India, l'alleato chiave per la vittoria

(di Julian Carax)
19/04/21

“Mai viste le onde arrendersi”. La geopolitica si estrinseca nel confronto delle antitesi, tra il dominio degli spazi terrestri versus una visione flessibile, cornice di una vocazione universale e dunque illimitata, fondata sulle connessioni e sul controllo di rotte e passaggi obbligati: la competizione è e sarà ancora tra le spume.

I dati confermano che il commercio marittimo continuerà a crescere: il successo della nuova via della seta è vincolato alla conquista delle rotte marittime che contornano il Rimland, non certo alle ferrovie eurasiatiche. La strategia che vuole l’Indo Pacifico libero ed aperto conferma che la geopolitica del XXI secolo la deciderà il mare.

Dopo il 1989, l’area è stata interessata dall’insorgenza di minacce inedite1, a cui si sono aggiunti Iran e Cina, perturbatori dei preesistenti equilibri. Ora, la rivalità sino americana obbliga, in un ambito regionale che percepisce l’egemonia cinese come una minaccia, a non facili schieramenti in accordo con due concetti geopolitici; il primo ridisegna i confini secondo un unico arco di continuità, tenendo peraltro conto degli studi che per i prossimi decenni individuano nell’Asia-Pacifico il fattore dominante dell’economia globale; il secondo delinea una geopolitica della protezione, ovvero la prosecuzione della guerra economica in un ambito tecnologico maturo.

Con un PIL in costante aumento, la Cina si è proposta quale valida controparte economica dei paesi dell’area; potenza militare ed esibizioni muscolari hanno tuttavia indotto i Paesi limitrofi a forti preoccupazioni, incentivate dagli sforzi cinesi tesi a confermare l’affermazione di Pechino quale baricentro regionale e punto nevralgico globale ed alternativo, con un network di alleanze affine a quello che vincola gli alleati agli USA, animati sia dal pivot to Asia di Kurt Campbell2, nominato dal presidente Biden, sia dagli assunti dell’Interim National Security Strategic Guidance, che ha anticipato la National Security Strategy, a cui aggiungere The Elements of the China Challenge, che trae spunto dal lungo telegramma del 1946 di G. Kennan, e che esamina fonti ideologiche, vulnerabilità cinesi e linee d’azione americane; in questo senso va interpretato il cambio di paradigma diplomatico per cui le affinità elettive con l’India, declassate da Washington durante la guerra fredda a favore di relazioni privilegiate con Cina e Pakistan in quanto funzionali al contenimento sovietico, ora ritornano in auge con il riavvicinamento tra USA e Nuova Delhi, minacciate dall’assertività cinese nella regione e per cui, secondo il Times of India, Washington ha promesso la vendita, tramite la General Atomics, di droni Predator.

In sintesi, nell’Indo Pacifico è in divenire il proscenio sia di un ordine multipolare regionale sia di un bipolarismo sino americano imperfetto, ambedue ipotesi inaccettabili per gli USA se foriere di singole influenze. Il quadro generale vede gli americani, prima auto esclusisi dagli accordi commerciali CPTPP e RCEP3, ora tornati ad una strategia di ribilanciamento tra i grandi paesi della regione, con un occhio al turbolento Myanmar4.

La conflittualità sino americana porta a chiedersi come verranno gestite le relazioni, visto che analoghi antagonismi, in passato, hanno condotto alla guerra. Sotto quest’ottica vanno valutati gli Accordi di difesa fondamentali indo americani, resi tuttavia difficoltosi dai legami Indo Russi e dal tenore delle risposte alle provocazioni confinarie cinesi.

In un contesto caratterizzato da un tentativo di balance of power, l’azione cinese è compensata da India, Australia, Giappone ed Usa riuniti nel Quad5, con i membri dell’Asean6 intimoriti dal Dragone, a sua volta colpito dalla crisi pandemica che ha rallentato gli scambi internazionali, e messo in discussione sia dalla polarizzazione indotta dall’attrito con gli USA, in una competizione regionale non inquadrabile in un gioco a somma zero, sia dall’irrigidimento dei rapporti con Australia ed India.

Gli inneschi di un possibile scontro sono molteplici: le Coree, con il Nord e le sue velleità nucleari, le isole Senkaku contese tra Pechino e Tokyo, Taiwan, le Spratly e le Paracelso, militarizzate dai cinesi pur a fronte delle rivendicazioni dei paesi rivieraschi, l’espansione marittima a ovest. Se il controllo del Mar Cinese Meridionale agevola l’ascesa talassocratica cinese, comunque vincolata alla minaccia americana ed alla conquista di Taiwan, gli USA, nel non recedere dal principio della libera navigazione in una zona secure and prosperous, ed essendo in grado di far affluire forze militari grazie all’appoggio logistico della britannica Diego Garcia7, devono confrontarsi con le alleanze strette tra gli attori di una regione di rara ampiezza, un’estensione8 di oltre 65 milioni di Km2 ricca di risorse energetiche9 e circondata da passaggi-chiave10.

Un’area di secondo piano durante la guerra fredda, più interessata alle linee di comunicazione atlantiche ed a quelle afferenti ai flussi da e per il Golfo Persico, ma ora testa di ponte utile a toccare Africa, MO ed a lambire l’Europa, caratterizzata dalla presenza di cavi sottomarini11 necessari al rafforzamento delle reti ed al contestuale aumento delle capacità digitali, con flussi commerciali condizionati da una complessa geografia marittima, dato che le rotte utili al raggiungimento dei porti della Cina continentale solcano le acque che o carezzano le coste del subcontinente indiano o sfiorano lo Stretto di Malacca.

Le dinamiche ante 1989 hanno a lungo posto l’Oceano Indiano ai margini degli interessi strategici di Nuova Delhi che ha relegato la sua Marina ad una ruolo ancillare, data la rilevanza conferita alle minacce continentali cinesi e pakistane; un trend invertito a partire dagli anni 90, quando all’Oceano è stato riconosciuto un ruolo primario per lo sviluppo nazionale che, ora, potrebbe godere del decoupling americano dalla Cina, che ha però potenziato la sua flotta subacquea. La necessità di difendere la propria ZEE e le linee di comunicazione marittima, interessate al trasporto dal MO dell’80% del fabbisogno energetico, dà senso all’allarme suscitato dalla comparsa di Pechino nell’area, sia per effetto del conflitto del 196212, sia per i recenti scontri sulla LAC13 sia per gli accordi economico-infrastrutturali siglati in ambito regionale14, che motivano un senso di accerchiamento limitabile con una politica del Neighbourhood First; al di là delle sue intenzioni, che puntano ad un controllo degli stretti verso oriente e sulle isole15, Nuova Delhi intende contrapporsi alle intese sino pakistane, indirizzate alla realizzazione del corridoio economico fra Xinjiang ed il porto di Gwadar, in modo da contrastare la volitività della nucleare Islamabad, garante di un punto d’appoggio strategico per Pechino.

L’India, come potenza internazionale, pur non disponendo di una valida industria bellica nazionale, nel prendere consapevolezza che gli interessi travalicano i confini, nel perseguire la geopolitica del look West e look East, intende esercitare sia un’azione diplomatica in grado di raccogliere sostegno, sia una proiezione di potenza sostenuta da una Blue Navy come quella immaginata da K.M. Panikkar, il Mahan indiano, che ha alimentato l’aspirazione ad una world-class Navy. Sotto questo aspetto, va rimarcata la capacità di deterrenza sottomarina nucleare indiana che, per quanto ancora ai primordi, annovera il suo primo boomer, il sottomarino lanciamissili Arihant, cui seguirà l’Arighat, in grado di lanciare fino a quattro SLBM K-4 a raggio intermedio o 12 missili K-15 Sagarika (foto) a corto raggio; una capacità incompleta perché carente in quanto a battelli, ma che costituisce un segnale verso i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NU; tra l’altro questo significa che l'India, in futuro, potrebbe godere di una capacità di second strike, grazie ad una triade nucleare16 in grado di scoraggiare Pakistan e Cina, verso la quale rimane aperta un’ulteriore contesa per la costruzione di numerose dighe destinate a sfruttare il Brahmaputra, che attraversa il confine conteso fra Delhi e Pechino ed accentua le rivalità sul Tibet.

Alle capacità navali si sommano i test su una serie di sistemi di nuova concezione, tra cui un missile da crociera ipersonico, un missile-siluro ibrido (schierabile contro sottomarini e portaerei), ed un missile anti-radiazioni, utile a cercare e distruggere i sistemi di difesa aerea dotati di radar. Tuttavia, tutti gli allestimenti programmati, anche quelli riguardanti portaerei, unità logistiche e caccia, rimangono sia sotto l’alea delle effettive disponibilità finanziarie, sia di un’operatività che, colpita nel 2014, ha costretto alle dimissioni, per la prima volta dal 1947, il CSM della Marina, DK Joshi. Da non sottovalutare la tormentata liaison tra India e Russia, con un legame datato e che ha visto l’acquisto degli S-400. Le divisioni indotte dalla crisi sino americana sminuiscono l’idea del partenariato strategico privilegiato desiderato da Mosca, tanto da presentare Russia e India su diversi fronti, ispiratori di una politica che, ob torto collo, comprometterebbe l’autonomia strategica di entrambe, ben lontane dal tridente sino russo indiano immaginato da Evgenij Primakov.

L’Indo Pacifico non ammette accezioni limitative, ed attrae strategicamente molteplici interessi. Le buone relazioni tra India e Israele, interessato a rafforzare il proprio status nell’area, potrebbero indurre Tel Aviv a cercare un maggiore coinvolgimento regionale, una dinamica che sta interessando Paesi europei come la Gran Bretagna con il suo Global Britain in a competitive age; la Francia la cui ZEE si estende per il 93% nell’Oceano Indiano e nel Pacifico; la Germania, “che sta riscoprendo l’ambizione della potenza e non tornerà indietro, anche se non sa fin dove spingersi17, potenze che hanno inviato o intendono inviare Unità militari a supporto delle missioni Fonop18 condotte dalla U.S. Navy, cui si affiancano la Free and Open Indo Pacific Strategy giapponese e le nuove linee di politica estera di Canberra19 coinvolta in una trade war con la Cina, tutte attività che hanno indotto Pechino a denunciare il tentativo di costituire una Nato asiatica.

Nota di colore: le linee guida tedesche per l’Indo Pacifico, ispirate a K. Haushofer, sono state riprese nel 2007 dal giapponese Abe e rilanciate dieci anni più tardi da Trump; a questo va aggiunto l’interesse suscitato sia nei Five Eyes20, sia nel novembre scorso dalla National Security Law di Hong Kong, approvata dalla Cina e fortemente limitante le libertà civili, sia per quanto concerne la gestione della vicenda Huawei e 5G. E la guerra? Secondo Lincoln gli americani devono temere solo loro stessi, mentre secondo Flaiano cercar di capire i cinesi non solo è difficile, ma addirittura inutile.

Secondo Asia Times, Pechino ha acquisito la sua superiorità sia grazie alla delocalizzazione americana di produzioni sofisticate, sia per effetto delle scelte economiche che hanno condotto alla recessione globale del 2008, sia per un’innata leggerezza yankee nelle valutazioni a lunga scadenza, fatta eccezione per i rari lampi di genio, come quello di Kissinger che, nel 2018, predisse ad Edward Luce che la Cina avrebbe potuto superare gli USA.

In Cina, specialmente dopo l’incontro di Anchorage che ha messo a nudo i punti sensibili cinesi, l’argomento è fortemente seguito e sentito, sull’onda di un nazionalismo che, ispirato alla guerra di Corea e ad un presunto scarso spirito combattivo americano, spinge per fronteggiare gli USA nel Mar Cinese Meridionale al fine sia di affermare intanto un sea power regionale storicamente fondato e politicamente legittimo, con un assetto tattico-strategico A2/AD asimmetrico e capace di vanificare eventuali azioni statunitensi in uno scenario caratterizzato dallo squilibrio militare tra le due parti, sia di contendere all’India il controllo dell’Oceano Indiano; questo senza però considerare le riforme che hanno rimodellato le FA cinesi, un’effettiva mancanza di esperienza bellica, la carenza di continuità di know how innovativi21, un debole soft power, una rigidità politica capace di rivelare le reali fattezze di una demagogia da coro da balcone.

La sfida rimane preoccupante, viste l’espansione economica e la proiezione di potere militare cinese, visti gli avamposti in Africa ed America Latina, oltre alle esercitazioni militari con la Russia. Robert Farley, del National Interest, preceduto da valutazioni che richiedevano capacità tali da assicurare l’affondamento di unità militari e mercantili nel mar cinese meridionale entro 72 ore dall’inizio degli scontri, non esclude ipotesi di conflitto addirittura su due fronti, europeo contro Mosca, e nell’Indo Pacifico contro Pechino, avvalendosi nel Vecchio Continente del supporto alleato storico, e demandando alla Marina le più difficili operazioni nel Pacifico, dando per scontate le neutralità degli attori regionali meno dotati, ed il supporto di India e Giappone, destinati ad una competizione navale con Pechino, a sua volta vincolata ad una coesistenza concorrenziale con gli USA. È evidente come le variabili, pur a fronte delle azioni politiche di contenimento poste in essere, siano davvero troppe, a fronte di uno spirito egemonico poco placabile.

1 Pirateria, traffico d’armi e di stupefacenti

2 Coordinatore per l’Indo-Pacifico all’interno del Consiglio per la Sicurezza Nazionale

3 Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership; Regional Comprehensive Economic Partnership

4 Nel 1994 ha concesso alla Cina una base nelle isole Coco

5 Quadrilateral Security Dialogue; accordo strategico informale tra USA, Giappone, Australia e India.

6 L'ASEAN (Association of South-East Asian Nations – Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia), è un'organizzazione politica, economica del Sud-est asiatico. L'ASEAN conduce regolarmente incontri di dialogo con altre nazioni, ambito ASEAN dialogue partners: Australia, Canada, Cina, Corea del Sud, USA, India, Giappone, Mongolia, Nuova Zelanda, Russia, e Unione europea.

7 Atollo di 44 km² nell'Oceano Indiano a 1600 km a sud dell'India. Dal 1971 l'isola ospita una base della U.S. Navy.

8 L’Oceano Indiano occupa il 20% circa della superficie del globo con un’area di 73.556.000 kmq.

9 Da qui giunge quasi il 40% della produzione offshore mondiale di greggio

10 Capo di Buona Speranza e gli Stretti di Bab el-Mandeb, Hormuz, Malacca e Lombok

11 Il più lungo cavo in fibra ottica al mondo (16.000 km), partendo da Singapore arriverà alla California, secondo il progetto della Trans-Pacific Networks sostenuta dall’International Development Finance Corporation, agenzia governativa USA nata nel 2019 per sfidare la Via della Seta.

12 La guerra sino-indiana fu un breve, ma intenso conflitto che vide contrapposte Cina ed India nell'ottobre del 1962 per il controllo della parte nordoccidentale del territorio indiano Aksai Chin e nordorientale NEFA ("North East Frontier Agency"), delimitati dalla Linea Johnson e dalla Linea McMahon, entrambe contestate da parte cinese.

13 Line of Actual Control che separa il territorio controllato dall'India da quello controllato dalla Cina nella disputa sul confine sino-indiano 

14 Myanmar, Pakistan, Sri Lanka, Gibuti

15 Stretto di Malacca (Malesia, Indonesia, Singapore); infrastrutture militari isole Andamane e Nicobare nel Golfo del Bengala

16 Terrestre, marittima, aerea

17 Lucio Caracciolo

18 Freedom of Navigation Operations

19 L'Australia collabora con il Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti (INDOPACOM)

20 Alleanza di intelligence tra Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda, Australia, USA

21 Vd. i sottomarini d’attacco classe Virginia (SSN-774), i missili antisommergibile, le portaerei a propulsione nucleare classe Ford (CVN-78), i sistemi di difesa antimissile balistico e diverse classi di velivoli d’attacco

Foto: U.S. Navy / U.S. Air Force / India MoD / MoD People's Republic of China