Il 5 novembre 2009 il maggiore Nidal Malik Hasan, psichiatra dell’Esercito, aprì il fuoco a Fort Hood sui commilitoni in partenza per l’Afghanistan: tredici morti, trentadue feriti. Condannato a morte da una corte marziale nel 2013, ha atteso oltre un decennio a Fort Leavenworth. All’inizio di ottobre la Casa Bianca ha approvato l’esecuzione. Pochi giorni dopo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ospite di un’emittente conservatrice, ha annunciato che sarà un plotone di soldati a sparare, a Fort Hood, un giovedì alle 13: stesso luogo, stesso giorno, stessa ora della strage. Ha aggiunto che la gente potrà guardare. Il Pentagono ha confermato: diretta streaming, dettagli a seguire. Sulle ultime volontà del condannato, Hegseth ha risposto che non gli interessano.
Sarebbe la prima esecuzione militare dal 1961, la prima fucilazione dell’Esercito dal 1945, quando il disertore Eddie Slovik fu passato per le armi in Francia, e soprattutto la prima esecuzione pubblica sul suolo americano dal 1936, quando ventimila persone assistettero in Kentucky all’impiccagione di Rainey Bethea. Quella scena, con il suo clima da fiera, convinse l’America a chiudere il patibolo dentro le carceri. Oggi quelle mura cadono, e il pubblico non si conta a migliaia ma a milioni.
Il patibolo torna in piazza, ma la piazza è il mondo
Michel Foucault apre Sorvegliare e punire con il supplizio di Damiens, squartato a Parigi nel 1757 davanti alla folla, e racconta come in meno di un secolo l’Europa smise di punire il corpo in pubblico per punire l’anima in segreto. Non fu solo pietà: il potere aveva capito che la folla poteva commuoversi per il condannato e rivoltarsi contro il boia. Lo streaming di Fort Hood rovescia quella traiettoria con una differenza decisiva. La piazza di Damiens era un luogo chiuso, controllato dal sovrano. La piazza digitale non ha confini né padroni: il video sarà tagliato, rimontato, commentato in cento lingue. Lo Stato decide quando inizia la trasmissione, non quando finisce la sua circolazione.
Émile Durkheim spiega l’altra metà della scelta: la pena serve meno a dissuadere che a rinsaldare la coscienza collettiva ferita dal crimine. La coincidenza calcolata di luogo, giorno e ora è un rito di riparazione rivolto alla comunità militare e all’elettorato che ha fatto della durezza penale una bandiera. David Garland lo chiama populismo penale: la pena smette di essere giustizia e diventa comunicazione di emozioni. Elisabeth Semel, che dirige la Death Penalty Clinic di Berkeley, lo ha detto senza giri di parole: lo spettacolo è il messaggio. Norbert Elias, infine, ha descritto il processo di civilizzazione come il progressivo spostamento dietro le quinte di ciò che una società giudica ripugnante. Riportarlo sulla scena non è un dettaglio di regia. È il segnale più affidabile del processo inverso, che Elias chiamava decivilizzazione.
Che cosa dice il diritto
Il diritto internazionale non vieta la pena di morte, ma la confina a eccezione. L’articolo 6 del Patto sui diritti civili e politici, ratificato dagli Stati Uniti nel 1992, la ammette solo per i crimini più gravi; l’articolo 7 vieta i trattamenti inumani o degradanti. Il Comitato ONU per i diritti umani, nel commento generale n. 36, ha stabilito che le esecuzioni pubbliche sono incompatibili con la dignità umana: la pubblicità non aggiunge giustizia, aggiunge umiliazione. Washington ha apposto una riserva che lega l’articolo 7 all’VIII emendamento, e la partita si giocherà davanti alle corti americane. Hasan può presentare un ricorso di habeas corpus, ma in aula si è comportato come chi cerca la morte.
Il suo consenso, però, non risolve nulla. Nella costruzione giuridica del dopoguerra la dignità non è un bene di cui l’individuo possa disporre, né lo Stato per lui. È il principio del Protocollo 13 della CEDU, che abolisce la pena capitale in ogni circostanza, e dell’articolo 27 della nostra Costituzione. Due alleati della NATO condividono basi e comandi partendo da presupposti opposti sul valore della vita del colpevole. Finora la frattura è stata gestita con discrezione. Una fucilazione in mondovisione la rende impossibile da ignorare.
Gli USA come Iran, Cina, Arabia Saudita, Corea del Nord, Afghanistan, Somalia e Yemen
Il rapporto annuale di Amnesty International sul 2025, pubblicato a maggio, registra almeno 2.707 esecuzioni in 17 paesi, il 78 per cento in più rispetto al 2024 e il dato più alto dal 1981. Il conteggio esclude la Cina, che resta il primo boia del pianeta con migliaia di esecuzioni coperte dal segreto di Stato, e lascia fuori Vietnam e Corea del Nord, dove Amnesty ritiene che la pena capitale sia usata in modo esteso ma non documentabile. All’altro capo della classifica, 145 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica: chi la applica è una minoranza isolata, e chi la applica in pubblico una minoranza nella minoranza.
Le esecuzioni pubbliche documentate nel 2025 sono infatti 17, in due soli paesi. L’Iran ne ha eseguite 11, impiccagioni con la gru nelle piazze, su un totale di 2.159 esecuzioni, il numero più alto mai registrato a Teheran e in gran parte legato all’ondata repressiva seguita alla guerra dei dodici giorni con Israele. L’Afghanistan dei Taliban ne ha eseguite 6, negli stadi, secondo la logica del qisas: la famiglia della vittima assiste e in alcuni casi preme personalmente il grilletto, davanti a migliaia di spettatori convocati dalle autorità.
Attorno a questo nucleo ristretto esistono tradizioni più sfumate. L’Arabia Saudita, 356 esecuzioni nel 2025 e un uso massiccio della pena capitale per reati di droga, ha una lunga storia di decapitazioni in piazza e di esposizione dei corpi, oggi meno documentata ma mai formalmente abbandonata. La Corea del Nord fucila in pubblico, per lo più per reati di contrabbando o diffusione di contenuti sudcoreani, secondo le testimonianze dei fuoriusciti. La Cina ha ritirato il patibolo dalle piazze ma conserva i raduni pubblici di condanna, e Amnesty osserva che Pechino usa la pena capitale per comunicare che lo Stato non tollera minacce all’ordine. Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione, parla di una minoranza senza vergogna che usa la pena di morte come arma per incutere paura, schiacciare il dissenso e punire le comunità marginali.
Nessuno di questi regimi, va detto, ha mai organizzato una diretta ufficiale. Teheran espone, non trasmette; Kabul riempie uno stadio, non un server. Gli unici a diffondere video di esecuzioni sono stati i gruppi terroristici, dallo Stato Islamico in poi, proprio perché la circolazione globale delle immagini era il loro obiettivo. È questa la compagnia in cui Fort Hood colloca gli Stati Uniti: non quella delle democrazie che mantengono la pena di morte, come il Giappone, ma quella di chi fa della morte un messaggio. La differenza è di grado, non di natura.
Il martirio in alta definizione
C’è un aspetto che il dibattito americano trascura e che chi si occupa di sicurezza non può ignorare: Hasan non è un criminale comune, è un terrorista con una biografia ideologica precisa. Nei mesi precedenti la strage scambiò decine di email con Anwar al-Awlaki, l’ideologo americano-yemenita di al-Qaeda nella Penisola Arabica, poi ucciso da un drone nel 2011. Dopo l’attacco al-Awlaki lo celebrò pubblicamente come un eroe e un esempio per i musulmani in uniforme. Hasan, dal canto suo, rivendicò di aver sparato per impedire ai soldati di partire per l’Afghanistan e uccidere altri musulmani, rifiutò ogni difesa che potesse risparmiargli la pena capitale e nel 2014 scrisse ad Abu Bakr al-Baghdadi chiedendo di essere accolto come cittadino dello Stato Islamico. I suoi stessi difensori d’ufficio hanno dichiarato in aula di temere che stesse cercando la morte.
Questo cambia la natura dell’operazione. Un uomo che vuole morire, fucilato da soldati americani in uniforme, in diretta mondiale: per la propaganda jihadista non esiste materiale migliore, perché contiene già tutti gli elementi della narrazione del martirio. Il nemico in divisa, il credente che non chiede pietà, la morte accettata come premio. Per vent’anni le organizzazioni terroristiche hanno costruito la loro comunicazione su video di esecuzioni, dalle decapitazioni di al-Zarqawi in Iraq alle produzioni in alta definizione dello Stato Islamico. Ora riceverebbero, girate e distribuite dal Pentagono con mezzi e qualità che nessuna loro cellula potrebbe permettersi, le immagini di un “martire” ucciso dall’America. Basterà un montaggio, un versetto in sovrimpressione, un sottotitolo in arabo, urdu o francese.
Nel linguaggio della guerra cognitiva questo si chiama cedere l’iniziativa narrativa. Lo Stato crede di parlare al proprio pubblico interno, ai familiari delle vittime, all’elettorato che chiede durezza. Ma un messaggio, una volta emesso, appartiene a chiunque lo intercetti e lo reinterpreti, e il reclutamento jihadista vive proprio di immagini sottratte al nemico. La deterrenza su cui conta l’amministrazione funziona con il criminale razionale, che teme la pena; non funziona con chi considera la morte in battaglia, o sul patibolo, l’esito più desiderabile della propria esistenza. Per quest’ultimo la diretta non è una minaccia, è una promessa di visibilità eterna.
Il paradosso è evidente. Un’esecuzione concepita per mostrare forza rischia di consegnare al nemico un’arma di reclutamento, e nello stesso tempo di esporre i soldati del plotone, i cui volti e nomi potrebbero circolare, a una minaccia che nessuna corte marziale ha messo in conto. Chi ha pianificato la scena pensando alla base elettorale ha pensato all’Afghanistan, alla Siria o alle periferie europee?
Le ragioni dell’altra parte
Chi difende la scelta non è privo di argomenti. Hasan è reo confesso, ha ucciso soldati disarmati ed è stato condannato con tutte le garanzie. Se lo Stato uccide in nome dei cittadini, nasconderlo dietro un vetro è ipocrisia: lo hanno sostenuto anche molti abolizionisti, convinti che mostrare le esecuzioni ne avrebbe fatto crollare il consenso. La pena di morte, infine, è prevista dalle leggi di una democrazia con tribunali indipendenti e stampa libera, e il Giappone, che impicca i condannati, non è considerato per questo un regime autoritario. Sono argomenti seri. Resta da chiedersi se rispondano alla domanda vera, che non è se Hasan meriti la pena capitale, ma che cosa diventa una società che sceglie di guardarla.
La lezione dei Lumi
Nel 1764 un milanese di ventisei anni, Cesare Beccaria, pubblicò Dei delitti e delle pene: la morte inflitta dallo Stato non è né utile né necessaria, ed è assurdo che le leggi, nate per condannare l’omicidio, ne commettano uno offrendolo come esempio pubblico. Beccaria aveva capito con due secoli di anticipo ciò che la sociologia avrebbe dimostrato: lo spettacolo della morte non educa, abitua. Voltaire ne fece una bandiera europea e nel 1786 la Toscana di Pietro Leopoldo fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena capitale. Persino Kant, che la difendeva per l’omicidio, poneva un limite: nessun maltrattamento che rendesse abominevole l’umanità del condannato, perché l’uomo resta un fine, mai soltanto un mezzo, anche sul patibolo. Usare la sua morte come contenuto mediatico significa farne esattamente un mezzo.
Il progresso, per i Lumi, non è una linea tracciata dalla tecnologia. Si misura sulla capacità di una società di trattenere la propria violenza e di non farne mai uno spettacolo. Il paradosso del nostro secolo è che abbiamo strumenti che Beccaria non poteva immaginare e li usiamo per riportare in piazza ciò che lui voleva chiudere per sempre. Abbiamo la fibra ottica e il patibolo.
Non spetta a chi scrive stabilire se Hasan meriti la morte: lo ha deciso una corte, secondo le leggi del suo Paese. Spetta al lettore chiedersi se una democrazia che trasmette in diretta la fucilazione di un uomo stia difendendo i propri valori o stia rinunciando, un fotogramma alla volta, a ciò che l’ha resa diversa da Teheran e da Kabul. Due secoli e mezzo fa un italiano di ventisei anni aveva già dato la sua risposta.
