Storie di parà e della loro Somalia

22/05/15

E' il 1992 quando alla Caserma Bandini di Siena fremono i preparativi, una nuova missione attende i parà della Folgore: Somalia. Il giovane paracadutista Stefano è parte integrante di questo ingranaggio e parte per Mogadiscio.

E' il 2013 e la storia si ripete. Stessa caserma, stessa compagnia e stesso reparto ma generazioni diverse.

Il capitano Valerio si prepara a partire. Come Stefano vent'anni prima, anche lui parte per Mogadiscio.

Stefano e Valerio non si conoscono ma entrambi hanno deciso di raccontarmi un po' della loro Somalia.

Mentre Valerio partiva Stefano mi incontrava per la prima volta. Oggi il capitano accetta di parlarmi della sua esperienza e di quella dei suoi uomini. Capitano, quando ha avuto inizio la vostra missione in Somalia e qual era il contesto operativo?

La missione è iniziata nel maggio 2013, ma io sono partito qualche settimana prima per ragioni di servizio. Siamo stati i primi, dopo 20 anni, a rimettere piede in Somalia. Per un parà è una questione importante.

Il nostro compito era quello di garantire un cappello di sicurezza in cui il personale europeo impiegato nella missione EUTM potesse operare.

Nel 2013 la missione europea di addestramento delle forze di sicurezza somale si trovava in Uganda e non in Somalia. Tuttavia si ritenne che i tempi fossero maturi per portare tali attività addestrative nel paese per cui erano destinate.

La sicurezza divenne prioritaria. Erano da controllare e riallestire le infrastrutture, i percorsi da utilizzare per spostarsi e ovviamente era essenziale garantire l'incolumità delle autorità politiche che affiancavano il fragile governo somalo.

Il compito non era dei più facili: i concetti base di infrastruttura in Somalia sono molto diversi da qui e la città cambia a vista d'occhio. Mogadiscio è un'entità in continuo mutamento e garantire la sicurezza di qualcosa che cambia continuamente non è mai facile.

Bisognava avere mille occhi e mille attenzioni, dovevamo valutare e rivalutare molte cose e proprio per questo l'aiuto che ci venne fornito dalla popolazione e dall'Esercito somalo fu inestimabile e assolutamente ben gradito.

Stefano lascia una città annientata e Valerio trova una città in rinascita.

Rifletto e penso che alla fine la prima missione in Somalia ha permesso a Valerio e ai suoi uomini di lavorare meglio. L'IBIS del 1992 ha lasciato un rapporto con la popolazione che oggi garantisce all'Italia una dialogo privilegiato con le istituzioni militari e politiche del paese. Non è stato tempo sprecato.

Collaborare con la popolazione, assecondare le loro esigenze e comprendere le loro difficoltà; è così che lavora il nostro Esercito.

Chiedo al Capitano come sia oggi il rapporto tra la popolazione somala e i nostri militari.

Con la popolazione non abbiamo avuto molto contatto ad essere sinceri. Abbiamo preso qualche confidenza con i negozianti presenti all'aeroporto internazionale di Mogadiscio che appena capivano che eravamo italiani non smettevano di raccontarci dei loro familiari sparsi per la nostra penisola. Quasi tutti avevano almeno uno zio o un cugino - spesso con legami di parentela lontanissimi - che parlava italiano o viveva in Italia oppure che aveva studiato a Siena o a Milano.

Questo parente lontanissimo sembrava quasi essere una giustificazione per sentirsi italiani a loro volta, una sorta di cittadinanza per sentito dire. Il legame con noi e il nostro paese è fortissimo e si sente molto, veniamo considerati come i cugini che di quando in quando vanno a trovarli.

A me e ai miei uomini questo faceva sorridere, ci piaceva il rapporto che si stava instaurando e alla fine ci piaceva persino sentire le storie che avevano da raccontarci. Un po' ci faceva sentire a casa.Il capitano sorride e nei suoi occhi scorgo un po' della nostalgia che ho visto negli occhi di Stefano mentre mi raccontava dell'IBIS di due decenni prima. Per i somali saremo sempre prima italiani e poi soldati.

La popolazione abbiamo capito sentirsi molto legata all'Italia, ma voi lavoravate con l'Esercito. Può dirci che rapporto avevate con i vostri colleghi somali?

I nostri rapporti di lavoro erano legati sopratutto agli ufficiali. Moltissimi di quelli che ho incontrato avevano studiato in Italia, all'Accademia Militare di Modena.

Qualcuno ci chiamava goliardicamente "cappellone" che è il termine con cui si indica l'allievo ufficiale più giovane. Questo passato congiunto tra me - che sono ufficiale e dunque in Accademia ho iniziato il mio percorso - e loro è un nodo indissolubile e un punto di partenza da cui costruire la collaborazione lavorativa.

E' un legame che in qualche modo crea un ponte tra due mondi diversi in cui fare lo stesso lavoro. L'orgoglio di aver frequentato un luogo tanto prestigioso è evidente, nessun perde occasione di ribadire i suoi studi e tutti raccontano continuamente aneddoti sulla loro esperienza in Italia.

Sia Stefano che Valerio sottolineano l'importanza del passato italiano in Somalia.

L'Italia ha un posto di rilievo nella vita del paese, siamo stati richiamati dal presidente in persona che ha fatto appello all'intera comunità internazionale affinché italiani e paracadutisti tornassero.

Pensavo che dopo gli eventi del check-point Pasta qualcosa tra le due parti si fosse incrinato o che quanto meno fosse rimasto del risentimento, invece no.

Il capitano me lo conferma e mi dice che gli italiani godono di un regime speciale in Somalia è come se vivessero sotto una luce particolare. E non solo agli occhi dei somali.

Ci considerano una famiglia e come per ogni membro di una famiglia le porte di casa loro sono sempre spalancate per chi arriva con lo scudo italiano sulla mimetica.

E' qualcosa di inaspettato e al contempo meraviglioso.

Italia e Somalia sembrano sorprendersi a vicenda.

Alcuni dei miei uomini - continua Valerio - non parlano bene inglese e spesso le comunicazioni con gli altri contingenti e con la popolazione locale erano difficoltosi.

Con i somali - militari o civili - la comunicazione avveniva in italiano, qualche parola stentata e qualche errore di grammatica ma l'italiano si parlava tranquillamente e molto volentieri.

Io e molti colleghi abbiamo legato anche con molti altri contingenti presente nel paese. Gli italiani sono graditissimi e nascono amicizie che si portano avanti da anni. Alcuni colleghi militari che si trovano in Gibuti (Africa orientale) continuano a rimanere in contatto con me e i miei uomini nonostante la distanza, bellissimo!

Italiani sempre prima uomini oltre la divisa.

I suoi colleghi vent'anni fa hanno lasciato una 'Somalia anno zero'. In che condizioni è oggi la capitale Mogadiscio?

La Somalia oggi sta rinascendo, letteralmente. E' incredibile pensare che fino a qualche anno fa non esisteva quasi nulla, la Somalia era un cumulo di macerie fumanti. Oggi Mogadiscio rinasce di una vita nuova, con le sue contraddizioni architettoniche.

La città è una mescolanza di case nuove, baracche in lamiera e macerie vecchie di diversi decenni. Le strade riasfaltate o ricostruite, chiese (le chiese rimangono distrutte), hotel e scuole. Spesso da una settimana all'altra quando si ripassava dagli incroci stradali non riconoscevamo i luoghi. Dove oggi trovi solo una piccola casa tra sette giorni rischi di trovare un palazzo.

Questa ondata di edilizia la si deve sopratutto ad investimenti stranieri per la ricostruzione. La guida dei paesi europei e sopratutto africani è essenziale per portare la Somalia fuori da un turbine di massacri e distruzione.

La vita a Mogadiscio è nuova e come ogni cosa nuova ha un fascino particolare.

Il paracadutista Stefano e il capitano Valerio mi hanno concesso di raccontare un po' della loro Somalia vissuta da militari italiani con il basco amaranto.

Entrambi si portano dentro quel mal d'Africa che la Somalia imprime dentro ogni paracadutista che si sporca gli stivaletti con la sua polvere.

Quel mal d'Africa che nascosto dietro un sorriso impaziente li tradisce appena chiedo loro: "Tornerebbe in Somalia?" e che con voce ferma li obbligherà a rispondere sempre "Quando si parte?".

Denise Serangelo

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(nella foto a dx un momento della commemorazione nel 2013, a vent'anni di distanza, dei caduti del check point Pasta)