Libia: oltre il canale di Sicilia ci aspetta il caos

(di Giampiero Venturi)
18/03/16

La Libia è una mezza invenzione. Benché citata nel Vangelo (At 2,1-11), già ai tempi di Diocleziano era divisa in due: Tripolitania a ovest, Cirenaica a est. In realtà, secondo le carte coloniali ci sarebbe pure il Fezzan, la scatola di sabbia con capoluogo Sebha, un tempo baricentro di appalti per ditte italiane, oggi mercato di schiavi in marcia dall’inferno a quel che resta dell’Europa.

Eppure la terra tra Tunisia ed Egitto si chiama Libia, indipendente per davvero solo con Gheddafi che inventò la Jamahiriyya, la “repubblica delle masse”.

Antiamericano d’istinto, filo-sovietico per forza, nasseriano, soldato, tradizionalista, beduino, demagogo, statista, amico nostro per affari, nemico nostro per rancore, terzomondista, bombarolo… comunque la si pensi, Gheddafi è stato capace di passare da antagonista attraverso trasformazioni epocali, trapianto di capelli compreso, fino alla riabilitazione negli anni ‘90.

Tra colpi di scena e buffonate la sua Libia è stata a lungo l’eccezione araba per servizi sociali e tenore di vita, per molti emigranti unica alternativa al Libano e agli Stati del Golfo.

Ma Gheddafi è morto nel 2011. La sua leadership, durata 11 Mondiali di calcio, è finita mentre gli italiani si preoccupavano più della somiglianza con Renato Zero e Michael Jackson, piuttosto che dell’unico vero dilemma: cosa succederà dopo?

Gheddafi è morto quando la Francia ha chiuso il conto aperto negli anni ’80, quando volare su Ustica era pericoloso e in Ciad si faceva la guerra. Il confronto fra il Colonnello e Parigi era un duello antico: da una parte un leader megalomane tollerato oltre misura; dall’altra il colonialismo per eccellenza, la frusta bianca una volta padrona dell’Africa.

Ora la Storia presenta il conto e fra gli eredi della guerra del 2011 ci saremo anche noi italiani che abbiamo meno colpe di altri  ma dalla Libia siamo stati cacciati già due volte.

“Armateli e partiamo” potremmo dire.

L’incontro a Roma dei vertici militari di 30 Paesi è servito a questo: pianificare possibili opzioni e reali disponibilità. Come a dire “è ora di farsi avanti o di spingere qualcuno”, dipende...

È bene però evitare illusioni: la Libia di oggi è il caos e mentre smentite e bugie s’inseguono, il Presidente egiziano Al Sisi dissuade l’Italia dall’avventurarsi in una missione, allo stato attuale destinata a diventare una nuova Somalia.

Se non fosse un dramma alle porte di casa, il panorama libico in effetti sarebbe comico. Al Sarraj, leader di un Government of National Accord che esiste solo per i governi europei ansiosi di inventarsi uno Stato, due giorni fa è stato minacciato di arresto da Al Ghwell, premier della fazione di Tripoli.

Proprio da Tripoli rimbalzano il video di minaccia dello Stato Islamico contro i cristiani e i rumori della galassia islamista, che comprende l’ex cartello di Misurata oggi sponda di bande e banditi. Intorno al governo dell’ex capitale girano i gruppi integralisti federati alla coalizione Alba Libica, sedicente erede della rivolta contro Gheddafi. L’appoggio politico e militare principale viene dalla Turchia, mai come ora nostalgica dell’Impero Ottomano. 

Nella cricca islamista di Tripoli ci sono anche Ansar Al Sharia, responsabile dell’attacco all’ambasciata americana del 2012 e imparentata con AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), e i Fratelli Musulmani, vecchie glorie del mondo arabo integralista.

L’alleanza in teoria contenderebbe il controllo della costa allo Stato Islamico sul cui ruolo in Libia si addensano parecchi dubbi. Sarebbe in crescita tra Derna e Bengasi (in teoria sotto Tobruk) e lungo la costa intorno a Sirte. Sarebbe soprattutto in espansione a ovest con cellule in Tunisia e Algeria, i cui rispettivi eserciti sono già da tempo in guerra contro la jihad.

Una miriade di gruppi e gruppusculi poi si fondono e si sparano a seconda delle stagioni in una logica di città-Stato, più vicine al Medioevo che all’idea di Stato nazionale. Ognuna ha la sua legge, ognuna la sua milizia.

A questo proposito va detto che tra i grandi meriti del Colonnello ci fu quello di mediare con le tribù del sud, recalcitranti all’idea di un governo centrale. Per tutta la durata della Jamahiriyya il sistema tribale della Libia profonda fu regolato ad arte, alternando bastone e carota. Saltato l’equilibrio, soprattutto l’area Tuareg e berbera ai confini con Algeria e Niger è divenuta un via vai di armi e traffici umani.

Nel territorio controllato da Tripoli ci sono comunque enclaves filo-Tobruk, come la zona montagnosa di Zintan e parte della costa tra l’ex capitale e la Tunisia. Ma proprio sui filo-Tobruk converrebbe vederci chiaro. L’esercito di Haftar, ex ufficiale di Gheddafi ed ex CIA, combatte ma (non) controlla il resto del Paese. Sarebbero in fiamme Kufra e aree del sud ormai da mesi in mano a bande armate.

Il fronte di Tobruk ricicla molti uomini legati al vecchio regime, numerosi come in ogni sistema d’ispirazione socialista e odiati dalle milizie integraliste. La linea di demarcazione più netta fra Tobruk e Tripoli forse è proprio questa: le ferite della “rivoluzione” del 2011 passano tra politica e rancori personali e creano argini tagliati col coltello.

Dietro la sabbia di Tobruk intanto soffia l’Egitto, proiettato in Cirenaica come sfera d’influenza naturale e pronto a contendere agli islamisti e alla Turchia i pezzi della Libia che fu. La guerra di Al Sisi contro i Fratelli Musulmani continua…

In sostanza, la situazione generale somiglia ad un vaso fatto cadere in terra, di cui si cerca disperatamente di ricomporre i pezzi.

L’appoggio ad Al Sarraj è un grottesco tentativo di dare potere ad un uomo forte e laico che non appaia però come un fantoccio dell’Occidente: esattamente quello che era Gheddafi.

Il rimpianto per l’uomo forte che non c'è contraddirebbe gli entusiasmi per la Primavera libica e nelle dichiarazioni ufficiali dei governi occidentali viene aggirato. La nostalgia pubblica per la Jamahiriyya sarebbe l’ammissione di un enorme fallimento politico e militare. Tutti lo pensano, ma nessuno lo dice.

In attesa di una missione cieca, la Libia brucia: Cirenaica e Tripolitania tornano a soqquadro come ai primi del ‘900.

Intanto noi ci prepariamo a un “non si sa perché, non si per chi, non si sa per cosa”. Ci prepariamo ad attraversare quel che nel frattempo è diventato sempre più il Male Nostrum. Tripoli bel suol d’amore, per ora è solo paura e confusione…

(Foto: LNA/web)

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