Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo

(di Umberto Camillo Iacoviello)
09/06/20

Una nazione che fatica a trovare una quadra per la politica interna, difficilmente riesce a elaborare una strategia coerente per le relazioni internazionali. Difatti all’Italia manca un programma di politica estera almeno dal 2011, anche a causa dei continui cambi di governo (7 dal 2011 a oggi). Risultato di questa instabilità è la perdita di posizioni strategiche nello scenario internazionale, in particolar modo nella naturale area di influenza dell’Italia: il Mediterraneo.

A minare gli interessi dei soggetti politici che operano nel Mediterraneo – Roma compresa – è principalmente la Turchia mossa dal neo- ottomanesimo di Erdoğan.

La Turchia scavalca l’Italia in Libia

Nel conflitto tra Haftar e al-Sarraj, l’Italia era inizialmente allineata con quest’ultimo, il presidente del governo di accordo nazionale di Tripoli chiese armamenti a diversi paesi tra cui l’Italia, senza ricevere alcuna risposta. Di conseguenza al-Sarraj si è rivolto ad Ankara, ben lieta di accogliere le richieste di Tripoli per estendere la sua influenza in Nord Africa, dopo essersi ritagliata un ruolo importante nel Corno d’Africa. L’Italia è poi sembrata cambiare (tardivamente) alleato puntando sul generale della Cirenaica che intanto aveva già trovato appoggio da altre potenze (Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti). Con il solito moderatismo nell’aprile 2019 il premier Conte aveva dichiarato che l’Italia non sta "né con Sarraj né con Haftar, ma con il popolo libico", parole di circostanza che nella pratica si traducono in un’Italia pressoché ininfluente nello scenario libico.

Altro smacco della diplomazia italiana è arrivato l’8 gennaio di quest’anno: Conte dopo aver incontrato Haftar aveva in programma per lo stesso giorno un incontro con al-Sarraj che dopo aver saputo del colloquio tra il primo ministro italiano ed il generale ha disertato l’appuntamento.

Causa Covid-19 l’attenzione sulla Libia è venuta meno, ma nelle ultime settimane ci sono stati degli sviluppi. Già nei primi mesi di quest’anno gli aeroporti di Tripoli e Misurata sono stati messi in sicurezza con operazioni guidate dai turchi, nelle ultime settimane Tripoli è passata al contrattacco. Il 25 marzo il Governo di accordo nazionale guidato da al-Sarraj ha lanciato l’Operazione Tempesta di pace, una controffensiva pianificata e coordinata da Ankara alla guida delle milizie del Gan e delle milizie siriane con l’obiettivo di mettere in sicurezza il territorio circostante Tripoli. In pochi giorni sono riusciti a conquistare delle posizioni strategiche sulla costa Est, liberando la fascia costiera da Tripoli al confine con la Tunisia. Haftar ha subito una rovinosa sconfitta a Sabrātā, in cui sono stati uccisi diversi ufficiali e i soldati sono stati costretti ad una fuga verso la base aerea di al-Watya.

Sul conflitto libico si ha una sola certezza: entrambe le parti dipendono dagli aiuti provenienti dall’estero. Nel caso della Siria, in Libia approdano sia milizie jihadiste che hanno combattuto tra le fila dello Stato Islamico e Al Qaida dalla parte di al-Sarraj, sia mercenari fedeli ad Assad, che combattano per Haftar. Il conflitto libico ha riavvicinato gli Emirati Arabi Uniti ad Assad (i primi nella guerra siriana avevano sostenuto i ribelli anti Assad), questo come conseguenza di un impegno comune per il contenimento della Turchia nel Mediterraneo orientale e in Libia.

Nell’aprile di quest’anno è arrivata anche la diplomazia dell’Unione europea che ha dato inizio all’Operazione EunavforMed Irini, che ha come scopo "l’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi attraverso l’uso di mezzi aerei, satellitari e marittimi. In particolare, la missione sarà in grado di ispezionare le navi in alto mare, al largo delle coste libiche, sospettate di trasportare armi o materiale correlato da e verso la Libia conformemente alla risoluzione 2292/2016 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite". La missione controllerà anche le esportazioni illecite dalla Libia di greggio e prodotti petroliferi raffinati, si occuperà del potenziamento della Guardia costiera e della Marina militare libica.

Nonostante i buoni propositi dell’Ue, va segnalato che le navi della missione verranno ritirate se queste dovessero iniziare ad attrarre imbarcazioni cariche di immigrati, come nota Gianandrea Gaiani, questo significa che basterebbe da parte dei contendenti libici mandare in mare qualche barca che trasporta immigrati per avere di nuovo il via libera per il trasporto navale delle armi. A subire più danni da questa missione è Tripoli che riceve aiuti militari via mare dalla Turchia, ma se le navi europee dovessero incappare in una nave di Erdoğan che trasporta armi potranno forse ingaggiare una battaglia navale con la Turchia?1 E ancora, che ne sarà dei nostri interessi economici, Eni in primis, presente sul suolo libico dal 1959 se a prevalere sarà al-Sarraj guidato da un Erdoğan poco disponibile al dialogo?

In questo conflitto i militari italiani si sono trovati più volte in pericolo, nel gennaio di quest’anno 300 soldati italiani - impegnati in una missione umanitaria - si sono trovati a Misurata tra le truppe di Haftar e le forze turche; durante la sopracitata Operazione Tempesta di pace, nella base navale di Abu Seta, un colpo di mortaio è caduto a 250 metri dalla nave italiana Gorgona, costringendo la nave da trasporto a trasferirsi in una zona più sicura.

Con l’avanzata delle truppe di al-Sarraj sono stati liberati pericolosi criminali come Ahmad Dabbashi, esperto trafficante di essere umani e contrabbandiere di petrolio. Poco dopo la conquista di Sabrātā da parte delle forze turche e di al-Sarraj, è arrivato il 2 maggio a Lampedusa un barcone con 69 clandestini a bordo, salpato proprio da Sabrātā, partenze che non avvenivano quando la città era sotto il controllo di Haftar.

La presenza turca nel Corno d’Africa

Negli ultimi anni l’Italia è tornata a interessarsi delle sue ex colonie nel Corno d’Africa, seppur in ritardo e con un ruolo più marginale rispetto ad altri paesi europei e soprattutto rispetto alla Turchia. La Turkish Petroleum Corporation estrae petrolio in Somalia e ha stretto accordi anche con il vicino Kenya, in cui le aziende private e statali turche possono esplorare le opportunità energetiche. Ankara vuole spingersi oltre, punta ad un’influenza sulla rotta compresa tra gli Stretti turchi e Bāb al-Mandab (tra la Repubblica di Giubuti e lo Yemen), passando dal Mediterraneo all’Oceano indiano; come rivelano gli avamposti militari di Doha e Mogadiscio.

Proprio in Somalia si trova la più grande rappresentanza turca all’estero, con uno dei più grandi centri di addestramento militare fuori dai propri confini, quello che addestra le forze di sicurezza locali contro i terroristi di Al Shabaab. Tuttavia, gli stessi terroristi hanno "sorvegliato quasi tutti i carichi inviati da Erdoğan con aiuti sanitari per l’epidemia di coronavirus. Almeno quattro voli dal primo caso in Somalia a metà marzo."2 Strane contraddizioni turche in Somalia. Per questo motivo è lecito pensare a rapporti di intesa tra terroristi di Al Shabaab e servizi segreti turchi (MIT) nella liberazione di Silvia Romano. Da un’inchiesta giornalistica in Turchia sono emersi rapporti stretti tra i terroristi somali e l’intelligence turca, questione presto insabbiata dal genero di Erdoğan, membro della potente famiglia Albayrak che proprio in Somalia fa affari d’oro3. Nella liberazione della donna il governo italiano ha solo messo il capitale e Ankara non dimenticherà questo favore.

Oltre ad aver trattato con i terroristi somali, ricordiamo che il pagamento a un’organizzazione terroristica è esplicitamente vietato dall'articolo 2 della Convenzione di New York sottoscritta e ratificata dal nostro Paese4, l’immagine dell’Italia ne esce compromessa anche in Egitto, dal momento che abbiamo fatto affari con Il Cairo per 871 milioni di euro vendendo mezzi da guerra e condonando in poco tempo al regime di al-Sīsī la questione Giulio Regeni e anche il recente arresto del ricercatore dell’Università di Bologna Patrick George Zaki.

L’Italia nel conflitto greco-turco in Cipro

Restando nel Mediterraneo orientale, è a Cipro che l’Italia si sta mostrando più presente per difendere i propri interessi. Ankara ha inviato una nave da perforazione nel Nord-Est di Cipro per effettuare sondaggi per pozzi petroliferi, con l’intenzione di spingersi fino alla Zona Economia Esclusiva, nella suddetta zona le licenze operative sono nelle mani dell’Eni italiana e della Total francese. Erdoğan continua a rivendicare i diritti della Repubblica Turca del Nord di Cipro che è riconosciuta solo dalla stessa Turchia e il ministro dell’energia turco Faith Donmez ha sentenziato "Agli altri attori, che si trovano fuori della regione e che stanno mettendo in piedi delle forme di cooperazione con Cipro, diciamo di non illudersi perché non arriveranno a dei risultati. Che non partecipino a stratagemmi illegali nessuno fermerà la Turchia nel suo obiettivo che persegue in modo determinato". Il riferimento “agli altri attori” è palese, si tratta di Italia, Francia e Grecia.

La Francia deve difendere gli interessi della Total (ma è mossa anche dal fatto di non essere risuscita a ritagliarsi il ruolo che aspirava ad avere in Libia e in Siria) e oltre a vendere armi a Nicosia per 240 milioni di euro, ha anche dato inizio a esercitazioni militari con Cipro e Grecia, stessa cosa ha fatto l’Italia che nel 2019 ha venduto due navi a Cipro: la Posidonas 1 e la Nireas 1, e negli ultimi mesi del 2019 si è impegnata maggiormente nel mare cipriota mandando in cinque mesi quattro unità della nostra flotta5, svolgendo anch’essa delle esercitazioni nelle acque cipriote per mostrare la propria presenza alla Turchia. Questo è accaduto mentre 130 unità militari italiane erano ancora in Turchia per la missione NATO Active Fence per difendere Ankara da attacchi siriani.

Il ministro degli esteri Di Maio ha invocato il dialogo con la Turchia che da quanto emerge dalle parole del ministro Donmez non ne vuole sapere, nonostante la mano tesa, bene ha fatto l’Italia a seguire la Francia nell’alzare la voce mandando segnali forti ad Ankara, mentre l’Ue finora si è limitata a proclamare minacce nei confronti di Erdoğan.

Quale futuro per l’Italia?

Il Mediterraneo è più vivo che mai, sono diversi i soggetti che aspirano a estendere la propria influenza nel naturale crocevia tra Europa, Africa e Asia6; per questo motivo negli ultimi anni c’è stata, e continua ad esserci, una corsa al riarmo navale; i soggetti principali di questo riarmo sono in ordine di importanza Turchia, Egitto e Algeria. Quest’ultima nel marzo 2018 con un decreto presidenziale ha esteso unilateralmente la propria ZEE (Zona Economica Esclusiva) di 400 km, arrivando a 12 km dalle coste a sud-ovest della Sardegna invadendo le nostre zone di pesca e di sfruttamento energetico. La diplomazia italiana si è dimostrata ancora una volta accomodante, rispondendo non con una richiesta immediata della restituzione di quella zona all’Italia, ma dichiarandosi disposta al dialogo con Algeri, scendendo a patti su come la nostra ZEE deve essere ridistribuita con gli algerini.

Questo atteggiamento del governo italiano forse non dovrebbe stupire, dal momento che il premier Conte nel maggio 2019 visitando la “Cittadella della pace” di Rondine (Arezzo), parlando ad alcuni studenti ha detto che il governo ha aderito alla campagna Leaders for Peace che ha come obiettivo la riduzione dei conflitti armati attraverso una generazione di leader pacifisti. Nell’incontro ha dichiarato che lo Stato italiano rinuncerà all’acquisto di cinque fucili per sostenere l’iniziativa "Può sembrare che siano pochi ma non è stato semplicissimo, c’erano poste di bilancio già fatte. L’amministrazione della Difesa ha lamentato che ci sarebbero state cinque persone senza fucile. Ho detto ‘va bene, andranno nelle retrovie a parlare di pace’." Affermazioni gravissime, perché mentre il governo italiano vorrebbe armare i nostri soldati con fiori e gessetti colorati, chi mina i nostri interessi nel Mediterraneo e in Africa si sta armando fino ai denti.

Se l’Italia continuerà ad essere vittima di una retorica pacifista autolesionista, e non sarà in grado di utilizzare le forze armate - non per estendere - ma quantomeno per difendere i propri interessi, l’Italia è destinata alla perenne irrilevanza.

L’eccezione cipriota ci fa ben sperare, ma bisogna impegnarsi di più. È un periodo di grandi cambiamenti e urge per l’Italia una strategia per la politica estera, in primis per la sua naturale zona d’influenza: il Mediterraneo. Siamo coscienti che anche la singola morte di un militare italiano avrebbe un enorme impatto sull’opinione pubblica non più abituata ai sacrifici che la geografia politica richiede per non scomparire dalla storia, ma se smettiamo di pensare in grande finiremo non solo per diventare una periferia, ma anche terra di conquista.

Dovremmo far nostro ciò che Leopardi ha scritto nei suoi Pensieri - "Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di esso, si divide in due parti: gli uni usano la prepotenza, e gli altri la soffrono."7

1 Svolta militare a Tripoli spiazza l’Italia, Gianandrea Gaiani (Limes 4/2020)
2 Al Shabaab, più soldi e meno gole tagliate. Cosa insegna il caso Aisha, Francesco De Remigis (Formiche.net, 12.05.2020).
3 “Diplomazia degli idrocarburi” e jihadisti dalla Libia al Corno d’Africa, l’influenza turca scalza quella italiana, Marco Cesario (Atlantico Quotidiano, 22.05.2020).
4 Convenzione che porta l’esplicito nome di “Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo”.
5 Nel Mediterraneo è corsa al riarmo navale, Alberto de Sanctis (Limes 4/2020)
6 In questa sede non ci siamo occupati della penetrazione cinese che merita una trattazione a parte.
7 Pensieri (XXVIII), Giacomo Leopardi (Biblioteca universale Rizzoli, 1988)

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