Crisi da coronavirus: è giunta l'ora dei miniBot?

(di David Rossi)
14/04/20

Di solito scrivo i miei articoli per Difesa Online indicando con cura tutte le fonti per “appoggiarli” su fondamenta solide e verificabili. Stavolta, scrivo citando me stesso: non possiamo accettare il rischio di strumenti finanziari nuovi e di cui non sappiamo la sostenibilità; secondo, non riusciremo a uscirne in tempi brevi, quindi la parola “rapidamente” non si applica a questa situazione. C’è poi la non trascurabile questione che chi paga decide e che quindi se l’UE paga direttamente il conto avrebbe la facoltà di decidere come investire per l’emergenza e la “ricostruzione”1.

Per ovviare al rischio intollerabile di appoggiarsi al credito europeo sotto forma di Eurobond o Coronabond, avevo quindi suggerito che il nostro Governo potrebbe così realizzare delle massicce emissioni di titoli a scadenza trentennale o addirittura dei century bond, con cui coprire il costo della “ricostruzione”.

Detta emissione di century bond, con valore nominale fisso e valore effettivo legato a un paniere di titoli e indici europei e internazionali, potrebbe essere aperta anche a tutti, in Italia e all’estero, sotto forma di titoli di importo pari a duecento euro cadauno, rimborsabili al portatore nell’anno 2120, tracciabili con i moderni strumenti elettronici a mezzo di un chip e trasferibili tra privati o tra privati e la pubblica amministrazione in modo illimitato, a parte appunto la formalità antiriciclaggio del tracking.

L’operazione potrebbe essere obbligatoriamente sottoscritta da tutti i cittadini con redditi medio-alti e alti, a mezzo di un contributo di solidarietà proporzionale al reddito volto all’acquisto di alcuni century bond. Dato che i contribuenti con redditi lordi sopra i centomila euro pur essendo all’incirca il 4% del totale pagano un terzo del gettito IRPEF2, permetterebbero di raccogliere una somma importante, prima ancora di accedere al mercato o rivolgersi alla BCE per un auspicatissimo quantitative easing nel mercato primario. Soprattutto, detta operazione non avrebbe effetti deflattivi o recessivi, in quanto il titolo sarebbe, come detto, trasferibile, quasi come denaro liquido. In teoria, un governante coraggioso potrebbe spingersi fino a convertire obbligatoriamente in un singolo titolo un importo di duecento euro ogni diecimila euro depositati sul conto corrente. Ricordiamo che gli italiani hanno oltre 1.500 miliardi sui conti correnti.

Onde evitare l’accusa di aver emesso una nuova valuta, non compatibile con l’euro circolante, e per ovviare al problema del pagamento delle imposte a mezzo di debito statale, lo Stato potrebbe costituire un fondo sovrano, non di diritto italiano, con finalità gestionali, e garantito con il diritto di gestione di una parte del patrimonio demaniale, patrimonio che fra le altre cose dovrebbe incaricarsi di valorizzare e rendere produttivo. In pratica, lo Stato perderebbe la gestione ma non il possesso di asset privi di redditività, concedendoli a un ente il cui compito è appunto il renderli degli asset finanziariamente attivi.

I soldi raccolti NON dovrebbero servire direttamente al sostentamento dei bisognosi o dei meno capienti, per la realizzazione di opere a fondo perduto o per progetti, per così dire, politici, per i quali lo Stato ha altri strumenti, fra cui il debito sovrano e il prelievo fiscale, ma allo sviluppo dell’industria, dei servizi e dell’agricoltura nel nostro Paese, soprattutto per favorire le PMI a medio e alto valore aggiunto. Insomma, niente soldi per carrozzoni decotti, per cattedrali nel deserto o per piccole aziende decotte ma controllate da “amici”, ma per progetti fondati sull’esperienza nella gestione, sull’innovazione e sull’avanzamento economico e tecnologico del Paese. Così, usciremmo dalla crisi più forti di prima.

Chiedo la luna?