Farsa libica: l’Italietta nella giostra dei burattini

(di Giampiero Venturi)
07/03/16

Agli inizi di febbraio lo avevamo previsto (leggi articolo): l’Italia prende appunti e si appresta ad eseguire gli ordini. “Ora la questione libica è cosa vostra”. La richiesta di inviare un cospicuo contingente di truppe in Libia stavolta arriva direttamente dall’ambasciatore John Phillips, ormai più nelle vesti di governatore che in quelle di diplomatico a Roma.

Avevamo immaginato un intervento intorno ad aprile, il tempo minimo per permettere che maturassero due fatti:

1) la formazione di un governo di unità nazionale in Libia;  

2) l’uscita di scena della Siria dalle cronache internazionali.

Il primo evento, come scritto già a gennaio su questa rubrica (leggi articolo), non si è verificato. Il finto governo istituzionale di Tobruk, nella cui credibilità l’Europa cerca la propria, rappresenta solo se stesso e gli interessi economici che ruotano intorno alla Cirenaica, Total, Shell e  British Petroleum su tutti. La guerra del 2011 voluta dagli americani e iniziata dai francesi senza nemmeno avvisarci è servita sostanzialmente a questo: permettere a chi non c’era (o c’era poco) di prendere parte alla torta energetica libica.

L’Italia oltre ad essere costretta a rinunciare al rapporto privilegiato costruito con la Libia negli ultimi anni di Gheddafi, si trova nella scomoda posizione di difendere gli interessi ENI proprio nella regione più tosta, la Tripolitania, quella cioè dove le bande islamiste si sono federate come alter ego a Tobruk. Non a caso il rapimento e l’uccisione degli ostaggi italiani è avvenuto a 60 km da Tripoli.

Il secondo fatto è strettamente legato all’andamento della guerra siriana: più Assad e russi vincono e riducono gli spazi geofisici dello Stato Islamico, meno se ne deve parlare. Il problema collaterale è che la jihad globale è in corso di trasferimento dalla Siria alla Libia, grazie agli sforzi soprattutto della Turchia, sponsor principale del cartello di Tripoli.   

La Libia quindi, sta diventando il terminale di tutti gli errori e le porcherie commesse negli ultimi 10 anni tra Maghreb e Medio Oriente.

Chi avesse ancora dubbi sulla buona fede delle Primavere arabe è servito. Soprattutto gli sbandieratori della libertà, pronti ad eccitarsi per la caduta di un rais ma lenti a capire che  quando si toglie il coperchio a una pentola, sarebbe bene chiedersi cosa e soprattutto chi ci guadagni…

La verità che tutti fingono di non vedere è infatti essenzialmente una: l’eliminazione di Gheddafi è stato un errore irreparabile perché equivale ad aver strappato un vestito cucito a fatica e aver tolto al tempo stesso il tappo a un continente in piena ebollizione.

Togliere di mezzo il pur scomodo colonnello per noi italiani è stato un danno triplo:

  1. a costi di umiliazioni eravamo riusciti a ricucire un’intesa utile alle nostre casse energetiche; facendo pendant col rapporto privilegiato con Mosca, l’Italia fino al 2010 poteva contare su rapporti bilaterali fruttuosi sul piano strategico ma evidentemente considerati scomodi dalla Francia e dagli USA. La prima in quanto competitor, i secondi in quanto nostri danti causa;
  2. abbiamo portato il caos a un passo da casa in una situazione se possibile più complessa di quella siriana (torneremo sulla Libia in questa rubrica);
  3. saremo noi a dovercela spicciare, senza nemmeno l’appoggio ufficiale di quel governo di Tobruk che ci affanniamo a  considerare legittimo.

La Libia di oggi somiglia a una tavola imbandita che qualcuno ha deciso di rovesciare. Da padroni di casa, siamo passati prima a commensali, poi addirittura a camerieri a cui è stato chiesto di sparecchiare e rimettere in ordine.

Mentre l’oro libico è a Londra e i conti si fanno tra Parigi e Washington, a noi resterà l’onore del dibattito interno.

Già partita la ridda delle dichiarazioni e delle smentite: intervento militare sì, intervento militare no… Con i nostri già presenti sul terreno, il Paese, ansioso di dividersi su qualcosa, si spaccherà presto tra “guerrafondai” e “pacifisti” senza capire  e senza rendersi conto che il dilemma libico piuttosto che “guerra o non-guerra”, avrebbe dovuto riguardare solo la legittima difesa dei nostri interessi nazionali. Non siamo abituati a ragionare così e ancora una volta facciamo la figura di un povero scemo a cui con la promessa di un uovo è stato sottratto un intero pollaio.

(Foto: الجيش الليبي‎)

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