Dall’Ucraina un cingolato elettrico senza equipaggio, progettato per evacuare i feriti sotto la minaccia dei droni e del fuoco sul campo. Una soluzione innovativa, il cui effettivo impiego operativo nella versione sanitaria resta tuttavia da confermare, e che non elimina il ruolo fondamentale del soccorritore militare.
La cosa certa è che la guerra in Ucraina sta modificando anche le modalità del soccorso sul campo di battaglia. La presenza costante di droni FPV, cioè a visione da remoto – First Person View -, rende particolarmente rischioso raggiungere un ferito e trasportarlo verso un posto di medicazione. Da questa esigenza nasce il Murakha CASEEVAK, sviluppato dall’azienda ucraina Robotic Complexes.
Si tratta di un veicolo cingolato a propulsione elettrica, comandato a distanza e dotato di una capsula blindata per il trasporto di un ferito ma senza personale sanitario a bordo. Un progetto che deriva dalla piattaforma robotizzata Murakha, già utilizzata dalle Forze armate ucraine per il supporto logistico. La variante sanitaria, presentata nel 2026, risulta invece ancora in fase di sviluppo e sperimentazione.
Un’ambulanza senza equipaggio?
Il Caseevak pesa complessivamente circa 1.031 kg, di cui 344 relativi alla capsula. Utilizza due motori elettrici da 8 kW, una batteria da 35 kWh e dispone di un’autonomia (dichiarata) fino a 80 chilometri. Non molto inferiore a quella di una Fiat 500 elettrica da 42 kWh. La potenza è però decisamente più contenuta, perché il cingolato non deve raggiungere velocità elevate, ma muoversi su terreni difficili trasportando un ferito.

La protezione è affidata ad acciaio balistico Armox 500T dello spessore di 3,5 mm. All’interno sono previsti ventilazione, riscaldamento, illuminazione e comunicazioni audio-video con l’operatore remoto. Sono allo studio ulteriori sistemi di protezione contro i droni e il monitoraggio dei parametri vitali. Tuttavia, parlare di ambulanza robotizzata sarebbe improprio, perché il caseevak è soprattutto un sistema di evacuazione protetta, non un mezzo capace di garantire autonomamente assistenza sanitaria durante il trasferimento.
Il problema è raggiungere il ferito
La questione più delicata riguarda proprio il recupero. Chi stabilizza il militare ferito e lo carica nella capsula? Non necessariamente un medico o un infermiere, perché sul campo il primo intervento può essere affidato anche a un commilitone adeguatamente addestrato alle manovre salvavita, oppure a personale con preparazione specifica, come i combat lifesaver e i soccorritori militari.
La formazione di riferimento è quella del Tactical Combat Casualty Care (TCCC), che insegna a intervenire sul trauma in ambiente ostile, dando priorità al controllo delle emorragie massive, alla gestione delle vie aeree e della respirazione, alla circolazione e alla prevenzione dell’ipotermia. Per interventi più complessi entrano in gioco le competenze del personale sanitario militare, compresi medici e infermieri del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, quando impiegati in attività sanitarie operative.

Occorre distinguere il primo trattamento salvavita dalla stabilizzazione clinica avanzata. Non ogni militare può eseguire qualsiasi manovra sanitaria e, soprattutto, nessun addestramento annulla il rischio di operare sotto il fuoco nemico. Il Caseevak, infatti, non risulta capace di recuperare autonomamente dal terreno un ferito incosciente. Qualcuno deve raggiungerlo, assisterlo e caricarlo. Una volta chiusa la capsula, il ferito viaggia da solo, senza assistenza sanitaria diretta, ma con la possibilità di essere osservato e contattato a distanza.
CASEVAC e MEDEVAC, una distinzione necessaria
In ambito militare, il CASEVAC indica generalmente l’evacuazione con mezzi non specificamente attrezzati per garantire assistenza sanitaria durante il tragitto. Il MEDEVAC prevede invece risorse dedicate e capacità sanitarie appropriate alla missione. Il Murakha Caseevak si colloca, allo stato attuale, più vicino al primo concetto, pur introducendo una protezione specifica per il paziente. La sua funzione consiste nel ridurre l’esposizione dei soccorritori durante il trasporto, ma non nell’eliminare la necessità di personale addestrato nella fase iniziale del recupero. La domanda decisiva, quindi, resta una. Se un militare è gravemente ferito, non può muoversi e la zona è ancora sotto minaccia, chi lo raggiunge e lo carica?

