Lettera a Difesa Online: "L'Italia nella NATO e nell'Unione Europea"

30/11/22

Sulla stampa nazionale sono rari i dibattiti sulla politica estera e su quella militare ad essa strettamente connessa. Rare le critiche, forse messe in ombra dalle pressanti problematiche di natura economica. Condividendo tuttavia tali critiche, al fine sia di rivendicare la responsabilità di una personale presa di posizione sia di motivare le conclusioni di questo mio intervento, ritengo opportuna una premessa: chi scrive è un raro e ormai estinto esemplare di praticante della virtù della disobbedienza predicata da De Gaulle. Nel corso della vita militare ho infatti criticato ripetutamente l'operato dei vertici politico-militari, fino a contestare apertamente il contenuto di un ordine del giorno di un capo di SME riguardante la Guerra del Golfo (“L'elmo di Scipio e la Desert Storm” - “Il Mattino” del 20 20/5/1991). Quella critica si concludeva con una sentenza severa: “Ciò detto, il mio orgoglio di far parte dell'esercito Italiano comincia ad accusare dopo 31 anni di uniforme, durissimi colpi , e se dovessi affermare che scalpito al pensiero di poter diventare generale in questo esercito già ricco di colonnelli e di generali, mentirei”.

A firmarsi era un colonnello alla vigilia della sua valutazione. Tre anni dopo il generale Nicolò Manca criticava aspramente (”Con la feluca sotto l'elmetto”, pubblicato il 21 gennaio 1994 da “Il Giornale) la politica buonista delle nostre missioni all'estero.

Un quarto di secolo fa, nel giugno del '97, dissi la mia per l'ultima volta attraverso le pagine di alcuni quotidiani, quando mi rivolsi alla stampa perchè non finisse sotto silenzio il motivo per cui un ex comandante della brigata “Sassari” si dimetteva dall’esercito in segno di protesta contro una classe politica che sollecitava, a seguito delle note polemiche sulla missione in Somalia, lo scioglimento della “Folgore”. Merita ricordare, per un richiamo riguardante la Francia (i riferimenti alla Francia sono tornati di scottante attualità!), anche la conclusione di quell'intervento: “...e per sintetizzare in una sola parola il mio giudizio su quanti per vocazione condannano a priori la “Folgore” e le Forze Armate , non posso che fare riferimento alla Francia ed a quanto disse il generale Cambronne a Waterloo il 16 giugno 1815 : Merde!”

Dopo quell'occasione tacqui, e non infransi il mio silenzio neanche nel marzo del 2013, quando restituii le onorificenze di commendatore e di cavaliere sempre in segno di protesta “contro la condotta carente di coraggio e di orgoglio seguita dal governo italiano nella vicenda che ha coinvolto i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre”.

Oggi tuttavia sento di nuovo la necessità di definire del tutto inaccettabile l’atteggiamento succube e remissivo della nostra classe politica nei confronti di soggetti “amici” o alleati, siano essi singoli stati o organizzazioni internazionali. Non è facile digerire l’appiattimento dei nostri governanti su una NATO la cui missione prioritaria è diventata la difesa degli interessi economici degli Stati Uniti, un obiettivo che ha poco a che vedere con quello originario che si riproponeva di difendere l'occidente dai carri armati sovietici. Schierarsi senza riserve a fianco di Biden innesca qualche perplessità, tenuto anche conto del fatto che l'oggetto del contendere è l'Ucraina di Zelenski, pittoresco attore noto per le sue goliardiche esibizioni, successivamente ripropostosi nelle vesti di giannizzero combattente contro Putin nonché contro i propri compatrioti filorussi che tifano per Mosca. Altrettanta perplessità suscita l'intendimento del governo in carica di destinare anche nel 2023 aiuti militari all'Ucraina di Zelenski; in pratica si dovrà attingere alla nostra disastrata economia per inviare armamenti, in una chiave funzionale agli interessi industriali degli Stati Uniti, a una nazione che non fa parte né della NATO né della UE.

In ambito UE appare poi obiettivamente indigeribile che questo organismo, colluso e invischiato in interessi finanziari internazionali, imponga diktat politici ed economici ad un’Italia che, non va dimenticato, prima dell’avvento dell’euro e della UE era annoverata tra le prime 4/7 potenze economiche del pianeta. A completare l'opera è poi entrata in scena la consueta spocchia di un altro paese amico, la Francia, che, tramite il ministro Laurence Boone, ha dichiarato di voler tenere sotto osservazione il governo italiano per “vigilare su diritti e libertà... degli italiani!”. La supponente invadenza francese nell'impicciarsi delle scelte politiche altrui sembra peraltro non apprezzare o almeno tenere in debito conto la discrezione italiana nel non sindacare ai francesi la loro avversione al bidet.

Infine l'aggettivo “vomitevole”, sempre di matrice francese, attribuito alla politica di un'Italia dichiaratasi non più disposta ad essere il capolinea delle ONG europee dedite al traffico dei migranti clandestini. Viene spontanea una domanda: chissà se un domani Macron (fresco indagato per corruzione) si dichiarerà disponibile ad offrire rifugio al terrorista (fresco di nomina) Putin, così come la Francia ha fatto per i terroristi delle Brigate Rosse?

Allargando l'orizzonte UE, ha del grottesco che anche Germania e Norvegia pretendano che sia sempre l’Italia il capolinea del traffico di immigrati gestito da ONG imbarcate su navi battenti bandiera francese, tedesca e norvegese.

Impossibile infine accettare che i nostri vertici istituzionali strizzino ambiguamente l'occhio e si schierino apertamente con questi paesi “amici”, adducendo tra le altre motivazioni quella che i cinque milioni di extracomunitari presenti in Italia possono essere considerati, tutto sommato, una sorta di compensazione dei cinque milioni di italiani emigrati all’estero. In altre parole: una partita di giro da onorare in quanto... chiusa in pareggio! .

In un ambito militare limitatato al nostro esercito, risulta ostico accettare l'etichetta dual-use (o tuttofare o tappabuchi che dir si voglia) appiccicata alla forza armata, ormai proiettata permanentemente in compiti da protezione civile: emergenza sanitaria, vigilanza stradale (“strade sicure”) e persino emergenza rifiuti, fino a sfiorare il problema delle buche stradali di Roma-Capitale e di altre occasionali manovalanze a buon mercato. Impegni, compreso quello di aiuto-poliziotto e di aiuto-guardia carceraria, che alla lunga si rivelano frustranti per un soldato.

Se è sacrosanto che in occasione di calamità naturali, quali quella che ha colpito Ischia, le forze armate intervengano per dare man forte a vigili del fuoco e alla protezione civile, è anche necessario che appena possibile tali incombenze rientrino tra le competenze degli organi preposti. Per quanto attiene al dual-use sembra invece che questa formula diventi esportabile anche al di fuori dei confini nazionali, almeno a giudicare dall’impegno in corso in Qatar, paese che ospita i mondiali di calcio, dove militari delle nostre forze armate sono impiegati in versione … senza armi! A fare che?

È arduo immaginare quali compiti siano stati affidati ai nostri (disarmati) soldati dal vertice politico (comandante supremo delle forze armate, capo del governo e ministro della Difesa). È auspicabile che nella circostanza non sia stata chiesta la consulenza, quale esperto del mondo calcistico, dell'ex ministro degli Esteri e attuale aspirante commissario UE per nel Golfo Persico. Certo è che dovere del militare è comunque quello di eseguire, al di qua e al di là dei confini nazionali, gli ordini che vengono impartiti dal vertice politico; ma è altrettanto vero che senza la sua arma un militare diventa un benemerito operatore della protezione civile. Ma non è più un soldato.

Ciò detto, avendo avuto il privilegio di essere il primo sardo a comandare la brigata Sassari, mi sento in diritto di porre la domanda: “Con quale spirito i soldati della Sassari impiegati in Qatar possono cantare il loro inno, quel 'Dimonios' nato durante il periodo di comando di chi scrive, grazie all'estro (e al mio “incoraggiamento” ) di un capitano della brigata: Luciano Sechi?” Traduco i primi due versi di quell'Inno: “China il capo e se sei seduto alzati... sta passando la brigata Sassari”.

Sic stantibus rebus, oggi non sono pentito del mio gesto di 25 anni fa, ma confesso anche di non sentirmi orgoglioso di questa Italia accomodante e remissiva, né di sentire la mancanza di questo esercito sindacalizzato e dual-use. Amara constatazione per chi, diciassettenne allievo di una Scuola Militare Nunziatella comandata da Franco Magnani, nel lontano 1960 si cucì addosso le stellette dell'Esercito Italiano.

Ma era un altro esercito... di un'altra Italia.

gen. d. (ris.) Nicolò Manca