L’uomo dei sogni

(di Gino Lanzara)
10/12/19

Il Palazzo della Civiltà Italiana fu slanciato verso il cielo celebrando eroi, poeti, santi e navigatori, ma senza glorificare un aspetto peculiarmente nazionale: la genialità visionaria; mancava un volto da associarvi, quello di Enrico Mattei.

Personaggio spigoloso, di lui tanto si è detto e scritto; era un uomo, dunque lontano sia da agiografie di facciata sia da forme postume di damnatio memoriae. Il carattere concretamente visionario non lo rendeva il candidato ideale per la liquidazione dell’Agip, impresa figlia di un regime sconfitto; piace pensare che, tra le stelle del firmamento, quella sulla corona turrita della ragazza in tricolore abbia velato le considerazioni sull’uomo privilegiando quelle sul visionario reduce dalla lotta partigiana, sull’uomo innamorato di quell’Italia che non tollerava vedere nella polvere di una disfatta disastrosa, un uomo che De Gaulle salutò con un “Comment ça va, votre majesté?”.

Disattendendo il mandato ricevuto prese per mano l’Agip e la trasformò, nel 1952, nella struttura portante dell’ENI, la multinazionale petrolifera italiana protagonista del miracolo economico, nonché un centro di influenza politica supportato dalla proprietà di quotidiani e dal sostegno di partiti politici considerati alla stregua di taxi da cui scendere una volta terminata la corsa.

Solo un uomo: se avesse goduto del favore divino sarebbe riuscito ad evitare una fine atroce, su cui una sentenza del 2012, collegata all’inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro de Mauro che vi indagava, ha apposto il suggello dell’attentato, non riuscendo tuttavia ad individuarne i responsabili.

Se è vero che il divino non gli è appartenuto, è però altrettanto vero che una tormentata glorificazione laica non gli si possa negare: Montanelli non fu tenero, del resto lo stesso Mattei, pur percependo i contorni della realtà che stava plasmando, non rinunciò mai al suo sogno, preferendo affondare le mani nella melma di un realismo senza sconti per un Paese sconfitto, per lasciare poi in eredità una creatura da cui la politica estera ancora oggi avrebbe ancora da imparare.

Il Commendatore realizzò gasdotti metaniferi; ebbe una concreta visione dell’atomo italiano con la centrale elettronucleare di Latina, che avrebbe potuto essere la prima in Europa e la terza nel mondo e che invece si dissolse al sole della nullificante dialettica politica e della nazionalizzazione dell’ENEL; infranse l’oligopolio petrolifero anglosassone delle sette sorelle1, dilaniato dal principio Matteiano per cui i proprietari delle risorse dovevano ricevere buona parte dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti, salvaguardando i diritti Statali, anche quelli italiani; pagò a caro prezzo l’idea di oleodotti europei, che avrebbero determinato hub e zone ristrette, ma per cui furono commessi gravi errori operativi in assenza di un capitale di rischio; negoziò concessioni in MO; da partigiano bianco e non avvezzo al sottile, ebbe i suoi migliori rapporti con i rossi che, con Luigi Longo, gli consentirono di stringere accordi commerciali con l’Unione Sovietica.

Mattei, comunicatore che non seguiva direttive politiche ma le suscitava, superò sia le resistenze della sinistra che della DC filostatunitense, cosa che costrinse Fanfani a coniare il termine di neoatlantismo per indicare una via politica autonoma; ha creduto nella capacità di risollevare la testa, paragonando l’Italia ad un gattino che non poteva più essere scacciato ed ucciso da cani più grandi ed affamati: Mattei ha creduto negli Italiani, e gli Italiani hanno creduto in lui, nel suo carisma.

Da self made man non dimenticò mai quel che gli aveva insegnato il padre: “...è brutto essere poveri, perché non si può studiare e senza titolo di studio non si può fare strada”, precetto di cui fece tesoro quando chiamò a sé personaggi coinvolti nel precedente regime ma comunque capaci di dare l’indispensabile continuità, cosa che comprese anche il Migliore con la sua amnistia, ma che è risultata incomprensibile agli incauti liberatori dell’Iraq. Il sogno di Mattei non avrà avuto l’appeal yankee di quello di M.L. King, ma per gli Italiani ha costituito l’affascinante realizzazione dell’impossibile.

L’ingegno è vedere possibilità dove altri non ne vedono (E. Mattei)

Gestire l’eredità lasciata da Mattei è stato complesso; l’Italia ha sempre avuto bisogno di un approvvigionamento diretto di energia, ed ENI ha avuto la necessità di potersi accostare allo Stato in una sinergia che escludesse equivoci.

Oggi come ieri, ENI necessita di una struttura diplomatica capillare collegata ad un’efficiente politica informativa aspetto che, in termini di intelligence, è sempre stato peculiare delle maggiori imprese, unitamente ad un’attenta selezione dei Paesi interlocutori che hanno sempre percepito ENI come diversa dalle altre imprenditorialità, avvertite colonialiste e prive di quell’idea italiana di capitalismo soggetto al principio di equità sostanziale e paritaria.

Ci piace pensare che, ancora oggi, ENI conservi la scintilla di Mattei. Gli interessi di ENI, salvaguardati nel 1972 da Andreotti con la sua politica mediterranea, hanno trovato contiguità con il principio del Mediterraneo Allargato, un insieme geografico ma non un unico sistema politico culturale2, ulteriormente espanso con la pervasiva presenza Cinese, che ha portato a tracciare rotte cindoterranee estese all’Indo Pacifico, un’area quanto mai avida di petrolio; una regione strategicamente vicina al “Grande Medio Oriente” e divisa su due teatri fondati sul concetto di espansione mediterranea verso Est con Mar Nero, Caucaso ed Asia Centrale, e Sud-est con Mar Rosso, Canale di Suez e Golfo Persico. Si tratta di spazi in evoluzione, limitati da interessi nazionali in aree interdipendenti, dove il controllo delle rotte marittime potrebbe garantire un equilibrio multipolare secondo un concetto fluido di potenza.

ENI segue un’avveduta strategia negoziatoria che tiene conto delle contingenze territoriali, secondo una prassi consolidata e risalente allo stesso Mattei che capitalizzò i contatti coltivati da La Pira durante i suoi colloqui mediterranei. Egitto, Iran, Marocco, l’Algeria indipendente, Angola, Mozambico, Libia, le società in Somalia, gli impianti in Giordania ed Argentina, la fornitura di prodotti in Etiopia, Sudan, Bolivia, le missioni in India, Pakistan, Arabia Saudita, Ghana, Congo, Nigeria, la distribuzione del gas, hanno costituito le fondamenta di una politica energetica e di profondità strategica che considera le variabili globali esaltando il modello organizzativo strutturato in MO, Nordafrica, Africa Est ed Ovest, America Latina, Asia, Cina, Russia, Europa orientale, Europa e UK.

ENI è interprete del principio per cui l’energia, rivestendo un ruolo geopolitico fondamentale negli ordinamenti internazionali di ogni tempo, è partecipe dei confronti collegati alla transizione energetica globale, un rischio per i Paesi con una struttura economica non diversificata e dipendente dalla rendita petrolifera, ed in contemporanea diffusione delle energie rinnovabili, animatrici di un commercio transfrontaliero di elettricità foriero di vulnerabilità in termini di controllo sui Paesi riforniti; non da ultimo il gas, risorsa quanto mai funzionale a possibili oscillazioni politiche, e la cui filosofia di impiego ha condotto ad ipotizzare diversificazioni degli approvvigionamenti con una politica di decarbonizzazione, secondo scelte che, contemplando la collaborazione con l’Ente petrolifero russo in Egitto, Libia e Tunisia, premiano la politica italiana dell’ambiguità costruttiva susseguente agli eventi ucraini e del Donbass, e privilegiano direttrici volte a rafforzare l’estrazione del gas naturale secondo una tendenza di lungo periodo correlata agli umori del mercato.

È presumibile che la transizione energetica globale porterà ad una diversa geoenergia, con una forte instabilità nei Paesi esportatori di combustibili fossili.

ENI, presente in 67 Paesi del mondo, opera in un Mediterraneo che, in chiave globalizzata, si connota per instabilità e dinamismi coinvolgenti assetti politici, commerciali e strategici, e dove le risorse energetiche, tra Golfo Persico, Asia Centrale e Mar Caspio, valgono il 70% delle riserve mondiali e per il 35% incidono sulla produzione di gas, con crescenti difficoltà di trasporto e stoccaggio dato il numero ridotto di rigassificatori.

ENI punta sul MO con un piano strategico da diversi miliardi, risultato di una diversificazione geografica; una scommessa azzeccata alla luce degli accordi firmati nella penisola arabica, soprattutto negli EAU, Paese con rischi azzerati, bassi costi operativi ed interessato ai progetti dell’economia circolare, con circa 117mila chilometri quadrati di nuove concessioni, e con le ulteriori possibilità offerte dal Qatar per l’espansione della produzione di gas naturale liquefatto, con investimenti da 2,5 miliardi di dollari nell’upstream da qui al 2022, più altri 4,7 miliardi di dollari da destinare a tutto il MO, utili alla produzione di 400mila barili giornalieri nel 2024, corrispondenti ad un miliardo in più di flussi di cassa; tutti driver che, con Egitto e Norvegia, verrebbero esaltati dall’acquisizione degli impianti ExxonMobil, e dalla disponibilità del complesso di Ruwais3, la quarta raffineria mondiale.

Se la comprensione del disegno geopolitico italiano in MO è complessa, è molto più facile stabilire la posizione ENI che da lì, più che dall’Asia Centrale, trae gran parte delle risorse, e persegue di fatto un menage politico parallelo. Della vocazione mediorientale e mediterranea di Mattei è rimasto il rispetto degli interessi dei produttori tanto che Eni, prima tra le compagnie mondiali, è riuscita ad ottimizzare i suoi risultati in aree da cui altri traggono profitti limitati. Il mantenimento di questa posizione presuppone un mutuo scambio con la politica, così come del resto è stato fatto con gli esecutivi finora succedutisi.

Se le transazioni petrolifere sembrano statiche, vista la consistenza delle riserve dovuta alle nuove tecnologie4, il mercato del gas naturale riveste un ruolo strategico rilevante, a dimostrazione della consapevolezza ENI della tendenza alla crescita gasifera, vista sia la forte disponibilità nell’East Med Egizio-Cipriota, sia la collocazione geografica nazionale, che impone rotte sostenibili, la necessità di compensare il mancato sviluppo del nucleare, e di considerare le possibili evoluzioni politiche locali, come in Algeria.

Sistemi e Paesi

Un ex Premier ha definito l’ENI “un attore geopolitico per eccellenza, l’unico che abbiamo di questa portata”; c’è da chiedersi se fosse consapevole che le sue parole, oltre ad evidenziare un’ovvietà, sono risuonate come un’ammissione di debolezza istituzionale ma comunque utili per comprendere il perché di una politica diversa da quella governativa, non sempre pronta a supportare diritti di estrazione e sfruttamento prima e sulla rete infrastrutturale per convogliare le risorse poi, unitamente a sensibili difficoltà nell’azione diplomatica unilaterale nelle aree piene del vuoto di potere creato dal ritiro statunitense, incapace di imporre il Paese quale hub energetico meridionale e con notevoli difficoltà nel mantenimento di un proficuo soft power.

I confini allargati dei nostri interessi, che arrivano ad ovest al Golfo di Guinea e ad Est oltre Hormuz, presupporrebbero un’azione sinergica tra un Esecutivo pronto a rendere sicure relazioni diplomatiche e rotte marittime, ed il braccio esecutivo imprenditoriale. I dubbi tuttavia cominciano a sorgere già dalla Libia, area per noi strategica, dove va considerata l’avanzata di Haftar, pronto ad impattare i campi petroliferi e gasiferi ENI, e dove stentiamo a proporci come protagonisti di fronte ad attori geopolitici più aggressivi come la Turchia che, dopo aver stretto patti giuridicamente insussistenti con Serraj in tema di estensione delle reciproche ZEE, è impegnata in attività asimmetriche di confronto navale volte a tagliarci fuori dall’East Med.

Sorge spontanea la domanda se rimaniamo in Libia per virtù politica, o se dobbiamo la nostra permanenza a ENI, al momento, la più africana delle 7 maggiori compagnie petrolifere mondiali in qualità di investitore per oltre 20 miliardi di dollari, che non può non attenzionare un attivismo cinese supportato in Patria dall’accordo governativo della BRI.

I punti di faglia sono molteplici: Cipro, la contesa tra Israele e Libano per le definizione dei confini che interessano i giacimenti gasiferi, le accuse di corruzione in Nigeria, una ridotta capacità di competere nel teatro Cindoterraneo perché privi di vis politica, una ricorrente difficoltà nel proiettare gli interessi nazionali in aree d’importanza capitale per il nostro sistema; tanti punti critici per una politica che coglie solo la valenza geografica della Penisola, ma senza associarvi la componente geoeconomica, correndo il rischio di depauperare un capitale umano indotto a cercare migliori possibilità verso realtà operative estere.

Guardando a come il passato si riflette sul presente, viene da credere che Mattei, considerando l’aspetto sociale, avrebbe puntato ancora una volta sul sapere tecnico scientifico senza tralasciare quello geopolitico; probabilmente manca una volta di più la necessaria sinergia tra una visione pubblica, purtroppo di breve respiro, ed imprenditoriale che, viaggiando a velocità diversa, si propone con proiezioni al momento difficilmente raggiungibili.

1 Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil; 2. Royal Dutch Shell, Anglo-Olandese; 3. British Petroleum (BP); 4. Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil; 5. Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco; 6. Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco; 7. Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron.

2 Samuel Huntington

3 Abu Dhabi

4 Olio di scisto

Foto: ENI / web