Bilancio della Difesa: un bancomat povero ma buono per shopping "fuori tutto"

06/03/19

Dalla memoria di chi scrive affiora il lontano ricordo dell’acquisizione da parte dell'esercito dell’AR/76, il fuoristrada che sostituì la leggendaria “campagnola” AR/59. Era noto che l’AR/76, realizzata dalla Fiat su commissione dell’esercito dell’ex-Jugoslavia, fu “rifiutata” dal committente, ragion per cui la casa torinese, costretta a cercare un nuovo acquirente, lanciò una formula-ricatto: “o la compra l’esercito italiano o un buon numero di operai finirà in cassa integrazione”... e l'esercito italiano comprò. Senza entrare nel dettaglio delle pecche del mezzo in questione, sempre chi scrive ebbe modo di farne personale esperienza quando lo scoppio di una ruota provocò il ribaltamento di un'AR/76 configurata nella versione per posto comando di brigata; finirono a ruote all'aria e testa in giù il maresciallo Piga radiofonista, il caporale Tedde conduttore e il generale Manca comandante della Sassari. Il peso delle radio per il posto comando e dei tre passeggeri era eccessivo per l'AR/76, che si rivelò non idonea anche per subentrare all'AR/59 nel trasporto e impiego del cannone da 106 senza rinculo.

Fu così che la Fiat non fece ricorso alla cassa integrazione, così come altrettanto non fu costretta a fare l'Olivetti, dopo che nelle caserme giunse una partita di pc che si diceva intasassero i magazzini dell'azienda di Ivrea. I pc Olivetti, approvvigionati dopo la nomina a Capo di Stato Maggiore del torinese Luigi Poli (donde la formula “'operazione Polivetti” coniata dalla naia), furono accolti senza entusiasmo dai contabili dei reparti che aspiravano a qualcosa di più performante. Con altrettanta freddezza l'esercito accolse sia l'Arna, una anonima Alfa Romeo che negli anni '80 non entusiasmò i mercati, sia l'ACP 80 dell'Iveco, un camion “esagerato” che, nonostante vantasse una notevole portata, avendo un cassone non ribaltabile fu “sprecato” principalmente per il trasporto di personale (18 uomini).

Questa la premessa per introdurre l'ultimo grido della moda in fatto di “bilancio della difesa: un bancomat povero ma buono per gli shopping fuori tutto”. Infatti è notizia di questi giorni che per correre in soccorso della Piaggio-Aerospace in difficoltà, all'aeronautica è stato imposto di destinare una parte del suo magro bilancio all'acquisto di alcuni P.1HH (foto), aerei a guida remota con caratteristiche non rispondenti alle esigenze dell'aeronautica. È noto tuttavia che tali velivoli sono impiegabili per esigenze di protezione civile nel noto quadro di forze armate tuttofare, meglio conosciuto con la sigla dual-use.

Giova ricordare che per il corrente esercizio finanziario il bilancio della nostra difesa, che in termini sia assoluti che percentuali è pari a meno del 50% dei bilanci della Francia e del Regno Unito, ha già subito un taglio di 500 milioni di euro; da parte sua l'aeronautica ha dovuto rinviare ad un prossimo indefinito futuro l'acquisizione degli aerei a guida remota rispondenti alle sue esigenze operative.

Alla luce del citato principio dual-use applicato ormai con criterio di routine e non emergenziale (vedansi l'operazione strade sicure e l'impegno di fondi per esigenze non prettamente militari), c'è da chiedersi se classe politica e vertici istituzionali siano consapevoli che un giovane che sceglie di intraprendere la carriera militare non aspira a essere un operatore della protezione civile né a sostituirsi alle ditte specializzate per asfaltare le strade della Capitale e tanto meno a subentrare ai vigili urbani nel controllo dei campi rom.

Per meglio intendere un simile angolo visuale può essere d'aiuto la lettura meditata di un brano del Bhagavad Gita, il poema sacro indù, nel quale il principe Arjuna così parla dei suoi guerrieri: “Costoro, nel giorno in cui le colonne del cielo cadevano, nel giorno in cui franavano le fondamenta della terra, seguirono la loro vocazione di mercenari e percepirono la paga e morirono”.

È inevitabile che un rattoppa-buche o un vigilante di campi rom sia spiritualmente distolto da prospettive e impegni di ben altro spessore.

È grave che classe politica e opinione pubblica fingano di ignorare il gran numero di focolai di guerra che infestano il pianeta e rischiano di sfuggire di mano ai vari antagonisti; un disinteresse che ha fatto dire a un ministro tedesco “se l'Europa non si interessa alla guerra sarà la guerra a interessarsi all'Europa”. Una considerazione fondata su elementi concreti quali il subbuglio permanente del vicino continente africano, i conflitti nel medio-oriente, i contrasti tra India e Pakistan, i rapporti tra le due Coree, la recente frattura Usa-Russia in fatto di accordi nucleari, i fermenti ucraini e catalani, le pressioni islamiche in gran parte dei paesi europei, le tensioni tra i vari paesi sud-americani e soprattutto il teatro Mediterraneo, reso instabile da fenomeni migratori gestiti dalla malavita internazionale in combutta col terrorismo islamico.

Un teatro aeronavale, quello del Mare Nostrum, nel quale l'Italia continua a svolgere un ruolo del tutto marginale. Significativo l'episodio che lo scorso anno coinvolse la nave dell'Eni Saipem 12000 impegnata in prospezioni petrolifere in acque cipriote: bloccata da unità della marina militare turca la nave italiana fu costretta a fare dietro front e tornare a casa con il timone tra le gambe, facendo fare all'Italia una figura che il buon Emilio Fede avrebbe catalogato in modo tanto colorito quanto efficace. Il tutto in barba al diritto internazionale ma solo perché quell'area di ricerca interessava la Turchia, che motivò la sua prevaricazione in forza del noto principio del marchese Del Grillo reso celebre da Alberto Sordi: “perchè io sono io e tu non conti un...”. L'atteggiamento dimesso dell'Italia, che nell'occasione non formulò neanche una protesta formale, è quello di un paese dotato di forze armate non credibili; in pratica quello di un paese vegetariano in un mondo di carnivori. E chi si illude che gli interessi dell'Italia possano essere difesi da altri (Nato, Onu ecc) consideri semplicemente se è verosimile che un padre inglese, francese o tedesco possa accettare che il proprio figlio metta a repentaglio la vita per difendere gli interessi italiani.

Concludendo: se si arriva a esprimere soddisfazione perché “quando le eccessive piogge causavano troppe buche nelle strade di Roma, i genieri dell'esercito italiano seguirono la loro vocazione di bitumatori e rattopparono le vie della Capitale”, significa privilegiare una politica che rinvia sine die l'impegno a dare all'Italia Forze Armate credibili, addestrate e dotate di linee mezzi e sistemi d'arma validi ed efficienti. Un atteggiamento rinunciatario, questo, che soddisfa alcuni partiti ma che penalizza il prestigio e gli interessi dell'Italia e che ancor più li penalizzerà se qualche accidente farà cadere le colonne del cielo, come succede da millenni, e franare le le fondamenta della terra.

Ciò detto, è inevitabile che sentir parlare di soddisfazione e felicità per l'impiego duale dell'esercito in lavori di manutenzione stradale e controllo borseggiatori richiami alla mente la celebre battuta del principe Antonio De Curtis, in arte Totò: “Ma mi faccia il piacere!”

Generale Nicolò Manca

Foto: ministero della Difesa / PIAGGIO AERO INDUSTRIES / fotogramma ANSA / YouTube

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