L’Italia nel mirino dell’Europa. Il ruolo del presidente. Lo scenario di una finanziaria “di rottura”

(di David Rossi)
15/09/18

L’eco dell’esternazione di Pierre Moscovici sui “piccoli Mussolini” in Europa (“in Italia”, secondo la stampa nostrana) e sulla necessità per il nostro Paese di presentare una Legge finanziaria “credibile” – arrivate all’indomani della richiesta di sanzioni contro l’Ungheria – hanno, purtroppo, fatto un po’ ombra alle dichiarazioni ancora più dirette di Mario Draghi – un italiano, anzi un “italiano serio” a detta degli autori de “La Casta” alcuni anni fa – sul fatto che le istituzioni dell’Unione, quelle dell’Eurozona e, in definitiva, tutti gli aventi causa del debito pubblico italiano stanno ancora “aspettando i fatti. E i fatti principali sono la bozza di legge Finanziaria e la discussione parlamentare. A quel punto i mercati, i risparmiatori e gli investitori daranno i loro giudizi”. Invece, finora “purtroppo le voci che abbiamo ascoltato hanno già fatto danni. I tassi di interesse sono saliti per le imprese e le famiglie”, senza che si verificasse un contagio: "è rimasto un problema prevalentemente italiano".

Per dirla con La Stampa di venerdì 14 settembre, “ogni frase di Draghi è una risposta alle tesi circolate in questi mesi nei palazzi. Il governatore Bce fa capire che se qualcuno pensa che i partner si facciano spaventare dalle conseguenze dei problemi italiani, e per questo sarà disposta a concedere più deficit di quanto previsto dalle regole, ha fatto male i calcoli”. A dire il vero, Draghi ha anche “fatto i nomi”, per così dire, di quanti in rappresentanza dell’Italia hanno preso posizioni responsabili e confortanti: "Detto ciò dobbiamo essere consapevoli che il presidente del Consiglio italiano, il ministro dell'Economia e il ministro degli Esteri hanno detto tutti che l'Italia rispetterà le regole. Ci atteniamo a quanto hanno detto".

Già, i nomi: Giuseppe Conte, Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanese, vale a dire il “volto rispettabile” scelto dai due partiti populisti/sovranisti al governo1 e i due esponenti del “partito del presidente”, scelti direttamente dal Quirinale. Già, il Presidente della Repubblica: Mario Draghi si è guardato di farne il nome, per non gettarlo da subito nell’occhio del ciclone, ma è proprio Sergio Mattarella colui che ha il potere, secondo alcuni, di impedire che, da novelli Sedecia, i leghisti e soprattutto i grillini – questi ultimi per le loro lotte intestine tra “ortodossi” e “realisti” – portino l’Italia dritta dritta sotto l’assedio del moderno Nabucodonosor, le istituzioni comunitarie. Come il sovrano babilonese, Bruxelles e Francoforte esigono un forte tributo – i conti in ordine – in cambio della possibilità di far crescere il Paese come meglio aggrada ai suoi cittadini. Ecco perché l’offensiva politica contro Budapest e quella mediatica contro Roma – l’una un problema locale, l’altra un potenziale problema sistemico – devono essere lette dai due vicepremier, Salvini e Di Maio, come molto serie, perché al di là delle scaramucce verbali con i ministri di due staterelli – Lussemburgo e Malta – che contano insieme meno abitanti di Torino, quello che conta è il fatto che – da adesso e almeno fino alle elezioni europee di maggio 2019 – i cannoni sono puntati contro gli Stati a trazione sovranista; e di questi, se l’Ungheria è il veterano, l’Italia è il campione.

Dopo la non esaltante performance degli epigoni di Salvini in Svezia, segno che in tutta Europa lo spettro del sovranismo non va oltre il 20%, ecco ora le forze politiche tradizionali – popolari e socialisti – e quelle “sistemiche” – Macron – guardano a Roma come a un soggetto verso il quale non mostrare debolezza.

Sbaglia chi sostiene che il governo italiano venga percepito come riformatore, in questa fase storica in cui l’esecutivo si autodefinisce “del cambiamento”: è, in realtà, avvertito come un corpo estraneo, a cui non concedere un attimo di tregua, anche per non essere un domani accusati di “appeasement” nel caso in cui lo sforzo congiunto dei vari Putin, Trump, Orban, Salvini e Grillo riuscisse nel tentativo di sgretolare in tutto o in parte la struttura dell’Unione.

Rieccoci ai cannoni puntati su Roma: a Bruxelles sanno che non dovranno sparare un colpo, dato che in caso di passi falsi l’Italia si troverà sotto i bombardamenti convenzionali delle agenzie di rating, capaci di fiaccare le difese del Paese senza che Roma possa far alzare la contraerea del quantitative easing2. La cosa deve apparire drammaticamente chiara al Quirinale, se è vero come è vero che a Riga, in Lettonia, nelle ultime ore ha affermato pubblicamente che “i benefici dell’integrazione (europea) non sono quasi mai monetizzabili interamente. Non è attraverso il calcolo contabile che si definisce il vantaggio che l’Unione assicura a tutti i suoi componenti”. Insomma, il vantaggio della libera circolazione delle persone, delle merci e delle idee deve essere più forte del clima di invidia e di sospetto creato dalle forze antieuropee. Poi, il discorso del nostro dodicesimo capo dello Stato è scalato di livello, raggiungendo il cuore di campagne social ostili all’Unione, secondo alcuni finanziate da potenze esterne: “Ma anche sotto il profilo della sicurezza, rispetto a eventuali ritorni di ostilità di qualcuno dei grandi Paesi (N.d.R. si trovava nel Baltico: chissà a chi faceva riferimento? Chi scrive lascia al lettore la libertà di intuirlo. Vi aiuto un po’: non la Svezia!), che cos’è efficace? Un’Unione infragilita dalle rivalità interne, in cui ognuno si presenta da solo, in realtà, o un’Unione coesa, compatta, che rende più forti tutti i Paesi che la compongono?”.

Ecco il punto centrale della questione europea: l’interesse di USA, Russia, Cina ma anche del Regno Unito è – e sarà sempre di più – che di fronte alla prossima grave crisi internazionale, un “Super Stato” come è l’UE, non riesca, come purtroppo tante volte in passato, a prendere posizione da grande potenza, ma esprima solo posizioni diluite e ambigue, da ONU europea. Un asse forte Bruxelles-Mosca, Bruxelles-Washington o Bruxelles-Pechino, con l’Europa sul piede di parità, non interessa a nessuno dei tre soggetti.

Mattarella sembra sottintendere che oggi alcune forze politiche si prefiggano l’intenzione di infrangere il progetto europeo agendo non come dei novelli “piccoli Mussolini”, ma da ambasciatori di interessi stranieri. Il Presidente continua: “Abbiamo spesso commesso degli errori – evidentemente – nel considerare come ormai acquisiti alcuni risultati, dando per scontate alcune condizioni. Invece – ha concluso – va fatto capire, anche alle giovani generazioni, che non sono mai né acquisiti per sempre, né scontati per sempre”. E qui conclude: “occorre riflettere su questo perché corriamo il rischio che riproporre dentro l'Unione un clima che non è soltanto concorrenziale ma è di contrapposizione, che poi diventa contrasto, poi diventa ostilità, diventa non sappiamo cosa”.

Ecco la risposta alle preoccupazioni di Draghi e ai dubbi di Moscovici: qualsiasi legge finanziaria dovrà passare il vaglio del Quirinale, il quale farà di tutto per evitare il confronto con l’Unione europea, per il bene del processo europeo ma anche per evitare un bagno di sangue per l’Italia derivante dalla reazione di Commissione e Parlamento a eventuali passi falsi. A quel punto, il governo del cambiamento potrà opporre – al veto presidenziale come previsto dalla Costituzione – solo un doppio passaggio parlamentare (Camera e Senato) con altrettanti voti di fiducia, per forzare la firma del capo dello Stato, senza infrangere – lo ricordiamo – alcuna norma, a parte quelle dell’etichetta. Ecco, però, che, in un simile scenario di “rottura”, i cannoni della Commissione e della Banca centrale europea non dovranno, di nuovo, sparare neanche un colpo (sanzioni, reprimende ecc.), perché i veri stake-holder dell’Italia, le istituzioni finanziarie e i privati che comprano il nostro debito pubblico, perderanno del tutto la fiducia nella solvibilità del nostro Paese, e daranno il via all’opzione nucleare: smetteranno di comprare da un giorno all’altro i nostri titoli di Stato e chiederanno il rimborso di quelli in scadenza (circa 350 miliardi di Euro), per pagare i quali il Governo dovrà pensare a una manovra finanziaria di emergenza pari all’intero costo del salvataggio della Grecia negli ultimi sette anni o al controvalore delle risorse auree e valutarie dello Stato. Insomma, un bagno di sangue.

Le conseguenze? Chi oggi ha cinquant’anni non vedrà l’Italia prospera prima di andare al campo santo. Un po’ come vivere gli anni della maturità tra il 1914 e il 1945…

C’è da allarmarsi? No, siamo certi – o almeno speriamo tanto – che il gabinetto Conte abbia capito il messaggio e che cercherà di avere un po’ di margine di spesa attraverso canali diplomatici e senza rotture. Perché Tria e Mattarella una cosa l’hanno chiara: siamo un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

 

1 In questo articolo “populisti” e “sovranisti” sono indicati come sinonimi e riferiti alla collocazione politica di M5S e Lega. Dato che spesso i loro leader usano, con malcelato orgoglio, questi termini, non li usiamo con accezione negativa.

2 Uno spread a 600 vorrebbe dire pagare ogni anno oltre 60 miliardi in più di interesse: pensando alle difficoltà del ministro Tria a reperire 10 miliardi, il lettore può facilmente intuire come per trovarne 60 le mani dello Stato si infilerebbero con decisione nelle sue tasche…

(foto: Quirinale)

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