USA e Russia ai ferri corti. La grande diplomazia si muove

(di Adriano Tocchi)
10/10/16

La Federazione Russa ha recentemente decretato la sospensione sia del Plutonium Management and Disposition Agreement, risalente al 2000, sia dell’accordo relativo alla collaborazione russo-americana nei reattori di ricerca, siglato nel settembre 2013. La Russia era già da tempo al corrente del non rispetto del primo accordo da parte degli Stati Uniti; viene quindi da domandarsi perché abbia tollerato così a lungo.

Le ipotesi sono molte, ma una risposta chiarificatrice delle reali motivazioni è appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori. Di certo la mancata osservanza dell’accordo non sembra aver creato ai russi particolari problemi di sicurezza, dati l’ingombro del loro arsenale nucleare e la riserva disponibile di materiale radioattivo per l’approntamento di eventuali nuove testate. 

La recente presa di posizione del Cremlino rispetto agli accordi sul nucleare, almeno in una qualche misura è da collegarsi alla sospensione di Washington di ogni collaborazione sulla crisi siriana. A questo proposito va ricordato come non sia infrequente che il governo statunitense intavoli accordi con la strategica finalità di prendere tempo, salvo poi riservarsi il diritto di aggiornare gli stessi unilateralmente.

La reazione russa in questa circostanza appare comunque di grande rilievo, dal momento che non solo è volta a denunciare gli accordi, ma addirittura a stabilire condizioni per poter tornare ad un ipotetico tavolo di trattativa (i Sanniti lo fecero con i Romani, la storia insegna, n.d.a....).  

Analizziamole:

a) togliere tutte le sanzioni e compensare economicamente non solo le perdite subite a seguito delle stesse ma anche per effetto delle contromisure  adottate dai russi;

b) cancellazione del Magnitsky Act;

c) riduzione della consistente presenza militare degli Stati Uniti lungo il confine russo-occidentale.

In estrema sintesi un ultimatum.

Per trovare nella storia degli Stati Uniti una situazione simile, è necessario risalire al 1861, quando il Regno Unito presentò a Washington un ultimatum per l’incidente della nave Trent: gli americani si videro costretti a sconfessare l’operato del comandante della nave e a liberare i due ufficiali sudisti fatti prigionieri.

Oggi Putin non chiede semplici riparazioni formali ma nientemeno che un drastico cambiamento di rotta della politica americana nei confronti della Russia. Una richiesta apparentemente irricevibile perché comporterebbe una resa pressoché completa sulle principali contese internazionali che contrappongono oggi Mosca e Washington.  

Cosa ha spinto Putin  ad assumere una posizione tanto perentoria, dai toni ancora più “ruvidi“ di quelli con cui gli Stati Uniti sono soliti trattare i loro avversari politici?

La reazione ha fatto seguito quasi immediato alle proiezioni del portavoce del Segretario di Stato USA, che in riferimento alla guerra in Siria hanno prefigurato scenari catastrofici per la Russia: soldati riportati a casa in sacchi di plastica, aerei abbattuti, attentati terroristici sul territorio della Federazione… Tutto ciò in contemporanea alla dichiarazione del Dipartimento di Stato, seguita da quella del Pentagono, che non ha escluso un’offensiva aerea contro le forze siriane (e quindi indirettamente anche contro il contingente russo di stanza in Siria), né tantomeno un ricorso preventivo all’arma atomica contro la stessa Russia.

La Russia, non nuova a ricevere pressioni, continua a nicchiare, mostrandosi per nulla intimorita. Ha anzi rilanciato, approntando sul suo territorio nuovi sistemi di difesa aerea e missilistica, schierando batterie di missili strategici per fronteggiare ogni eventualità nucleare e attivando un’esercitazione di emergenza che ha riguardato 40 milioni di cittadini russi, al fine di testare la validità di strutture e infrastrutture della protezione civile in caso di guerra atomica.

Non è inverosimile ipotizzare che il background politico alla base dell’escalation del Dipartimento di Stato e del Pentagono sia da individuare nell’imminente tramonto dell’era Obama e nell’incertezza che possa non essere Hillary Clinton il futuro inquilino della Casa Bianca.

I falchi di Washington sono in agitazione. Tra questi spiccano i senatori John McCain e Tom Cotton, nonché il virulento generale Mark Milley, le cui dichiarazioni hanno contribuito a mettere benzina sul fuoco e ad alimentare il clima generale di tensione. Mosca ha mantenuto per il momento il confronto entro i limiti di uno scambio dialettico, seppur senza rinunciare a toni fermi.

Riesumando lo spettro della guerra nucleare, gli Stati Uniti hanno già perso questa prima partita, perché di fatto hanno espresso il timore che il mondo futuro possa non essere più unipolare.

Staremo a vedere però quale saranno gli sviluppi. C’è da sperare che, con la nuova presidenza, Washington escluda di ricorrere alla minaccia nucleare come antidoto alla  fine della propria egemonia mondiale.

Qualunque sia la scelta va concretizzata in tempi brevi, perché l’accelerazione della caduta di credibilità degli USA risulterà direttamente proporzionale alla durata del tempo senza che sia stata presa alcuna iniziativa. Ciò potrebbe tra l’altro influenzare il posizionamento geostrategico di molti Paesi storicamente allineati degli USA.

 (foto: web)

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