I servizi sauditi appoggiano la jihad nel Caucaso russo

(di Giampiero Venturi)
26/05/16

Secondo la stampa georgiana (Azaval Dasavali), i servizi sauditi Al Mukhabarat Al A'amah sarebbero dietro al tentativo di riorganizzare la jihad nel sud della Russia. Il progetto passerebbe attraverso finanziamenti di Riad all’autoproclamato Emirato del Caucaso, entità virtuale nata nel 2007, due anni prima che il Presidente russo Putin dichiarasse ufficialmente chiusa e vinta la Seconda guerra cecena.

L’Emirato, così come proclamato dal leader ribelle Umarov ucciso dai servizi russi nel 2013, racchiude sulla carta tutte le repubbliche del Caucaso interne alla Federazione russa (Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Ossezia del Nord, Territorio di Stavropol’ e Circassia), allargandosi fino all’Azerbaijan e a parte della Georgia.

L’obiettivo politico sarebbe la secessione dalla Russia e l’istaurazione a livello regionale di uno Stato regolato sulla sharia.

Tra i leader della jihad contattati dai sauditi ci sarebbero Aslan Byutukayev e Muharram Saidov, tra i pochi superstiti della vasta operazione di repulisti messa in atto dai servizi russi nell’ultimo decennio.

La jihad nel Caucaso dunque è ancora viva?

La domanda è legittima se pensiamo all’impressionante lista dei leader islamisti uccisi in combattimento o in “operazioni parallele”. Gli ultimi arrivati nello speciale elenco sono Ali Abu Muhammad al-Daghestani, Magomed Suleimanov e Kamil Saidov, tutti eliminati nel 2015.

Nella lista, la cui compilazione è iniziata nel primo decennio del nuovo millennio, compaiono molti gentiluomini dediti al terrorismo internazionale di matrice islamico sunnita: il presidente indipendentista ceceno Maskhadov, i leader della guerriglia separatista Shamil Basayev e Zelimkhan Yandarbiyev; i leader islamisti Abdulkhadzhiev, Vakha Arsanov, Turpla Atgieriev, Akhmed Avtorkhanov, Arbi Barayev, Moysar Barayev, Rizyan Chitgov, Lecha Dudayev, Suleiman Elmurzayev, Ruslan Gelayev, Lecha Islamov, Aslambek Ismailov, Khunkarpasha Israpilov,Isa Muskiyev, Abu Movsayev e Salman Raduyev.

A questi si aggiungono i leader “stranieri”: oltre al saudita Al-Khattab, noto per aver fondato la Brigata Internazionale Islamica e per la presenza nella guerra in Bosnia negli anni ’90, ad oggi risultano uccisi Mulsim Atayev, Ilias Gorchkhanov, Rappani Khalilov, Abdul Madhzid, Rasul Makasharipov, Al-Urduni e Al Walid.

Parliamo di leader militari e politici, con comprovate capacità di combattimento e particolari doti carismatiche.

Come mai dunque nonostante la falcidia, il Caucaso sembra pronto a riesplodere?

È opportuno fare chiarezza.

Tra gli indubbi risultati messi a punto dalla gestione Putin negli ultimi 16 anni c’è sicuramente la stabilizzazione delle riottose regione del sud. Stabilizzazione, non pacificazione, beninteso: parlare di pacificazione nel Caucaso è di per sé un ossimoro.

Con la Seconda guerra cecena, Mosca è riuscita a reintegrare all’interno dei confini della Federazione i territori sganciatisi tra il 1996 e il 1999 quando con la Prima guerra, si era data vita alla de facto indipendente Repubblica di Cecenia (col nome di Ickeria).

Tre grandi obiettivi sono stati raggiunti:

  • come suindicato, tutti i principali leader della guerriglia fondamentalista sono stati eliminati;
  • a Grozny si è insediato da anni un governo filorusso, il cui controverso leader Ramzan Kadyrov, rientra nell’anello di fiducia del Cremlino;
  • i movimenti separatisti delle repubbliche limitrofe sono stati fortemente depotenziati.

Fosse per questioni interne, non è azzardato quindi supporre che a partire dal 2009 la naturale riottosità delle regioni caucasiche poteva considerarsi limitata ad atti d’insubordinazione e a casi di ribellione fisiologici per una terra a maggioranza islamica e bollente dai tempi degli zar. In altri termini, il Caucaso del Nord sarebbe indubbiamente rimasto russo, ma con le irrisolvibili questioni d’instabilità ad esso connesse. Atti di terrorismo in Russia e ribellioni armate compresi.

Il problema è che nonostante la sconfitta sul terreno, il fondamentalismo islamico continua a ricevere supporto dall’esterno. Su una base sociale indubbiamente fertile, la continua creazione di nuove leadership e il generoso sostegno finanziario favoriscono il nuovo sviluppo di un cancro, solo apparentemente estirpato.

Chi c’è dietro? Nemmeno a dirlo l'ideologia wahhabita saudita è il volano della jihad sunnita già dai tempi dell’invasione sovietica nell’Afghanistan e ha animato le ideologie oltranziste di Al Qaeda prima e dei Talebani poi. Su questi dati storici, non c’è da stupirsi per le notizie che giungono dalla Georgia.

Il protagonismo geopolitico di Riad nell’area che unisce il Maghreb alla regione centroasiatica non è un mistero per nessuno. Su questa rubrica ne parliamo da un anno. La riapertura del “fronte Caucaso” potrebbe avere però importanti ripercussioni sui rapporti fra Russia e Occidente.

(foto: ВCРФ-AMN)