Negli ultimi giorni, le strade di Los Angeles sono diventate teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze federali. La miccia è stata accesa da una nuova ondata di retate dell’ICE, l’Agenzia per l’immigrazione e le dogane, che ha portato all’arresto di centinaia di migranti irregolari. Ma a protestare non sono solo clandestini: nelle piazze si mescolano lavoratori, studenti, cittadini perfettamente integrati, alcuni con cartelli, altri solo con le mani alzate. E tra le immagini che circolano spiccano le bandiere messicane, non come provocazione ma come segno identitario, in un Paese dove la maggior parte degli immigrati è di origine ispanica.
Secondo i dati dell’IRS, oltre sei milioni di migranti irregolari versano regolarmente le tasse, contribuendo con più di venti miliardi di dollari ogni anno. Molti di loro lavorano in agricoltura, edilizia, sanità, logistica. Come in Italia, si tratta di mestieri che pochi vogliono fare, resi ancora più appetibili dall’assenza di controlli e dalla possibilità di risparmiare sul costo del lavoro. Sono invisibili, ma essenziali. Eppure vengono espulsi in nome della legge, generando un cortocircuito evidente tra legalità e realtà economico-sociale.
Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha bollato i manifestanti come “agitatori professionisti” e ha schierato inizialmente duemila uomini della Guardia Nazionale in base al Title 10, la legge federale che consente l’impiego dell’esercito in situazioni straordinarie. Ora, secondo Reuters, i militari dispiegati superano quota tremila, comprendendo anche unità dei Marines. Il presidente ha annunciato che chiunque copra il volto durante una manifestazione sarà arrestato. Tuttavia, le immagini trasmesse dal TG1 mostrano volti comuni, segnati dalla fatica e da un clima sempre più ostile.
Il governatore della California, Gavin Newsom, ha definito illegittimo l’intervento militare, richiamando il Posse Comitatus Act, che vieta espressamente l’uso delle forze armate come strumento di ordine pubblico interno. Ha così avviato un ricorso contro la decisione federale, aprendo un duro scontro istituzionale con la Casa Bianca. Intanto, si è ampliato anche il fronte delle proteste, con manifestazioni e arresti a San Francisco e San Diego. La risposta federale è diventata sempre più repressiva: diverse organizzazioni per i diritti civili, tra cui l’ACLU, denunciano l’arresto di videomaker indipendenti e il fermo di giornalisti, accusati di ostacolare le operazioni.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. L’ONU ha espresso forte preoccupazione per l’uso eccessivo della forza, mentre attivisti internazionali – tra cui Greta Thunberg, recentemente fermata a bordo della nave “Madleen” sequestrata al largo di Gaza – hanno denunciato la deriva autoritaria degli Stati Uniti, paragonandola a un “declino democratico dell’Occidente”.
La questione migratoria torna così al centro del dibattito politico ed economico, non solo americano. In Italia, secondo l’OCSE, il tasso di occupazione degli stranieri è leggermente superiore a quello degli italiani, ma la partecipazione generale al mercato del lavoro resta bassa a causa di ostacoli burocratici e forti differenze territoriali, soprattutto tra Nord e Sud. Negli Stati Uniti, e in particolare in California, la dinamica è diversa: l’inserimento è più diretto, anche in assenza di titoli riconosciuti, grazie a una maggiore domanda di manodopera in settori chiave.
In un simile contesto, la vera domanda non è più chi stiamo espellendo, ma cosa rischiamo di perdere: non solo in termini di forza lavoro, ma di equilibrio sociale, di legalità e di credibilità istituzionale. Quando la legge ignora la realtà, il sistema si incrina. E in un’America che si militarizza contro i suoi stessi cittadini, la legalità rischia di diventare solo un’arma tra le mani del potere.
Fotogramma: The White House
