L’insostenibile ipocrisia della “salvaguardia dell’integrità territoriale”

(di Antonio Li Gobbi)
21/02/22

“Occorre salvaguardare l’integrità territoriale dell’Ucraina!”, “Ove venga violata l’integrità territoriale dell’Ucraina la Russia andrà incontro a conseguenze severissime”.

Quante volte in questi giorni abbiamo ascoltato frasi come queste! Proclami (ma sarei tentato di dire “slogan”) già uditi in passato sostituendo a Ucraina e Russia il nome di altre nazioni.

L’imperativo sembra essere sempre e comunque quello di “salvaguardare l’integrità territoriale” di qualunque entità statuale esistente. Ci viene enunciato con la stessa grave serietà che doveva avere Mosè quando, sceso dal Sinai, dava lettura delle Tavole della Legge agli Ebrei che lo avevano seguito nell’Esodo. Ci viene enunciato come un principio universale di civiltà, un pilastro del diritto internazionale che non può a nessun costo essere messo in discussione.

È davvero così? O si tratta di una “foglia di fico” tirata fuori all’occorrenza per ammantare di idealismo gli interessi di chi desidera soltanto il mantenimento dello status quo?

Soprattutto, però, perché questo nobile principio vale solo quando l’entità statuale potenzialmente danneggiata è una nostra amica o alleata?

Infatti, il principio della salvaguardia dell’integrità territoriale è stato prontamente abbandonato quando ciò risultasse coerente con i nostri obiettivi geopolitici. Si pensi al caso del massiccio intervento NATO in Kosovo e alla conseguente “violazione dell’integrità territoriale” della Serbia nel 1999.

Il mantenimento dello status quo ad ogni costo, la salvaguardia di confini geografici a discapito delle aspirazioni delle popolazioni e delle tensioni attribuibili alla diversità etniche o confessionali potrebbe rivelarsi spesso un freno a mano che si tenta di imporre all’evoluzione della Storia.

Se l’integrità territoriale di uno stato sovrano non dovesse essere mai messa in discussione, allora prepariamoci a restituire all’Austria i territori che le abbiamo strappato con lacrime e sangue nella 2^, 3^ e 4^ guerra d’indipendenza.

Inoltre, mi chiedo ma coloro che oggi invocano come sacra e inviolabile l’integrità territoriale dell’Ucraina non erano in molti casi gli stessi che nel 1999 non parevano assolutamente curarsi delle violazioni all’integrità territoriale della Serbia, in riferimento alle (giuste e sacrosante) aspirazioni indipendentistiche del Kosovo?

Intendiamoci, non interessa a chi scrive assumere posizioni filo-russe o filo-serbe piuttosto che filo-ucraine o filo-kosovare! Peraltro, mi pare pericoloso elevare a principio guida esclusivamente la salvaguardia dei confini geografici (tracciati in una diversa situazione storica, politica e demografica) senza attribuire analoga rilevanza ai desiderata delle popolazioni (la cui composizione etnica e religiosa potrebbe essere mutata rispetto a quando quei confini furono tracciati) o alle situazioni di conflittualità che si siano sviluppate all’interno di tali confini.

Un tale approccio non potrà portare alla soluzione delle crisi ma solo a nasconderne temporaneamente i sintomi, mentre “sotto la cenere” la conflittualità interna potrebbe degenerare sino a risultare non più gestibile con i soli strumenti del negoziato e della mediazione.

Infatti, il principio di “salvaguardare l’integrità territoriale” di una nazione potrebbe essere percepito esclusivamente come un’utile giustificazione per interdire, limitare o ritardare il rispetto di un altro principio, quello di “autodeterminazione dei popoli”. Principio anch’esso riconosciuto dal Diritto Internazionale ma che spesso la Comunità Internazionale sembra sacrificare alle ragioni della real-politik e al mantenimento comunque dello status quo.

È fuor di dubbio che gli Organismi Internazionali dopo il secondo conflitto mondiale abbiano di norma teso a salvaguardare lo status quo e, nella maggior parte dei casi, a contrastare le spinte secessionistiche all’interno di stati sovrani, indipendentemente dalle motivazioni più o meno valide che potessero esservi a base di tali spinte (si pensi alle aspirazioni indipendentistiche di Catalogna, Paesi Baschi o della Scozia, per restare nel vecchio continente, o del Quebec in Canada) .

Sembra essersi affermata (nella pratica se non nella dottrina) la prevalenza del principio di integrità territoriale delle entità statuali rispetto a quello di autodeterminazione degli abitanti (si veda al riguardo James Crawford State Practice and International Law in Relation to Secession, 1998, in British Yearbook of International Law, Volume 69, pag 85-117).

In effetti, si tende al massimo a consentire un’interpretazione a mio avviso minimalistica del principio di autodeterminazione, ovvero “concedere” alle minoranze (che, peraltro, a livello locale potrebbero essere “maggioranza”) il rispetto delle loro identità particolari (linguistiche, confessionali o culturali che siano), ma che non chiedano altro (rispetto ma non autodeterminazione).

Però, si tende ad escludere in maniera quasi aprioristica l’eventualità di una secessione che possa condurre all’indipendenza, o peggio ancora, alla riunificazione con una entità statuale confinante con la cui tale minoranza desideri ricongiungersi in virtù di una comunanza etnica, linguistica o confessionale.

Ad esempio, nel pieno rispetto dell’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, non si è mai concesso alla popolazione della Republika Srbska di Bosnia di esprimersi in merito ad un’eventuale secessione dalla Bosnia e all’unificazione alla Serbia. Ricordiamo che la Bosnia si è staccata dalla Serbia dopo quasi tre quarti di secolo in cui erano entrambe parte della medesima entità statuale. Presumo (per conoscenza diretta della situazione) che molti serbi di Bosnia, almeno subito dopo la fine del conflitto, avrebbero optato per la riunificazione con quella che non pochi di loro continuavano a guardare come la loro “vera” madrepatria.

Discorsi analoghi potrebbero riguardare la parte del Kosovo a nord del fiume Ibar (abitata da popolazione che si considerano serbe) o la Valle del Presevo della Macedonia del Nord (abitata da popolazioni che si considerano albanesi).

Certo occorre tener conto della realpolitik! Però, vi è anche una prospettiva ideologica al riguardo, in quanto la secessione è considerata modalità per “veicolare un’idea di purezza etnica come base della statualità del XXI secolo. Idea che, a tacer d’altro, è in contrasto con tutti gli sforzi compiuti dalla comunità internazionale a partire almeno dalla fine della Prima Guerra mondiale per indurre gli Stati a dare vita a ordinamenti in grado di garantire la convivenza tra identità collettive plurali” (Rife A. Tancredi, Crisi in Crimea, referendum, pag 481 Rife A. Tancredi, Crisi in Crimea, referendum, pag 481 ).

Di conseguenza, le rivendicazioni secessioniste o autonomiste vengono di norma guardate con grande sospetto dalla Comunità Internazionale, anche perché vengono percepite come frutto di ideologie nazionalistiche ed identitarie che non abbracciano l’ideale di una società multi-etnica e multi-confessionale.

Fanno, ovviamente, eccezione i casi in cui tali rivendicazioni possano essere giustificate dall’evidenza di severe violazioni dei diritti umani delle minoranze e/o gravi limitazioni dei loro diritti politici. Entrambe circostanze, peraltro, abbastanza difficili da dimostrare in maniera oggettiva e documentabile. Chi è intervenuto in Bosnia o in Kosovo alla fine delle guerre civili che di fatto hanno travagliato tali regioni nell’ultimo decennio del secolo scorso, si sarà reso conto che le violenze di tipo interetnico o interconfessionale non erano solo unidirezionali (come sarebbe apparso dai reportage della CNN) e che era difficile tracciare chiare separazioni tra le vittime e i carnefici.

Venendo al caso Ucraino, ovvero all’annessione unilaterale della Crimea da parte della Russia e al rifiuto di Kiev di discutere in merito alle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, aree in prevalenza russofone, senza voler assolutamente giustificare gli atteggiamenti minacciosi della Russia cui l’Occidente deve opporsi con fermezza, si ritiene veramente che le tensioni possano essere risolte solo ostinandosi a negarne l’esistenza?

Soprattutto, però, il principio della “salvaguardia dell’integrità territoriale” (che si traduce nel mantenimento comunque dello status quo) deve valere sempre o solo quando ci fa comodo?

Ovvero… come scriveva Luigi Pirandello “così è (se vi pare)”!

Immagini: NATO / web

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