La guerra di Mosca anche alla pastasciutta

(di David Rossi)
26/02/22

Ricordate la copertina, uscita esattamente 45 anni, di Der Spiegel con una pistola appoggiata in un piatto di spaghetti? Ebbene, questa volta è stato adagiato un kalashnikov sulla nostra amata pastasciutta. Ma anche su pizza, michette e focacce, tutte tipicità del nostro Paese che possono essere fatte solo col grano, spesso quello così detto duro, e altri cereali, principalmente di produzione nazionale.

È di pochi giorni fa l’annuncio che Mosca ha vietato, fino al primo aprile, l’esportazione nel resto del mondo del fosfato di ammonio e degli altri fertilizzanti azotati prodotti dal metano dei quali la Russia è fra i quattro maggiori produttori globali e principale fornitore dell’Europa. Nel corso del 2021 gli agricoltori italiani - come tutti quelli europei - hanno visto aumentare il costo del loro gas naturale del 549% e il costo dei fertilizzanti azotati del 263%. Non sorprende nessuno che la gran parte dei produttori di grano e cereali abbiano rinunciato all'uso di fertilizzanti, col rischio concreto di un calo fra il 5 e il 10 per cento della produzione alimentare. Da qualche parte dovremo trovare i grani duri e gli altri cereali per fare la pasta, la pizza e il pane. Ci rivolgeremo al Cremlino per ottenerne, sia pure di qualità inferiore e a prezzi monstre? Per ora, no: per calmierare i prezzi all’interno, la Russia ha imposto delle quote alle esportazioni di grano per diversi mesi.

Per capire l’effetto bomba delle scelte di Putin sulla nostra economia e sul nostro pranzo, considerate che l’Italia compra all’estero 64% del proprio fabbisogno di grano per i forni: nel 2021 abbiamo importato la bellezza di centoventi milioni di chili di grano dall’Ucraina e quasi cento dalla Federazione russa. Pensate quale sarebbe l’impatto per il nostro settore alimentare se entrambi venissero a mancare: basti dire che è di oggi la dichiarazione che senza i rifornimenti dall’ex URSS, la Divella ha scorte di farina per appena un mese. Sì, avete letto bene: un solo mese e, poi, basta.

A ben vedere, se l’Ucraina dovesse tornare nelle mani di Mosca, il nostro piatto potrebbe svuotarsi ancora di più e la nostra pastasciutta davvero finire sotto il controllo del Cremlino: Kiev è di gran lunga il principale produttore agricolo (e soprattutto cerealicolo) dell'emisfero boreale e il nostro principale fornitore di “con il potenziale per moltiplicare la sua produzione diverse volte", come ha dichiarato a Politico Bate Toms, presidente della Camera di commercio britannica in Ucraina.

In conclusione, la Russia è “assolutamente all'inizio della catena alimentare… (l’Europa) fa affidamento sul gas e sui fertilizzanti russi per riscaldare le sue case e nutrire la sua gente. E 'così semplice."1 Se ciò è vero, allora, come scritto da Federico Fubini sul Corriere della Sera, aumenti dei prezzi indipendenti da logiche di mercato, blocco all’export di fertilizzanti e tagli all’export di gas e grano, “hanno rafforzato il potere di ricatto di Putin nel perseguire la sua sottile strategia di destabilizzazione economica dell’Europa”.

Insomma, l’obiettivo russo sembra quello di diffondere il malcontento attraverso l’aumento del costo della vita (pane, pasta, energia, riscaldamento ecc.) per facilitare l’ascesa di forze politiche “amiche”.