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Opinione

Chi ha paura della Folgore? Paglia zittisce i salotti tv sui parà a Milano

Parà a Milano, Il ten. col. Paglia risponde a chi li chiama “abituati a sparare”

Claudio Verzola Claudio Verzola · · 6 min di lettura

Il Ten. Col. Paglia, consigliere del Ministro della Difesa, replica alle dichiarazioni televisive sui paracadutisti della Folgore. Ha ragione sul merito. Ma la domanda vera è un’altra: la Folgore, a Milano, ci doveva andare?

Ci sono frasi che, pronunciate in uno studio televisivo, durano il tempo di un passaggio in prima serata. Altre lasciano un segno, perché rivelano quanto poco di ciò che le Forze Armate sono e fanno sia compreso da chi ne parla. L’affermazione secondo cui il Governo vorrebbe risolvere il problema della sicurezza a Milano mandando “i paracadutisti della Folgore perché sono abituati a sparare e abituati a fare la guerra” appartiene alla seconda categoria. E la risposta è arrivata da chi, sulla differenza tra un soldato e un’arma, ha un titolo che nessun talk show può contestare.

Il Ten. Col. Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare e consigliere del Ministro della Difesa, parla in una nota di “dichiarazioni superficiali e prive di fondamento”, di “parole inaccettabili che dimostrano una totale e pericolosa ignoranza del ruolo e della preparazione delle nostre Forze Armate”. Il punto è professionale prima ancora che morale: tutti i soldati italiani sono addestrati all’uso delle armi, ma nessuno è “abituato a sparare” con leggerezza o come prima opzione. “C’è una differenza abissale e fondamentale: i nostri militari sanno quando, come e se sia necessario farlo, operando sempre nel pieno rispetto della legge, delle regole di ingaggio e della salvaguardia della vita umana”.

Non è retorica di circostanza. Il 2 luglio 1993, a Mogadiscio, al checkpoint Pasta, un sottotenente di ventitré anni dei paracadutisti rimase gravemente ferito mentre, già colpito, continuava a dirigere il fuoco dei suoi uomini per coprire il ripiegamento. Quella giornata gli costò l’uso delle gambe e gli valse la Medaglia d’Oro. Se c’è qualcuno in Italia che può spiegare cosa significhi “sapere quando, come e se”, è lui.

Il contesto: 500 parà a Milano fino a fine anno

La polemica nasce dalla decisione, dopo i disordini del 17 e 18 ottobre, di rafforzare il dispositivo di sicurezza milanese. L’invio di 500 paracadutisti è previsto dal decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre: i militari rafforzeranno Strade Sicure con vigilanza degli obiettivi sensibili e pattugliamenti, anche mobili, in coordinamento con le forze di polizia. Il grosso del contingente arriverà dal 186° Reggimento “Folgore” di Siena. L’impiego sarà gestito dal prefetto d’intesa con il questore, e i parà opereranno con sole funzioni di pubblica sicurezza, senza le prerogative di polizia giudiziaria: possono intervenire in situazioni di pericolo, ma non sostituirsi agli agenti in indagini e arresti.

Nessun mandato di guerra, dunque. Un mandato di presidio, con regole di ingaggio definite e una catena di comando che passa per l’autorità civile.

Che la scelta abbia generato discussione è legittimo. I Verdi milanesi hanno definito “sconcertanti” le parole di Salvini su Lince e droni, ricordando che Strade Sicure ha sempre svolto compiti di vigilanza e non di ordine pubblico. La CGIL ha posto l’accento sulla carenza di 350 poliziotti in città: cinquecento militari e cinquecento agenti non sono la stessa cosa. Lo stesso ministro Crosetto, secondo quanto riportato, avrebbe voluto per i reparti strumenti adeguati e la possibilità di usarli.

Sono obiezioni di merito, e nessuna ha bisogno di trasformare il paracadutista in una caricatura. È qui che Paglia coglie il punto: il problema non è la critica alla decisione, ma l’uso del militare come spauracchio “da temere o da usare per alimentare mediocri polemiche politiche”. La formazione del soldato italiano all’uso della forza è il contrario di un’abitudine: una disciplina della gradualità, fatta di regole di ingaggio e proporzionalità, in cui la risposta armata è l’ultima opzione e non un riflesso.

Paglia ha ragione, ma la Folgore a Milano non ci doveva andare

Su quanto scrive Gianfranco Paglia non ho una virgola da obiettare. Ho indossato il basco amaranto, e so cosa significhi la differenza tra un soldato addestrato e un uomo “abituato a sparare”. La sua risposta è giusta e necessaria.

Paglia difende i paracadutisti dalla caricatura; io credo che vadano difesi anche da un impiego che non è il loro. Mandare la Folgore a presidiare le stazioni di Milano è un errore di allocazione: un reparto che costa anni di selezione e addestramento per operare in contesti ad alta intensità viene impiegato per una vigilanza fissa che non richiede né il brevetto di lancio né le competenze maturate in difficili operazioni fuori area. È ciò che si sottrae alla prontezza di uno strumento che, nello scenario internazionale di oggi, non dovrebbe essere distratto da nulla.

Il problema a mio avviso, non è la Folgore. È Strade Sicure: nata nel 2008 come misura temporanea e diventata, proroga dopo proroga, una presenza strutturale che da diciotto anni distoglie migliaia di militari dall’addestramento e dai compiti istituzionali. Ogni soldato davanti a una stazione è un soldato che non si addestra e non è disponibile per le missioni per cui lo Stato lo ha formato.

La risposta ai disordini non può essere una divisa diversa ogni volta che quella giusta manca.

Deve essere il potenziamento stabile di chi la sicurezza urbana la fa per mestiere: Polizia di Stato, Carabinieri e, per la prossimità, le Polizie Locali, che in troppi comuni lavorano con organici ridotti. E, accanto a loro, un impiego strutturato della sicurezza privata e sussidiaria, che per la vigilanza di obiettivi sensibili, controllo accessi e grandi eventi dispone già di un quadro normativo, di personale formato e di costi incomparabilmente inferiori a quelli di un reparto militare. Liberare le forze di polizia dai compiti statici significa restituire alle strade agenti con funzioni di polizia giudiziaria, quelle che a Milano servono davvero e che un militare, per legge, non ha.

Lo dico con doverosa trasparenza: mi occupo di sicurezza sussidiaria anche in veste associativa, in qualità di vicepresidente dell’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria (AISS) . Ma la mia tesi nasce dall’esperienza di chi ha visto cosa la Folgore sa fare quando viene impiegata per ciò per cui esiste.

Paglia ha ragione: ai nostri soldati si devono rispetto e gratitudine. Il primo rispetto è non chiedere loro di fare il lavoro di qualcun altro.

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