Libia: scontri a Tripoli. L'Italia resta ancora a guardare?

(di Gino Lanzara)
17/05/22

La Libia continua ad essere scossa da un’instabilità incontrollabile, ammesso che anche i tentativi delle UN siano riusciti a dare, negli ultimi due anni, una parvenza di linearità e ordine ad una situazione esplosiva.

Questa mattina Tripoli è stata investita dalle fiamme degli scontri scoppiati al momento dell’entrata in città dell’uomo del russo Khalifa Haftar, Fathi Bashagha, il premier rivale di Abdulhamid Dbeibah; Bashagha, miliziano ed esponente delle formazioni paramilitari della Sparta di Libia, Misurata, l’uomo che attendeva questo incarico fin dalla conferenza di Berlino del gennaio 2020.

I due non sono solo espressione di una latente guerra civile che, per quanto regionale, destabilizza gran parte del bacino mediterraneo, ma anche i simboli del fallimento multilateralista delle politiche onusiane sostenute dalla delegata Stephanie Williams, e della inesauribile volitività del parlamento di Tobruk e delle potenze interessate a mantenere la Libia nel limbo in cui è precipitata dal 2011 a seguito dell’intervento occidentale; non a caso l’agenzia di stampa Anadolu è stata tra le prime a dare notizia degli incidenti.

Dopo l’impossibilità di procedere alla prevista tornata elettorale decembrina, Tripoli si è risvegliata alle 7 del mattino (05.00 GMT) con i pesanti scontri a fuoco tra le due fazioni che si contendono il potere. La violenza è divampata all’annuncio dell’arrivo di Bashagha, accompagnato da alcuni dei ministri del suo gabinetto a Tripoli e costretto a ritirarsi; Dbeibah, insediato dal 2020, non ha dato adito ad alcuna reazione immediata; sostenuto dalle Nazioni Unite, latrici di un travagliato e difficile processo di pace, Dbeibah, che pure ha fallito nel mandato che gli era stato conferito per traghettare il paese verso una transizione democratica stigmatizzata da regolari elezioni, ha più volte rifiutato le dimissioni.

Non c’è dubbio che i combattimenti hanno ridato fondato vigore ai timori di un ritorno al caos. Già da marzo gruppi armati a sostegno di Bashagha si erano schierati ai margini di Tripoli, lasciando presagire lo scoppio degli scontri poi deflagrati stamani.

Difficile non scorgere la mano di Haftar, uomo forte dell’esercito dell’est, che mantiene il controllo di diverse ed importanti installazioni petrolifere.

La contemporaneità di due governi riporta al periodo delle amministrazioni rivali che, in una Libia dilaniata dalla guerra civile, si sono combattute tra il 2014 ed il 2021. La produzione petrolifera, principale fonte di reddito libica, è stata così nuovamente colpita azioni politiche che hanno condotto a molte chiusure forzate dei terminal da parte di gruppi inseriti tra le forze orientali1 che spingono per il trasferimento del potere a Bashagha, leader di un governo di "stabilità nazionale".

È evidente come la maldestra gestione del periodo pre elettorale, l’impossibilità di garantire nei termini previsti il ricorso alle urne, nonché la permanenza al potere di Dbeibah che ha vincolato il suo incarico all’elezione di un governo espressione di una regolare tornata elettorale, abbia dato respiro al parlamento di Tobruk per decretare la decadenza dell’esecutivo tripolino.

L’impossibilità dell’insediamento a Tripoli, potrebbe preludere, da parte di Bashagha, ad una guida del suo esecutivo direttamente dalla città di Sirte, in aperta competizione con Dbeibah; inutile dire che questo costituirebbe un preludio a scontri di più elevata intensità in cui le teorie politiche fondate su responsabilità transatlantiche da condividere colliderebbero con la realtà di una nuova guerra civile e con politiche egemoniche forti che, al momento, non vedono, alcun tipo di concreta contrapposizione ma solo possibili ipotesi di condivisione di intenti.

Haftar rimane di fatto una pedina russa che opera ancora adesso specialmente dopo che il Governo di Unità Nazionale di Dbeibah, ancora formalmente in carica, ha votato per l’espulsione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, quale risposta al riconoscimento russo del governo di Fathi Bashagha, avvenuto in febbraio.

Che la Libia sia mediterraneamente determinante è fuori di dubbio, che sia difficile seguire una linea politica che impone l’assunzione diretta di responsabilità di ordine regionale lo è altrettanto, visto che attenzione e voglia di impegnarsi di Washington negli ultimi anni sono cambiate, anche in virtù del fatto che i dossier libici e maghrebini non sono all’attenzione di Foggy Bottom, ancora scottata dall’omicidio dell’ambasciatore Chris Stevens nel 2012.

Sta agli europei ricomporre i cocci libici, sta all’Italia governare una situazione intricata politicamente, e pericolosa in quanto ad intensità che richiederebbero più decisi interventi sul campo.

1 Zona della mezzaluna della Sirte in mano ai libici di Haftar e ai russi della compagnia Wagner

Foto: Cremlino