Ucraina: alle origini del conflitto

(di Paolo Palumbo)
08/04/22

Accade spesso che per comprendere le origini di un conflitto, come per capire da dove nasce un male, si debba indagare fino a trovarne la causa scatenante: un avvenimento risolutivo che lo abbia provocato. Per una persona, ad esempio, si rintracciano le possibili malattie ereditarie, mentre per capire una nazione l’unico modo plausibile è ricercare nella sua storia. Allora tutto diventa più chiaro poiché quando si parla di guerra tra due paesi, la storia offre la chiave di lettura più adatta a comprenderne i motivi.

La guerra in Ucraina ha spiazzato l’Europa la quale, sebbene viva un quotidiano pacifico, ammantato da trattati e principi anche astrusi dettati dall’Unione, in altri luoghi questo non vale e l’acredine secolare prende il sopravvento. Lo abbiamo visto accadere negli anni Novanta nei paesi dei Balcani e lo rivediamo oggi in Ucraina.

L’età moderna è stata un’epoca che ha seminato parecchie discordie, alcune sopite ormai da secoli, altre più latenti e sempre pronte a riaccendersi. L’Ucraina è certamente uno di questi casi laddove l’astio tra il popolo ucraino e quello russo ha delle radici profonde, risalenti almeno al XVIII secolo e forse anche prima.

In questo racconto noi ci soffermeremo su quanto accadde nel Settecento ed in particolare alla battaglia di Poltava del 1709 che cambiò per sempre i giochi di forza nell’Europa orientale.

La Svezia dominante e la Russia crescente.

Tra i più grandi condottieri che la storia ricordi, Gustavo Adolfo di Svezia ricoprì un ruolo predominate negli avvenimenti del XVII secolo. Sotto la sua ala, la Svezia si evolse in tutti i campi, soprattutto in quello militare.

Un bagaglio di esperienza maturato nella Guerra dei Trent’anni che, successivamente, divenne un marchio ereditario per tutti i sovrani svedesi: da Carlo X in poi i sovrani di Stoccolma furono in grado di ampliare e mantenere i loro domini a spese delle varie popolazioni del Nord Europa.

Danimarca, Polonia, Sassonia e Russia tentarono di opporsi a tale aggressività, tuttavia Carlo XII (ritratto) in poco tempo mise a tacere i suoi avversari sconfiggendoli in una serie di battaglie in quella che tutti ricordano come la Grande guerra del Nord.

Nel 1705 il re di Svezia costrinse la Polonia alla pace dopo avergli strappato Riga (1701) Pulutsk (1703) e Grodno (1705). L’anno successivo toccò alla Sassonia che dopo la battaglia di Fraustadt fu ricondotta a più miti consigli.

Al carnet di vittorie di Carlo XII mancava quella più importante: la Russia. Nel 1700, quando scoppiò la Guerra del Nord, il giovane re svedese (aveva appena 18 anni) inflisse una dura sconfitta all’esercito di Pietro il quale non era ancora pronto ad affrontare l’esercito erede di Gustavo Adolfo.

Dopo la vittoria di Narva, molto imprudentemente, Carlo XII voltò le spalle alla Russia, ritenendola un avversario infimo e degno di poca attenzione. Pietro però, al contrario dello svedese, era un sovrano più maturo, ma soprattutto culturalmente preparato e attento a ciò che succedeva ad occidente. Già da giovane maturò una vocazione militare che gli permise addirittura di disporre di un piccolo esercito (poteshnye) creato per i suoi giochi di guerra1. Pietro traghettò la dura Russia da un regime retrogrado semi feudale ad uno stato evoluto e ricco, dove la nobiltà non languiva più al caldo dei palazzi, bensì fu coinvolta attivamente nella gestione del governo e nell’establishment militare.

L’esercito di Pietro il Grande fu riformato, i vecchi reparti furono rimpiazzati da più moderni reggimenti con ufficiali di nazionalità russa. Tra i suoi più validi comandanti ricordiamo il principe Alexander Menshikov (1673-1729) che già da ragazzo aveva militato nel piccolo esercito di Pietro e il conte Sheremetiev, ammiratore del riformismo dello zar.

Tra i due contendenti – Russia e Svezia – vi era un terzo attore, l’Ucraina o altrimenti conosciuta come la terra dei cosacchi dove Ivan Mazepa (o Mazeppa come in uso presso gli occidentali) poteva davvero fungere da ago della bilancia.

L’Etamanato ucraino

Ivan Mazepa (ritratto) fu una delle figure più controverse dell’Europa orientale. Nel 1700, Mazepa era l’Hetman (Atamano) dell’armata dei cosacchi Zaporozhian ed esercitava il potere assoluto sulla parte orientale dell’Ucraina. Alcuni storici soprannominarono questa fetta di territorio ucraino l’Etamanato vista la sua consistenza territoriale e l’influenza che ebbe rispetto gli stati confinanti: il dominio della Moscovia, l’unione della confederazione Polacco Lituana e i numerosi vassalli dell’impero Ottomano coma la Moldavia e il Khanato della Crimea2.

Si era dunque di fronte ad una realtà estremamente disorganica, dove la popolazione ucraina era permeabile alle varie culture. Per lungo tempo i cosacchi dell’Ucraina servirono il principato moscovita, ma allo scoppio della guerra contro la Svezia, Ivan Mazepa cambiò drasticamente rotta, scegliendo di allearsi con il sovrano svedese. Fu un’azione clamorosa, che portò la damnatio memoriae sul suo nome e fu foriera di disgrazie per la popolazione cosacca dell’Ucraina. Il tradimento di Mazepa causò, infatti, una spaccatura all’interno dei cosacchi poiché non appena Pietro seppe del suo voltafaccia nominò un altro capo atamano, Ivan Skoropads’ksi3.

L’avvento al trono di Pietro e le sue ambizioni imperiali annullarono per sempre i sogni di Mazepa il quale anelava la costituzione di un grande Etamanato cosacco con i confini allargati verso la parte occidentale dell’Ucraina. Le riforme attuate da Pietro si diffusero fino all’Ucraina, erodendo di fatto il potere e il prestigio di Mazepa: fu questo il motivo per cui Ivan si gettò nelle braccia di Carlo XII.

Nel 1708, quando ormai il tradimento era sotto gli occhi di tutti, Pietro prese l’offensiva contro il traditore, conquistando Baturyn, la capitale di Mazepa. Le cronache ucraine descrissero la conquista della città, denunciando gli orribili massacri commessi dall’esercito russo; dal suo canto lo zar ottenne un’importante vittoria morale che spinse i cosacchi indecisi a schierarsi con lui.

Con l’alleanza di Mazepa e di buona parte dei cavalieri cosacchi, Carlo XII studiò un piano per colpire in modo decisivo l’avversario. Le strade da seguire erano poche: avanzare a nord verso San Pietroburgo, oppure direttamente verso Mosca o spingersi a sud in Ucraina dove il sovrano svedese aveva Mazepa come alleato. La prima opzione era rischiosa, poiché avrebbe trasformato la Livonia svedese in un campo di battaglia; il piano migliore era forse puntare verso Mosca, via Smolensk – lo stesso tragitto che adottò poi Napoleone nel 1812. Pietro era però convinto che l’esercito svedese sarebbe avanzato verso San Pietroburgo anche perché Carlo confidò al generale Lubecker l’esecuzione di manovre diversive dalla Finlandia.

La battaglia di Poltava

Qualcosa, negli avvenimenti che seguirono la conquista della Polonia e l’avanzata in Russia, costrinse Carlo XII a cambiare i suoi piani. Certamente il fattore decisivo che scombinò i progetti al re svedese fu la tattica di “terra bruciata” adottata dall’esercito russo il quale, durante la ritirata, si guardò bene da lasciare qualcosa al nemico.

Pietro aveva capito che Carlo XII non aveva alcuna intenzione di minacciare San Pietroburgo, bensì di puntare verso Mosca passando attraverso la cosiddetta “porta del fiume” tra i corsi superiori della Dvina e del Dniepr e non dai paesi Baltici4. Soprassedendo sui particolari guerreschi, Carlo XII tentò diverse volte di forzare i blocchi che l’esercito russo aveva eretto davanti la capitale: un po' la natura del terreno e la difficoltà dei rifornimenti costrinsero così Carlo XII ad una battuta d’arresto, ma soprattutto a riconsiderare i suoi piani. Il lume gli arrivò proprio dall’Ucraina, quando Ivan Mazepa si dichiarò apertamente disponibile ad una alleanza contro Pietro.

L’Ucraina disponeva di tutto il necessario per rifocillare l’esercito svedese e avrebbe fornito degli ottimi quartieri invernali. Carlo XII, inoltre, sperava di ottenere rinforzi militari consistenti dagli ucraini, dalla vicina Polonia e dalla Turchia. L’11 ottobre 1708 il re di Svezia marciò in direzione dell’Ucraina battendo i russi a Romny, Gadyach e Lokhvitsa: ma sembrava essere caduto in trappola. L’inverno glaciale delle lande ucraine aveva cristallizzato l’esercito svedese, costretto a disperdersi per trovare rifugio nei villaggi; la cavalleria di Pietro invece vigilava sui movimenti del nemico, ne intuiva la disperazione, tenendosi sempre pronto a rintuzzare gli attacchi su Kharkov e Kursk.

Con l’arrivo della primavera l’armata di Carlo XII si trovava nei dintorni di Poltava, in spasmodica attesa di ulteriori rinforzi provenienti dalla Polonia. Nel frattempo le truppe russe del principe Menshikov si concentrarono a Vorskla, proprio di fronte lo schieramento svedese.

La battaglia iniziò secondo un classico schema di assedio: gli svedesi iniziarono a scavare delle trincee di fronte a Vorskla, mentre gli schermagliatori russi colpivano per isolare le truppe avversarie.

A giugno arrivò sul campo di battaglia lo zar Pietro in persona il quale decise di attaccare in direzione di Poltava: egli godeva di una indubbia superiorità numerica. La battaglia fu un completo successo dei russi il quali ottennero una vittoria schiacciante contro Carlo XII.

I cosacchi di Mazepa combatterono al massimo delle loro forze, tuttavia il loro coraggio non bastò e a guerra terminata furono travolti dalla furia vendicatrice dello zar. I cosacchi sopravvissuti – secondo un preciso ordine di Pietro – dovevano essere condotti al suo cospetto il che significava la morte certa. Il 31 giugno 1709, dall’Ucraina circa 20.000 soldati svedesi furono fatti prigionieri e poi liberati nel 1721, solo dopo che i contendenti siglarono il trattato di Nystadt. Carlo XII, invece, era fuggito verso i confini con la Turchia.

Mazepa il dannato

La vittoria di Poltava cambiò per sempre gli equilibri di potenza nell’Europa orientale, cancellando di fatto l’egemonia svedese che durava da quasi un secolo. Pietro I il Grande divenne a sua volta la forza predominante, ponendosi alla pari delle altre potenze occidentali.

Per quanto riguarda Mazepa, il suo tradimento ebbe un’eco talmente importante che gli anatemi della chiesa ultraortodossa risuonarono fino al 1959.

La propaganda zarista spinse affinché l’odio verso Mazepa non cadesse mai nell’oblio: Pietro sottolineò come il cosacco fosse ostile alla chiesa ortodossa e spingesse l’Ucraina berso il cattolicesimo polacco5. In questo senso, il lavoro propagandistico fu svolto dall’ecclesiastico Teofan Prokopovych il quale, nella sua opera dedicata a Pietro il Grande – Istoria Imperatora Peter Velykogo – rincarò la dose affermando come Ivan odiasse la Russia e fosse devoto alla Polonia. Secondo Teofan, il cosacco non combatteva per l’indipendenza, ma piuttosto per cedere l’Ucraina alla confederazione polacca.

L’eco dell’infedeltà di Mazepa raggiunse anche altri paesi dove la censura zarista non era in grado di porre alcun veto; eppure in Germania e in Sassonia il gesto di rivolta fu interpretato negativamente e le monarchie furono solidali con Pietro.

Tra le opinioni più eminenti sul comportamento di Mazepa vi fu quella di Voltaire che, nella sua acuta analisi, mostrò simpatia per Carlo XII e la Svezia. Non a caso, a guerra terminata, molti gli ucraini e svedesi cercarono rifugio nella patria dei philosophes. Secondo Voltaire Mazepa era un uomo "coraggioso, intraprendente, infaticabile […]" il quale era rimasto fino all’ultimo al fianco del suo alleato6. Voltaire affermò, inoltre, come l’Ucraina avesse sempre cercato la libertà, lontano dall’influenza Moscovita così come da quella polacca e ottomana: "Prima di tutto essa si mise sotto la tutela della Polonia la quale la trattò come una dipendente, così si dettero al principato Moscovita il quale fece del suo meglio per soggiogarla"7.

Vi è dunque una storia controversa che pone qualche limite al “nazionalismo” sventolato dagli ucraini. Il fatto è che oggi ci troviamo davanti a degli avvenimenti i quali hanno radici molto profonde, sebbene tutto appaia come un piano ordito dallo zar Putin.

Effettivamente già in età moderna l’Ucraina ha sempre manifestato un marcato sentimento anti russo nell’ottica di una bramata autonomia: questo la spinse verso l’affannosa ricerca di qualche alleato che potesse garantirgliela, senza volere nulla in cambio. Così non fu e ancora oggi sembra impossibile pretenderlo. Allora vediamo come lo sterminio perpetrato dai russi a Baturyn somigli a quello odierno e di Bucha e come Zelensky assomigli in qualche modo a Ivan Mazepa.

C’è da chiedersi se gli altri attori che stanno calcando il palcoscenico di questa crisi internazionale, siano pronti ad agire come fece Carlo XII, sebbene il risultato di tale intervento potrebbe trasformarsi in una pericolosa seconda Poltava.

1 A. Konstam, Poltava 1709. Russia comes of Age, Osprey, London, 1994, p. 9.

2 T.M. Prymark, «The Cossack Hetman: Ivan Mazepa in History and Legend from Peter to Pushkin», in The Historian 2014, p. 238. URL: https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1111/hisn.12033.

3 S. Plokhy, «Poltava: The Battle that Never Ends», in Harvard Ukrainian Studies, Vol. 31, n.1.4, 2009-2010, p. xiii.

4 A. Konstam, Poltava, cit., pp. 34-35.

5 T.M. Prymark, The Cossack, cit., p. 239.

6 Ivi, p. 243.

7 Ibidem.

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