendo più difficile il funzionamento degli snodi geopolitici principali, condannandosi alla subalternità con Washington.

Viste le proteste di Shangai, Wuhan dove tutto è cominciato, Chengdu e Pechino all’Università Tsinghua, si può dire che il contagio abbia investito anche la sfera politica: i manifestanti sfilano con fogli bianchi con cui nascondere l’identità, o ricorrendo a qualsiasi artificio possa impedire il loro riconoscimento vista anche la progressiva violenza manifestata da ambedue le parti. Del resto le proteste costituiscono una sfida intollerabile per il regime comunista che, intimorito dalla memoria storica, continua ancora ad operare perché cada definitivamente l’oblio sui fatti di Tien an Men del 1989.

Oltre a reprimere il dissenso, è possibile che il partito rimbalzi le critiche ricevute verso le amministrazioni periferiche che, tuttavia, potrebbero andare incontro alle contestazioni. In questo contesto, la BBC afferma che uno dei suoi corrispondenti è stato arrestato dalla polizia. Panoramiche politico economiche cinesi correlate. Mentre imperversano le contestazioni anti Covid, da un incredulo Vaticano, apparentemente privo della malizia diplomatica che gli dovrebbero conferire 2000 anni di storia, arrivano sorpresa e rammarico per i non concordati nomina e insediamento di monsignor Giovanni Peng Weizhao, quale vescovo ausiliare di Jiangxi, diocesi peraltro non riconosciuta. A fronte di un accordo rinnovato pochi mesi fa, l’investitura del prelato sa di potente schiaffo politico.

Nel frattempo i mercati tremano, visto che gli indici asiatici calano, le materie prime incassano il colpo con il petrolio in calo del 3% ed il Brent del 2,86%, e gli investimenti frenano. L’indice azionario MSCI al di fuori del Giappone è sceso del 2,2% colpito dal ribasso causato proprio da una svendita nei mercati cinesi. Il caos sui provvedimenti anti Covid sta ingenerando incertezza sui mercati, con un taglio di 25 punti base della banca centrale al coefficiente di riserva obbligatoria, cosa che affrancherebbe 70 miliardi di dollari liquidi utili a sostenere l’economia.

R. Subbaraman, capo economista di Nomura per l’Asia, ritiene che esista il pericolo che il piano cinese per convivere con il Covid sia troppo flemmatico, e che le proteste indeboliscano ulteriormente l’economia; secondo G. Wildau, CEO di Teneo Holdings LLC a NY, i mercati risponderanno negativamente alle proteste diffuse ... che potrebbero innescare nuove interruzioni delle catene di approvvigionamento smorzando la domanda di consumo. Per Jessica Amir (Saxo Capital Markets - Sidney), tutto ciò che esposto alla Cina sarà vulnerabile, e gli utili a termine delle società cinesi esposte saranno in discussione e gli investitori probabilmente lo esprimeranno vendendo. Il petrolio è crollato ed i metalli sono diminuiti indebolendo la domanda di energia; l’oro è sceso mentre il dollaro si è rafforzato facendo ribassare il metallo più prezioso.

È un momento di proteste diffuse: mentre in Cina si contestano le misure anti Covid, in Iran le donne si sfilano il velo, incorrendo nelle ire degli Ayatollah. In ambedue i casi è interessante verificare il coinvolgimento popolare contro provvedimenti percepiti come liberticidi. Del resto l’autoritarismo, che sia esercitato da Grandi Timonieri o da Riflessi di Dio, consiste sempre in una privazione di diritti; chi scende in piazza spera che il futuro possa essere diverso e migliore benchè, sia in Cina che in Iran, le proteste non possano essere ricondotte a nessun leader unico e capace di portare avanti una linea politica coerente e costante.

In un Occidente silenzioso ed incapace di comprendere le spinte reali e più importanti, rimane solo un crocifisso deteriorato dalla pioggia.

1 Il padre ha riferito che gli sforzi per portare la bambina in ospedale sono stati vanificati dai paramedici delle ambulanze che si sono rifiutati di procedere al trasporto in quanto risultato positivo al virus.

2 I decessi sono stati causati dai ritardi nei soccorsi dovuti alle regole contro il covid, oltre alla possibilità che diverse vie d’accesso siano state preventivamente bloccate proprio per agevolare il lockdown. La rabbia popolare è esplosa dopo che i funzionari di Partito hanno incolpato gli stessi residenti per la loro incapacità di fuga.

3 Il governo ha comunque affermato che taxi, ferrovie, autobus e altri servizi pubblici riprenderanno. China Southern Airlines ha annunciato la ripresa dei voli da Urumqi.

4 La Foxconn produce il 70% degli iPhone su scala globale. La fabbrica era già assurta ai disonori della cronaca per precedenti proteste, mancati adeguamenti stipendiali e circa 12 suicidi

Fotogramma: RAI

rheinmetal defence