G7 ed economia: l'Italia da Regina a pedone

(di Luca Pacioli)
16/06/23

Nello studio in soldoni del comportamento umano, trattandosi spannometricamente di economia, spiccano comportamenti più o meno coscientemente motivati e tra loro in competizione; il primo consiste nella presa d’atto del contesto e si indirizza per risolvere i problemi avendo magari già individuato il parafulmine su cui scaricare l’elettricità a massa (vd. Legge di Jones1); il secondo è l’evitamento, ovvero il meccanismo difensivo in cui, nei disturbi d’ansia, si evita di entrare in contatto con situazioni temute; il terzo consiste nella mancata comprensione del problema stesso; seconda e terza ipotesi agevolano le lacrimevoli conseguenze della super applicata Legge di Jones.

Dopo la pandemia ed un 2020 passato ad arrampicarsi su specchi levigatissimi, il 2021 si era presentato come un anno animato da una ripresa economica ancora in boccio ma promettente, messa a rischio, insieme ad un improbabile multilateralismo politico, dalle turbolenze provocate dall’invasione russa in Ucraina. Dopo il boom inflattivo 2021/2022, determinato dalle politiche espansioniste occidentali con UE e USA che hanno cercato di contenere i danni economici da pandemia, le banche centrali hanno utilizzato lo strumento dell’innalzamento degli interessi secondo l’economic policy delay, cioè il ritardo rispetto alla politica economica.

Con il problema delle sfide economiche a lungo termine, a poco valgono le attenzioni su priorità più immediate, cosa che porta a prendere atto del dominio esercitato da incertezza e instabilità specialmente se riferite alle linee assunte nell’ambito di consessi, i vari “G”, che non possono che risentire delle incongruenze politiche maturate negli ultimi 80 anni, ovvero quelle che stanno avvicinando le NU alla romantica ed inconcludente Società delle Nazioni, con un Paese aggressore che, appoggiato da un altro soggetto politico cooptato post 1945 a spese di un’isola che mai come ora vede crescere una minaccia esistenziale, siede in permanenza nel Consiglio che dovrebbe evitare che accadano eventi affini a quelli ucraini o che si inneschino le crisi multiple paventate dal World Economic Forum.

È un fatto che, mentre supply chain, passate alla filosofia giapponese del just in time2, e coesione sociale stanno collassando, mentre l’inflazione è ai massimi storici con tassi d’interesse elevatissimi3, mentre la deglobalizzazione trova spunti troppo deboli negli argomenti portati dalla conferenza semestrale Brookings Papers on Economic Activity, la guerra economica stia riconducendo ad una nuova militarizzazione.

Per completezza: l’eccesso di domanda è solo una delle possibili cause inflattive, motivo per cui sarebbe opportuno non limitarsi ad alzare i tassi di interesse o a sviluppare programmi di austerità fiscale; già nel ‘58 Abba Lerner aveva individuato l’inflazione del venditore, riscontrabile in economie dove le grandi aziende decidono i prezzi. Il settore immobiliare, come in Cina e USA, desta preoccupazioni sui rischi riversabili su banche e macroeconomia, anche alla luce degli avvisi lanciati dal FMI che ha auspicato comunicazioni chiare sulle decisioni politiche, sull’impegno per la stabilità dei prezzi, sulla necessità di ulteriori inasprimenti necessari a preservare la credibilità.

Le catene del valore sono state ridefinite, l’instabilità ha ridelineato strategie d’impresa soffocate da un’inflazione montante: incertezza ed imprevedibilità sono il new normal, basti guardare al disastro diplomatico americano nel Regno Saudita, mai così vicino a Pechino.

Mentre la demografia mette a rischio la tenuta degli imperi odierni e futuri, non si può non considerare Henry Kissinger che vede nella guerra russo-ucraina una possibile ristrutturazione di un ordine globale su base sino-americana che, tuttavia, che arrivi o meno, dovrà fare i conti con una recessione4 che in Europa colpirà più duramente che in America, come hanno preventivato anche OCSE e S&P Global Ratings5 per cui la BCE non potrebbe che seguire la Federal Reserve per il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro americano.

Risultato: contrazione del Pil dell’1,3% nel 2023 con la Germania, potenza in bilico a lungo avvinta al gas russo, esposta all’impatto maggiore con una crescita inferiore di 1,2 punti percentuali nel 2023 e di 90 punti base nel 2024. Anche il Fondo monetario internazionale non valuta positivamente le stime di crescita economiche globali, come riportato dalla direttrice generale Kristalina Georgieva; se tutto va bene si potrà accademicamente parlare, un giorno, di fragile instabilità.

Ci si attende dunque una perdita di reddito mondiale equivalente all’economia francese, mentre si sta aprendo un nuovo scenario nella politica della BCE, dato che i futuri aumenti d’interesse per spegnere l’inflazione non saranno più neutri, ma tenderanno a restringere l’economia6.

Nota preoccupante per Roma: la BCE non potrà intervenire solo sui tassi7, ma anche su come iniziare a mettere in liquidazione migliaia di miliardi di titoli obbligazionari; è quasi sicuro che l’aggettivo quantitativo unito ad inasprimento8 risveglierà qualche timore oggetto di evitamento. La speranza è che l’attesa di una recessione non si tramuti essa stessa in recessione, ma che possa manifestarsi in un fenomeno meno grave. Sia chiaro, parliamo di speranza che, in economia, equivale ai fenomeni psichici da nido del cuculo di cui si è fatto cenno più su.

Secondo il FMI, anche il ritorno della crescita somiglierà ad una recessione per effetto della contrazione dei redditi e dell’aumento dei prezzi, cui non è estraneo l’andamento del mercato petrolifero, tra tagli della produzione da parte dell’OPEC+ e gaffe di diplomazie wasp traballanti a cui non bastano più le rivoluzioni colorate; non è così lontano dalla realtà immaginare che anche i produttori di greggio si stiano preparando per una recessione che farebbe crollare domanda e valore del prodotto; l’ascesa anticipata dei prezzi assicurerà i ricavi prima del peggioramento delle prospettive economiche generali, ma l’attività estrattiva così ridotta, sarà sufficiente a coprire le esigenze 2023/2024?

Mentre Christine Lagarde cita falchi, colombe e civette, con i falchi della FED in vantaggio, si affaccia il decennio potenzialmente più critico in termini economici dagli anni 70 del secolo scorso: estendere il numero di poltrone del G7 cooptando Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, potrebbe non bastare. È inevitabile che l’attenzione venga polarizzata dai gruppi BRICS e SCO attestati su Pechino, o sui QUAD e AUKUS a guida americana, a cui si aggiungerà l’I2U29.

Chiariamo il concetto: qui di primi della classe ce ne sono pochi, improvvidi ed incoscienti tanti; le ottuse misure vetero comuniste cinesi per contenere il Covid, così affini a quelle adottate per la guerra ai passeri nel 1956, o a quelle adottate per riportare all’ordine burocratico del partito l’intraprendenza degli imprenditori alla Jack Ma, non è che abbiano spinto l’Accademia di Svezia a conferire il Nobel per l’economia al presidente Xi. Insomma, non c’è pace nemmeno tra i tamarindi.

E gli americani? Hanno alzato i tassi, cos’altro avrebbero potuto fare per contenere l’inflazione mentre la FED, sotto la spada di Damocle di un più che probabile contagio recessivo, era costretta ad assistere ai negoziati politici per l’innalzamento del tetto del debito, mentre gli investitori spostavano fondi verso le obbligazioni statunitensi? Da considerare che il transito verso i titoli americani genera fughe di capitali devastanti da Paesi con un sistema finanziario fragile; tecnicamente il livello dei tassi si sta solo normalizzando con il sottofondo del rumore di ossa rotte, fenomeno tipico delle politiche monetarie che però sta procedendo con strategie differenti e poco coordinate. Insomma, come fai sbagli. Secondo il Beige Book della Federal Reserve l’economia in prossima recessione, così come dipinta globalmente anche dalla Banca Mondiale10, indurrà all’interruzione degli aumenti dei tassi di interesse, non potendo tuttavia dimenticare l’indebolimento indotto dal fallimento di diverse banche e la querelle mortificante della negoziazione dell’innalzamento del limite del debito pubblico a stelle e strisce11, che se non approvato avrebbe declassato il dollaro.

Giochiamo a risiko: cosa ci si deve ragionevolmente attendere, visto che gli analisti, per la recessione, non si interrogano più sul se ma sul quanto e sull’impatto sul PIL, benché siano concordi nel dire che non sarà nulla di simile al crack del 2008, caratterizzato da sei semestri consecutivi di crescita negativa? Ecco a voi: inflazione, possibile nuova ondata di Covid in Cina, aggravamento della guerra ucraina, crollo dei mercati emergenti, mutui stellari impossibili da rimborsare a banche già asfittiche, debito pubblico superiore al PIL, necessità di riforme strutturali ed un consolidamento fiscale realizzabile come l’autostrada atlantica Milano - Rio de Janeiro. Keynesianamente il Covid ha forse convinto i liberisti della necessità degli interventi statali senza lasciare il mercato libero di trovare il suo equilibrio; il problema è capire cosa fare e soprattutto come, posto che le opposizioni, da destra a sinistra, hanno tenuto a mantenere una postura più conservativa dei conservatori. Anche qui, fortunatamente, nessuna chiamata dall’Accademia di Svezia.

Torniamo ai vari G, ovviamente Honi soit qui mal y pense

L'invasione dell'Ucraina ha dato al G7 un nuovo motivo di esistere dopo una lunga incertezza sul ruolo rivestito negli affari globali. Nonostante le dimostrazioni di unità politica nei confronti di Russia e Cina, il Gruppo non sembra essere sempre concorde su come trattare le tematiche securitarie internazionali; la vulnerabilità economica ha camminato parallelamente alle tensioni politiche, ed il G7 ne è stato responsabile per aver ristretto la liquidità provocando una stretta creditizia internazionale con in cima una serie di prossimi default sovrani.

In Italia ci sono due fattori di rischio per la stabilità; non si tratta di un mistero, visto che appaiono sui report di Bankitalia; a fronte di un miglioramento delle finanze, le famiglie hanno visto accrescere la loro vulnerabilità, dato che il reddito è diminuito per l’inflazione, mentre il settore delle manifatture e delle costruzioni comincia a dare segnali di criticità, collegata all’instabilità generata dal conflitto ucraino.

E lo spread? Oscilla, sensibile al debito, alle crisi bancarie tecnologiche d’oltreoceano ed a quelle di alta precisione svizzere, alle differenze tra i bund tedeschi e BTP tricolori.

Problema: come si attraggono gli investitori? Mentre i leader del G7 puntavano a ridurre i rischi della politica assertiva di Pechino, al netto delle solite dichiarazioni francesi dissonanti, la Cina ospitava un summit con i Paesi dell’Asia Centrale secondo un modello alternativo di governance alternativa al dominante de-risking, ovvero una riduzione dei rischi, opposta al più netto e politicamente ruvido de-coupling, al disaccoppiamento. Insomma, tante incertezze e, per salire in carrozza, l’invito alla Cina a temperare le sue posizioni viste anche le presenze indiane e brasiliane al consesso, testimoni di una lungimiranza pratica che trascende come sempre gli aspetti ideologici: della serie, pochi, sporchi e subiuto.

Che succederà allora l’anno prossimo in Italia? Bella domanda, anche perché il G7 ha perso la sua forza originaria12 a vantaggio del G20, che raccoglie anche le economie emergenti.

Conseguenze? Tante, molte tra le righe, ma comunque consistenti. Provare ad inserire la Cina nel contesto del G7 potrebbe aiutare Roma a trattare l’uscita dall’MoU sulla BRI grazie al supporto dei G. Attenzione però, non sarà facile, come è puerile attribuire le buone performance economiche all’atmosfera creata dalla gestione vaccinale, dimenticando gli incentivi per il miglioramento dell’efficienza energetica e per l’acquisto di macchinari ed attrezzature. Tra l’altro non va nemmeno dimenticato che, prima della pandemia, la produzione non aveva eguagliato i livelli del decennio precedente, con un debito pubblico che supera ancora il 150% del PIL. Il sistema politico italiano oggetto di frammentazione, unitamente al rischio di una crisi prolungata, ridurrà il ritmo della ripresa, con un rallentamento del PIL reale all’1,2% nel 2023 e all’1,1% nel 2024, con uno stop della riduzione del debito pubblico.

C’è un però. Secondo Bloomberg il confronto con il debito comincia ad essere impari, e le misure economiche anti pandemiche hanno portato il rapporto debito/PIL vicino ai livelli del 1915; senza crescita non se ne esce. L’inflazione in Italia è vischiosa, visto che impoverisce la base sociale tiracarrettista sui cui poggia buona parte del sistema nazionale: gli aumenti dei tassi di interesse spingono verso l’alto il costo dei prestiti pubblici, un segnale di allarme per un Paese indebitato.

Tralasciamo demografia calante e divario economico persistente tra Nord e Sud: una mission impossible, visto che anche per il Financial Times l’Italia rimane l’anello debole dell’eurozona, fiaccato dal rialzo dei tassi di interesse e dalla loro preannunciata persistenza; la riduzione di bilancio della BCE, che non reinvestirà più i titoli di Stato in scadenza, indebolirà le tenuta dei conti italiani ulteriormente messi a rischio da eventuali svendite non correlate. Praticamente un crack.

È il momento di dare qualche indicazione: l’Italia rischia di uscire dal G7 semplicemente perché non è più in possesso dei requisiti che, al momento, rientrano nei panieri di Cina e Brasile che ha già superato il Canada. Questo significa certificare lo stato economico, ma anche la perdita di peso politico ed industriale su scala globale.

Il prossimo campanello d'allarme per l'Italia suonerà dal 2028 quando, secondo le previsioni, la nostra economia andrà ad occupare il 15^ posto nel mondo, superata anche dalla Corea del Sud. Paradossalmente l’intento cinese di rimanere dietro le quinte per avere maggior mano libera potrebbe garantire un’ulteriore permanenza italiana nel club, ma a che prezzo e per quanto?

Il Fmi vede l'Italia con una crescita a -0,2%, cosa che fa pensare che la tempesta perfetta debba ancora abbattersi, e che l’Italia continui a pagare un ritardo strutturale che fa sì che ad ogni recessione si inabissi di più rimanendo sotto livelli pre-crisi per periodi molto più lunghi di quelli tedeschi o americani13.

Lapidare gli ultimi arrivati non ha senso: hanno ereditato una proprietà altisonante ma in rovina, depauperata da politiche economiche ed interne squinternate che hanno più di una paternità.

La politica economica non si improvvisa: Guido Carli ha insegnato realtà spigolose come il suo carattere, ma imbevute di preparazione unica, di ruvidità, di scomoda coerenza; retoricamente c’è da domandarsi se avrebbe mai consegnato il Paese a nuovi e poco accomodanti egemoni orientali, sia pur con atti che, ancorché definiti non vincolanti, non lasciano tuttavia dormire sonni tranquilli. Chi pensa che i Paesi stranieri che hanno adottato lo yuan quale valuta intermedia lo abbiano fatto senza costrizioni sta sbagliando di grosso; il populismo in economia non ha cittadinanza. A voi la scelta delle tre posizioni riportate all’inizio: potrebbe essere un gioco interessante.

Se Ennio Flaiano ha suggerito la posizione cerchiobottista per cui le situazioni possono essere gravi ma non serie, ora ci vorrebbe Guareschi, che nel campo di concentramento di Sandbostel ha tratteggiato la figura dell’achiquestiere che distribuisce quel che arriva; se fosse il redivivo Carli, in parecchi confiderebbero solo in sguardi severi perché, se Carli dovesse parlare, non ne uscirebbe intero nessuno.

1 Colui che sorride quando le cose vanno male ha trovato qualcuno a cui dare la colpa.

2 La sua essenza consiste nell'eliminazione degli sprechi con inventari bassi o nulli. Il sistema ha funzionato finché non ci sono state interruzioni.

3 Le vulnerabilità sono elevate per governi indebitati, per istituzioni finanziarie non bancarie come assicurazioni, fondi pensione, hedge fund, per fondi comuni di investimento. 

4 Determinata da almeno due trimestri consecutivi di contrazione

5 Standard&Poor's ha confermato le leggere previsioni recessive nell'area euro, con l'inflazione totale e di fondo che non rientrerà nei limiti BCE prima del 2025; lo scenario di base per l'unione monetaria resta quello di stagnazione.

6 Prime conseguenze: rate dei mutui più alte, minori prestiti per investimenti, domanda debole, euro che danneggia le esportazioni.

7 Christine Lagarde ha ribadito che per ora i tassi si stanno solo normalizzando, perché a lungo sono stati molto bassi. 

8 Con l’inasprimento quantitativo le banche centrali riducono le attività finanziarie detenute a bilancio vendendole sui mercati, riducendo così i prezzi delle attività ed aumentando i tassi di interesse.

9 Israele, India, EAU e USA

10 Secondo David Malpass, presidente della BM, la recessione sarà ampia e la crescita dei guadagni sarà più lenta di quanto non fosse durante il decennio ante Covid.

11 Per ovviare il Congresso potrebbe abolire il limite del debito sostituendolo l’autorizzazione automatica a qualsiasi prestito necessario per qualsiasi legislazione fiscale influente sul deficit federale (regola di Gephardt)

12 Nel 1980 il G7 rappresentava il 50% del PIL mondiale, oggi poco meno del 30%

13 Nel 2011 Germania e USA avevano già superato i livelli di Pil pre 2008 mentre l’Italia rimaneva al -3%; nel 2014, dopo la crisi del debito, gli USA si attestavano al +7% e la Germania al (+3%) mentre l’Italia rimenava ferma al -5%.

Foto: presidenza del consiglio dei ministri