Soccorso immediato: la gestione delle emergenze in caso di attacchi terroristici

(di Paolo Palumbo)
09/05/17

Lo scenario di un attentato terroristico, sia esso commesso con IED o armi automatiche, è uno degli eventi più pericolosi che un soccorritore possa affrontare. Le dinamiche più recenti hanno dimostrato l’imprevedibilità di questi attacchi, il loro forte impatto sulla popolazione, ma anche sulla catena di comando predisposta per la gestione delle emergenze. Nel complesso la reazione della polizia è un meccanismo abbastanza oliato, tranne in alcune situazioni imbarazzanti cagionate dall’inceppamento del flusso informativo o dalla brama convulsa dei mass-media nel fornire informazioni “ad ogni costo”.

Al di là delle reazioni delle forze dell’ordine, sottoposte ad un protocollo operativo variabile da paese a paese, tra i primi ad intervenire sul luogo dell’accaduto ci sono sempre i soccorritori: vigili del fuoco, medici e i sanitari delle ambulanze. Come per gl’interventi armati delle unità anti terrorismo, la macchina dei soccorsi segue sovente un modus operandi comune variabile secondo la preparazione e la capacità – in uomini e mezzi – di ciascuna realtà statale.

Un attacco terroristico è sempre un evento improvviso, violento, destinato a seminare il panico tra la popolazione inerme la quale, ormai, è diventata l’obiettivo principale di qualsiasi offensiva jihadista e non. La deflagrazione di uno IED, come le raffiche indiscriminate di un AK-47, procurano ferite di diverso tipo i cui effetti – fisici e morali – si protraggono nel tempo fino a sfociare in quello che è comunemente definito PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Saper gestire ogni istante successivo al dramma diventa dunque fondamentale al fine di salvare più vite umane possibile, ripristinare al più presto la normalità, scongiurando così nei sopravvissuti un pericoloso sovraccarico emotivo.

Un approccio militare al trauma

Nel giugno 2015 il dipartimento USA della Homeland Security ha pubblicato il manuale First Responder Guide for Improving Survivability in Improvised Explosive Device and/or Active Shooter Incidents (clicca qui per il documento) dedicato espressamente ai soccorritori posti di fronte agli effetti di un attacco terroristico. La guida enfatizza particolarmente sugli strumenti che il personale sanitario deve utilizzare nei confronti dei pazienti, sottolineando come questo debba far riferimento in particolare alle TTPs (Tactics, Techniques and Procedures) in vigore tra i Combat Medic dell’esercito (le TCCC – Tactical Combat Casualty Care). La lezione imparata dall’ambito militare e la sua applicabilità nel contesto civile nasce nel 2011 grazie al Committee for Tactical Emergency Casualty Care (C-TECC) il quale ha trasferito, con opportune modifiche, le metodologie militari al personale dell’EMS. Gli addetti dell’EMS si avvalgono così di corsi militari particolarmente dedicati ai traumi da esplosione o da arma da fuoco. Oltre alla parte strettamente medica, i soccorritori apprendono come muoversi in uno scenario dove siano presenti armi o potenziali attentatori e contestualmente all’equipaggiamento tradizionale, vengono forniti di giubbetti antiproiettile ed elmetti balistici.

Secondo uno studio effettuato dall’esercito americano durante la guerra del Vietnam, la causa principale di morte su un campo di battaglia era l’inadeguato trattamento delle emorragie: il pericolo di shock ipovolemico conduceva spesso alla morte del soldato. Le norme predisposte dal C-TECC hanno precisato come oggi nessuno debba più morire a causa di un sanguinamento incontrollato, ponendo particolare attenzione alle metodologie per un rapido trattamento delle ferite aperte e l’evacuazione immediata verso la prima struttura ospedaliera disponibile. Tutto – secondo il tipico costume americano – è stato sintetizzato nell’acronimo THREAT: Threat suppression, Hemorrhage control, Rapid Extrication to safety, Assessment by medical provider, and Transport to definitive care.

L’addestramento continuo dei soccorritori diventa dunque fondamentale: la preparazione di scenari ad hoc dove applicare i nuovi insegnamenti è prassi comune sia per gli EMT professionisti, sia per i volontari. Quest’ultimi, che costituiscono la parte fondante di molti sistemi nazionali di primo soccorso, raggiungono livelli di eccellenza in Israele dove la lotta al terrorismo coinvolge tutta la popolazione.

Il modello “volontario” israeliano

Il mondo intero ha impresso nella mente le immagini post 9/11 che hanno consacrato ad eterna memoria il coraggio e la dedizione dei pompieri di New York (FDNY) e le squadre dei Paramedici dell’EMS (Emergency Medical Service); altri ricordano i paramedici inglesi durante il luglio del 2005 e le impressionanti immagini delle persone in fuga dalla metropolitana che ricevevano le prime cure. In Israele certi fotogrammi o riprese televisive sono all’ordine del giorno poiché Tel Aviv e Gerusalemme sono da tempo bersaglio abituale dei terroristi palestinesi i quali – secondo una pianificazione ragionata – intraprendono vere e proprie campagne di attentati nelle città ebraiche. Un’esperienza per nulla invidiabile, utile tuttavia agli israeliani per affinare una serie di tecniche e protocolli d’intervento che oggi fungono d’esempio in tutto il mondo. Gli israeliani hanno elaborato le conseguenze di un attentato terroristico in tutti i suoi molteplici aspetti, finanche nella gestione della comunicazione dei media coerente ad una deontologia mirata a non diffondere ulteriormente la paura. Il luogo dell’attentato viene isolato senza troppo clamore e lo scopo principale dei soccorsi è quello di ripristinare il più velocemente possibile il ritorno alla normalità.

Per quanto concerne i danni fisici, l’esplosione di uno IED o di un attentatore suicida ha degli effetti devastanti e determina un tipo di trauma riscontrabile solamente sui campi di battaglia. Come detto in precedenza i danni conseguenti ad un attentato sono ugualmente di natura psicologica, sia per le vittime sia per gli stessi soccorritori: Il coordinamento di uno scenario “dopo esplosione” può causare senso di smarrimento anche al paramedico più preparato. Una prassi particolarmente gravosa è poi quella della ricomposizione dei cadaveri, il loro riconoscimento e la successiva inumazione che, nel caso di alcune religioni, riveste un significato molto importante.

Dal 1995 Israele, oltre la celebre Magen David Adom (Stella Rossa di David), schiera un nutrito esercito di soccorritori (oltre 3000 volontari) denominati ZAKA i quali hanno affinato la loro preparazione specificamente su tipologie d’intervento post attentato. Nel 1989, il fondatore Yehuda Meshi-Zahav insieme a dei suoi colleghi universitari, assistette inerme al macabro spettacolo di un esplosione su un bus di linea nella quale molte persone vennero brutalmente ferite e 17 perirono. Alcuni anni dopo, Yehuda mise in piedi un’organizzazione dedicata al riconoscimento delle vittime degli attentati terroristici, al ricomponimento delle salme e alla sepoltura secondo le prescrizioni rituali della religione ebraica: l’acronimo ZAKA (Zihui Korbanot Ason) significa, infatti, “Identificazione delle vittime da disastri”.

Oggi lo ZAKA, i cui operatori sono riconoscibili grazie all’inconfondibile pettorina gialla, vanta una struttura invidiabile e non ha smesso la sua vocazione di primo ente di soccorso su scenari terroristici. Nelle sezioni, disseminate in ogni angolo d’Israele, lavorano migliaia di volontari, compresi un centinaio di ultra ortodossi i quali non prestando servizio militare, concorrono in modo diverso per il benessere e la difesa dei cittadini. I volontari dello ZAKA fungono anche da collante tra le varie organizzazioni e le complesse realtà socio-religiose presenti nel paese. L’unità primigenia dello ZAKA è la Chased Shel Emet (Vera virtù) che ancora oggi si occupa a 360° delle vittime e dei sopravvissuti agli attentati. I deceduti vengono trattati con estrema cautela poiché il lavoro di ricostruzione e identificazione coinvolge maggiormente la sfera emotiva della popolazione: chi è la vittima? La conoscevo? Potevo esserci io?. A questo proposito, una volta concluso il lavoro sulla strada, i volontari dello ZAKA si pongono come interlocutori tra le autorità e i parenti dei morti i quali richiedono un conveniente supporto psicologico che li metta al riparto da effetti post-traumatici indesiderati come ansia, paura o attacchi di panico. Sul piano giuridico, la Chased Shel Emet ha un rapporto privilegiato con le autorità giudiziarie israeliane che attingono alle loro competenze per ricostruire prove utili alle indagini forensi.

Oltre questa sezione “storica”, lo ZAKA impegna unità di soccorso tradizionale come le Rapid Rescue Unit (che utilizza moto per arrivare più rapidamente sul luogo dell’emergenza), le Divers Unit (sommozzatori) unitamente alle Jet Ski Units dedicate al soccorso marittimo. Su terra operano altresì la sezione canina (che si addestra insieme ai gruppi Oketz delle IDF) e quella munita di fuoristrada (Jeep Unit) per raggiungere luoghi impervi. Lo ZAKA – come accennato in precedenza – pone particolare attenzione alle minoranze religiose: esiste, infatti, la Minorities Unit nella quale confluiscono volontari appartenenti alle comunità druse e beduine, oltre ai cristiani e mussulmani.

L’efficienza dello ZAKA valica i confini di Israele grazie all’istituzione di un’unità speciale internazionale (la ZAKA International Rescue Unit) con gruppi di volontari sparsi in tutto il mondo pronti ad intervenire per qualsiasi cataclisma.

Di fronte a tanta organizzazione viene da chiedersi quale sia la situazione nel nostro paese e cosa accadrebbe se, malauguratamente, fosse colpito da eventi come Parigi o Bruxelles. Il sistema di soccorsi italiano cambia secondo leggi e normative regionali, dunque non è uniformato. La materia “primo soccorso” poggia essenzialmente sulle centrali operative dei vigili del fuoco o del 118 le quali predispongono autonomamente esercitazioni e corsi ad hoc per informare su nuove procedure o tipologie di intervento. La preparazione individuale dei soccorritori è generalmente buona, lo dimostrano ogni giorno sulle strade delle città italiane, ma la forbice tra incombenze e addestramento è ancora troppo ampia. Su questo argomento, delicato e tutto da approfondire, speriamo di non dover mai scrivere, soprattutto per evitare quel triste e inutile teatrino – tipicamente italico – sull’isterico passaggio di responsabilità.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force / ZAKA)

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