Chi votereste, ora?

(di Julian Carax)
08/02/21

Nel mare magnum della rete, negli ultimi giorni, è circolato un filmato interessante: tecnicamente ben realizzato, ottimamente interpretato e, a ben vedere, intriso di significati così pregnanti da germogliare con il tempo nella mente con i loro mille perché: insomma, un breve ma intenso connubio in cui semiologia e semantica traggono dall’oscurità miriadi di pensieri ed argomenti. In un’aula gremita di studenti, di giovani che si affacciano alla vita, un insegnante, dopo aver illustrato per ognuno le caratteristiche peculiari e salienti di tre possibili ma ignoti candidati, propone ad un’allieva, e poi a tutta la sua classe, un quesito: a chi dare il proprio voto?

La domanda appare retorica: i primi due candidati altro non sono che un coacervo di difetti che non possono che spingere alla scelta, si direbbe obbligata, del terzo. I primi due impresentabili sono F.D. Roosevelt e W. Churchill; il terzo, il candidato verso cui convogliare i suffragi, altri non è che Hitler. L’ovvia conclusione è che il “il mondo non è mai come lo immaginiamo”, e che forse in Cappuccetto Rosso anche il lupo potrebbe, a buon diritto, ritagliarsi uno spicchio di credibilità, tanto da apparire, non così cattivo.

Jessica Rabbit docet: la colpa non è sua ma di chi la disegna. Il difetto principe, emendabile in una classe di adolescenti, decisamente meno in contesti di più rilevante spessore, ad esempio in un esecutivo, è che la società attuale è fatta di un amalgama povera, con una scorza ammaliante e di facile presa, ma del tutto priva di profondità, di prospettiva. Del resto, pensare è faticoso, essere coerenti troppo vincolante.

Negli USA, nel 2013, il film American Hustle - L'apparenza inganna (fotogramma), ha narrato gli eventi reali dell’operazione Abscam, mirata a colpire la corruzione dilagante nel Congresso ed in altre organizzazioni governative; pellicola ottima, cast eccellente, candidature a molteplici premi di forte effetto, ma nessun riconoscimento concreto. Inevitabile pensare che gli argomenti trattati, così forti e, nella loro brutalità, squalificanti per un popolo ispirato, evidentemente solo verbalmente, da un destino manifesto e da un dovere messianico di insegnare agli altri la fava e la rava dall’alto di centinaia di svariati gradoni di un talvolta discutibile complesso di superiorità, abbiano colpito un fascio di nervi scoperti e dolenti.

Beninteso, non che i feedback abbiano prodotto effetti duraturi: l’invasione irakena, basata sull’incontrovertibile evidenza del possesso di armi proibite, che così evidente alla fine non era, ci dà un ulteriore saggio di come affidabilità e credibilità debbano essere necessariamente e perennemente messe alla prova.

Cicerone, retore pragmatico ed aduso agli esercizi politici più complessi, scriveva chiaramente: esse quam videri1; da rammentare politicamente, tuttavia, la corruzione del principio che ne fa Machiavelli ne il Principe, che capovolgendo la frase in videri quam esse2, inconsapevolmente ha spalancato i saloni del potere, nel corso dei secoli, ai più pericolosi imbonitori populisti.

Ma chi conferisce la credibilità? Gioacchino Rossini, nel suo Barbiere di Siviglia, ci dice che la calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile; oggi parleremmo più agevolmente di guerra cognitiva. Del resto, sembra davvero impossibile trovare, praticamente ovunque, una campagna elettorale scevra da reciproci lanci di guano.

Nel 1960, in occasione della campagna presidenziale, di Nixon, contrapposto a Kennedy, fu messa in dubbio la sua onestà ricorrendo ad un paragone provocatorio, che si sostanziò nello slogan comprereste un’auto da quest’uomo?; vanno rimarcati comunque due aspetti: il primo che si fonda sulla proattività di uno staff comunicativo efficace3, il secondo che la successiva riabilitazione quale potenziale concessionario automobilistico, per Nixon è miseramente naufragata sugli scogli dello scandalo Watergate.

Anche il buon Lewis Carroll ha affrontato il tema con la sua Alice ed il suo passaggio dal mondo reale a quello delle Meraviglie; chi non è precipitato almeno una volta nella tana del Bianconiglio? Chi non ha preso il tè con il Cappellaio Matto, senza rimanere ipnotizzato dallo Stregatto? Mentre tutto appare venato da una seducente nota di follia, il Cappellaio ad Alice dice: “Peccato che ti fermi alle apparenze… altrimenti ti avrei dato un passaggio”.

Solo un gioco da bambini? No, affatto. In Clausewitz con la dizione nebbia di guerra si cerca di cogliere l'incertezza riguardo alle proprie capacità, a quelle dell'avversario; tutto è mirato a diradare la nebbia, a conferire credibilità: la guerra, in ogni sua accezione, è il regno della più pericolosa incertezza, a meno che non si giochi, secondo il modello dell’Ammiraglio Tirpitz, con il suo Risiko Gedanken, ovvero una teoria del rischio, un'analisi da considerarsi parte della teoria dei giochi, secondo cui, se la flotta imperiale avesse raggiunto un certo livello di potenza nel confronto con quella inglese, Londra avrebbe cercato di evitare il confronto, in accordo con l’idea della fleet in being.

Altra imprevedibilità storica, eppure più che reale, si è consustanziata nell’esito delle guerre arabo – israeliane: a partire dal 1948, chi avrebbe scommesso sulla sopravvivenza del giovanissimo Stato di Ben Gurion? Nessuno. Sconfessando le evidenze ed il manicheismo dei più quotati strateghi da cognac, tavolo e dadi, il risultato invece è stato la nakba4 araba, ed il consolidamento di Gerusalemme, sia pur in un quadro che, nonostante il tempo trascorso appare ancora magmatico ed utilissimo nell’esercizio della valutazione di credibilità ed apparenze.

In cauda venenum: abbiamo lasciato di proposito in finale le valutazioni più strettamente politiche.

“La filosofia implica una mobilità libera del pensiero, è un atto creativo che dissolve le ideologie.5 Ci piace pensare che questo principio posa accompagnarsi al pensiero di Max Weber, così come espresso nel suo saggio La politica come professione, in cui vennero ribaditi i concetti essenziali delle sue ricerche sulla definizione dello Stato con la classificazione dei fondamenti di legittimità del potere.

Weber non si interessa ai contenuti dell'azione politica, ma solo alla questione generale di che cosa sia e di che cosa possa significare la politica come professione, dove "politica" si riferisce "soltanto alla direzione o all'influenza esercitata sulla direzione di un gruppo politico, vale a dire – oggi – di uno Stato". Il potere si fonda dunque su tre legittimità, in particolare su quella che passa attraverso l'autorità carismatica, purtroppo spesso legata a pura demagogia, quel particolare stigma che fa pronunciare, con fare corrucciato e fondato sul vuoto ripieno del nulla, che la situazione è grave ma non seria.

Si può vivere di politica, come si può vivere per la politica; si può vivere cioè traendone il principale e sempre più spesso unico reddito, oppure vivere la passione fluente delle convinzioni capaci di dare un senso alla vita stessa. C’è tuttavia, ora, anche nel nostro Paese, una mancanza drammatica di basi: di passione, di senso di responsabilità, di lungimiranza, con al contrario un eccesso di vanità, che porta ad aspirare al potere per il potere stesso, di insensatezza, in un’attuale ed irrisolvibile inconciliabilità tra politica ed etica della responsabilità.

È indubbio che, chi non ha la benché minima attitudine al raggiungimento di risultati pratici, è del tutto incapace di arrivare anche solo ad intravvedere la possibilità si servire una causa sensata.

Siamo sinceri: alzi la mano chi, in questi ultimi anni, ha trovato, al di là delle più becere e ridicole apparenze, la sostanzialità di passione come dedizione al dio o al demone che anima una causa oggettiva, responsabilità e lungimiranza quale percezione mirata e sensata delle conseguenze future delle proprie azioni secondo un’etica di ideali e di responsabilità non basata sulla vacuità di apparizioni pubbliche prive di qualsiasi dignità politica.

Come non concordare con Ernesto Galli della Loggia, quando afferma che “quanto sta accadendo in questi giorni mostra ancora una volta la pochezza, la mancanza di coraggio e di visione, l’indecisione, in una parola l’inconsistenza politica, dell’universo partitico italiano. È il risultato di un fenomeno oramai trentennale: della catastrofe culturale che ha colpito la classe politica del nostro Paese determinandone un pauroso abbassamento qualitativo… C’è l’esperienza e la formazione culturale dei singoli, c’è la biografia di coloro che nell’ultimo trentennio hanno ricoperto l’incarico di parlamentari o ministri della Repubblica. È in questa direzione che va indirizzato lo sguardo cominciando da un confronto con il passato”?

Laddove la protesta si esaurisce per mancanza di motivazioni valide e soprattutto per la cronica carenza di basi, si è fatalmente destinati al ritorno agli stabbi della Fattoria degli Animali, dove tutti sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, e dove l’intellighenzia suina rinnega gli ideali rivoluzionari per conformismi, agi e comodità umani, troppo umani.

Secondo Plutarco la sete di libertà, se soddisfatta da coppieri che mirano ad ubriacare il popolo, non può che portare alla tirannia, ed alla morte della politica per la politica. Rimane la speranza che, come nel film Le vite degli altri, ci siano sempre un Capitano Wiesler che si avveda delle storture, ed un drammaturgo Dryman che scriva la sua Sonata per uomini buoni.

Chi votereste, ora? Il Weber, il Wiesler, il Dryman, oppure un più accattivante imbonitore? Pensateci; non siete in classe, ne va della vostra vita in questa immensa Fattoria.

1 essere più che sembrare

2 sembrare più che essere

3 Ci fu una profonda differenza di valutazioni in occasione del confronto diretto Nixon – Kennedy: in via televisiva Kennedy ottenne un successo indiscutibile, mentre la trasmissione radiofonica assegnò i migliori risultati a Nixon

4 Catastrofe

5 Martin Heidegger

Foto: WhatsApp / web / presidenza del consiglio dei ministri