Puntuali come cambiali in protesto, sono arrivati i dazi promessi in una campagna elettorale che, mai come ora, appare tratteggiata da un populismo paradossale per una potenza egemonica che non considera le alleanze alla pari delle più importanti valenze economiche. Scriverne subito può essere una tentazione, attendere e lasciar sedimentare sicuramente più saggio, visto che è stato scatenato un processo cinetico di impossibile controllo e che quotidianamente dispensa perle di tenue saggezza; del resto non c’è altro modo di inquadrare la situazione, specialmente alla luce della sindrome da metti la cera togli la cera che ha determinato la (temporanea?) sospensione dei provvedimenti daziari. Non a caso i messaggi lanciati da Trump hanno indotto una inversione di tendenza particolarmente interessante nel caos provocato dalla Casa Bianca, portando gli operatori ad acquistare titoli proprio quando i broker cercavano di disfarsi di azioni potenzialmente in perdita. Una contraddizione che, nella sua razionalità, ha portato a pensare maliziosamente ad un tentativo di manipolazione dei mercati (aggiotaggio?), o di insider trading1, che fa molto Russell Crowe.
I dazi hanno quindi avuto impatti significativi sia sulle Borse sia sui titoli di diverse grandi aziende, cui si è accompagnato sia il crollo del prezzo del greggio, dopo che l’Opec+ ha aumentato la produzione di 411.000 barili al giorno, sia l’aumento dei titoli rifugio come i Treasury e i Bund tedeschi e (come sempre) l’oro. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, atteso ad un ulteriore taglio dei tassi di interesse, ha avvertito che i dazi avrebbero aumentato l’inflazione e ridotto la crescita con un forte rischio recessivo, alla faccia di tutti gli investitori, che si sono rifugiati, oltre che nel biondo metallo, nello yen giapponese e nel franco svizzero.
Non c’è dubbio, in questo frangente Oliver Hardy si sarebbe volto all’immancabile socio, Stan Laurel, per ringhiargli: mi hai ficcato in un altro casino, cosa che sostanzialmente, ma con più garbo, ha detto l’ex presidente della Fed, Janet Yellen. Facile individuare chi possa essere lo Stan della situazione. Anche se il contesto economico-sociale è inevitabilmente molto diverso, ci si può divertire nel trovare parallelismi tra i dazi attuali e la Depressione del 1929, durante la quale lo Smoot-Hawley Tariff Act2 del 1930, tra l’altro, condusse ad un aumento dei dazi doganali statunitensi con relative ritorsioni benché, quanto accaduto 90 anni fa, non possa attagliarsi alla velocissima evoluzione dei mercati che ora vede un incremento dei servizi e non delle manifatture. L’evergreen è la paura, accompagnata da fiducia in calo e da un sensibile rallentamento che evocano lo spettro di una recession, mild ma sempre recession, secondo le valutazioni della Sahm Rule3.
Rischi persistenti? Pur in presenza di diversificazioni ed interconnessioni economiche, i dazi ancora influenzano settori specifici: se nel 1929 l’economia era meno interconnessa, oggi l’interdipendenza economica amplificherà gli impatti in caso di conflitti commerciali estesi che rimangono costosi, impossibili da vincere e facili da perdere. Washington crede, sbagliando, di controllare l’escalation dominante sulla Cina4, che al momento ne è la vera detentrice.
L’economia americana, dunque, patirà più di quella cinese, e qualsiasi iniziativa la porrà alla mercé dell’escalation cinese; l’azzeramento delle importazioni cinesi ed il conseguente shock dell’offerta riporterà alla stagflazione, l’incubo pandemico, quando alla contrazione dell’economia si accompagna la crescita inflattiva.
Attenzione poi alla disoccupazione, attualmente molto bassa; se la presidenza intende riportare elementi produttivi in patria, dove trovare la forza lavoro da destinarvi? Come affrontare l’aumento interno dei prezzi?
Mentre il populismo conquista punti, la credibilità scema secondo un trend che, all’opposto, vede in ascesa il canadese Mark Carney. Fare la guerra senza alternative capaci di coprire le necessità, è di fatto quanto meno sconsiderato, alla stessa stregua di abbandonare, dichiarando le ostilità ed in via del tutto ipotetica (a voi chiarire se mai è accaduto), il 90% della propria flotta mercantile in porti irraggiungibili. Insomma, occhio ad un possibile Vietnam economico.
Tanto per rimanere saccentemente sullo storico, sarebbe stato il caso di andarsi a rileggere quel che scrisse il mai troppo compianto presidente Reagan, che in gioventù sarà anche stato un attore, ma che con saggia umiltà presidenziale, nel 1988, ammoniva circa la necessità di prestare attenzione ai demagoghi pronti a dichiarare una guerra commerciale contro i nostri amici, indebolendo la nostra economia, la nostra sicurezza nazionale e l’intero mondo libero. Una presa di posizione opposta alla situazione attuale, che sta presentando la peggiore transizione ad un sistema imperiale dove il lato oscuro ha ormai soppiantato la buona vecchia repubblica.
L’obiettivo strategico americano consiste nella revisione (un’altra!) dell’ordine globale, puntando a contenere i costi di un’egemonia altrimenti insostenibile, evitando refrain della sorte vissuta dal (fu) impero britannico. Fondamentale, quindi, sfruttare ancora l’onda multipolare, prima che le chance delle sfere d’influenza sfumino, tenuto anche conto del fatto che questa tattica da terra bruciata non consente facili ripensamenti o passi indietro, visto che peraltro Washington potrebbe già essere orientata su una sorta di declino controllato che compendi un accordo con la Cina sempre più vicina al decoupling. Insomma, vince chi perde meno.
Nella Terra di Mezzo occidentale l’era del libero commercio a immagine e somiglianza yankee è finita, e anche abbastanza male; POTUS ha solo torto? No, in fondo Pechino ha approfittato delle regole WTO per accedere ai mercati esteri, limitando l’accesso ai propri; peccato che, invece di continuare a giocare di fino sulle regole, Trump abbia scelto di far saltare il banco ledendo alleanze geopolitiche più che datate, spianando la strada ad un modello economico protezionista plasmato dalle turbolenze. E, beninteso, non c’è stata un’amministrazione che non abbia fatto ricorso a vincoli tariffari.
Una prima cantonata è riscontrabile nella convinzione per cui gli USA necessitano di dazi per ritarare i loro squilibri commerciali5; il fatto che esistano deficit non fa sì che un competitor sia automaticamente un imbroglione da albero degli zecchini d’oro, ma solo che i suoi prodotti siano più ambiti6. Tutto qui. E visto che non proprio tutti indossano sia pur eleganti anelli al naso (qualcuno c’è, tranquilli), è balzato subito agli occhi come, nel fantasioso modello di reverse engineering del calcolo adottato, siano stati esclusi turismo, istruzione e servizi alle imprese, dove sono gli Stati Uniti a beneficiare di un significativo surplus.
Se verso Australia e Gran Bretagna gli USA vantano maggiori esportazioni, chi è allora l’imbroglione, e perché applicare comunque tariffe dal tenore punitivo? Il perché no, non è valido. Se il deficit commerciale sta nel gap tra risparmio interno ed investimenti, forse il governo dovrebbe intervenire su di un risparmio nazionale troppo basso, posto che lo stesso sarà ancora più basso quando il governo Trump diminuirà le tasse aumentando il deficit fiscale lasciando intatti i problemi strutturali della finanza pubblica.
Utile ricordare che gli USA da 20 anni non registrano avanzi primari, cosa che ha costretto e costringe a ricorrere al debito per fronteggiare sia le spese correnti sia la marea montante di interessi sulle obbligazioni a lunga scadenza; ecco che i nuovi dazi permetterebbero di incrementare le entrate federali tanto da far prevedere nel 2025 ricavi doganali non inferiori a 182 miliardi. Il problema è comprendere se quest’ammontare giustifichi o meno le criticità poste a carico dell’economia yankee una volta comparata con il deficit e se tutto ciò giustifichi i tagli alla spesa pubblica intrapresi, visto che il ruolo statale non è comprimibile.
Fino a quando gli USA non risparmieranno per finanziare i propri investimenti, continuerà ad essere presente la necessità di prendere risorse a prestito, dunque ad avere un deficit commerciale. Eliminando la negatività causata dal deficit bilancistico, i rendimenti sul dollaro diminuirebbero indebolendo la valuta. Quel che è certo è che i dazi, inizialmente riesumati anche in chiave anti fentanyl, non sono strumento atto a rilanciare la produzione, dati tempi troppo estesi, costi esorbitanti ed una panoplia di prodotti troppo ampia per non determinare effetti negativi sull’economia interna.
Che fare? Le strade sono 3: ritorsioni, che aumentano l’incertezza e danneggiano gli investimenti; appeasement, il percorso meno rischioso che impone una negoziazione indirizzata al compiacimento presidenziale; diversificazione.
Attenzione però: aumentare gli acquisti di beni americani farà sì che i surplus commerciali non si ridurranno con la celerità auspicata, innescando una reazione che vedrà Trump proteso ad addossare la colpa a qualcuno. Insomma, come si fa si sbaglia, anche nel caso di economie con forti relazioni commerciali con gli USA (Pechino, Tokyo, Seul), visto che l’entità delle esportazioni si associa ad una debole domanda interna e che l’UE non intende certo diventare la ghiotta7 di export invenduti. E allora, come stupirsi della vendita giapponese di uno stock di titoli di stato a stelle e strisce? Se è vero che Tokyo è il primo proprietario del debito pubblico USA, andrebbe ricordato che dietro, nelle quinte, triangolando i dati con diverse banche europee, the winner altri non è che Pechino, attaccata da una percentuale tariffaria esorbitante, da cui potrebbe difendersi inondando il mercato di titoli di debito. In ogni caso, anche se gli USA si ritirassero dai dazi su larga scala, il danno a credibilità e fiducia dei mercati sarebbe irreparabile, cosa che potrebbe accelerare la recessione dell’economia statunitense, a quel punto libera di trascinare chiunque nel maelstrom debitorio.
È allora il caso di guardare anche al dollaro, condizionato dal rischio recessivo, testimoniato dal rendimento del Treasury decennale, il vero punto debole che, mai e poi mai, deve essere intaccato. Non a caso, all’avvio della politica daziaria, Larry Fink, Ceo di BlackRock, ha affermato che l’America potrebbe andare in sofferenza sia per l’enorme debito sia per il rischio che il dollaro possa perdere lo status di valuta di riserva globale a favore delle monete virtuali.
Notevole poi lo scollamento tra Accademia e Potere Esecutivo, evidenziato dai criteri di calcolo percentuale individuati sui dazi applicati a Washington; una procedura superficiale che di scientifico ha molto poco ma di populista moltissimo e che, sulla base di stime teoriche che compendiano anche voci estranee alle imposte applicate ai beni in entrata negli USA, dimentica equilibrio generale, tasso di cambio, dinamiche di settore e, soprattutto, che il deficit commerciale non tara ingiustizie ma riflette preferenze. Insomma, non è una colpa, così come non sono presumibilmente colpevoli di nulla i pinguini che popolano le Isole McDonald, comunque sanzionate.
Rimaniamo dell’idea che Keynes, comunque da contestualizzare, avrebbe visto nei dazi un ostacolo al libero commercio, all’interdipendenza ed alla stabilità economiche8. Un export in aumento riduce i disavanzi, porta a migliore impiego del capitale umano, ma con le attuali supply chains provoca l’incremento delle importazioni; i dazi freneranno dunque gli esportatori americani: le tariffe previste nel Liberation Day faranno perdere terreno a settori basati nel Paese. Nonostante i benefici derivanti dalle esportazioni, gli USA hanno ceduto quote di mercato globale in un contesto in cui, malgrado tutto, l’energia continua a costare troppo.
1 Sfruttamento di informazioni riservate per operare sui mercati per trarne un vantaggio
2 Crollo del 34% dell’indice S&P; tracollo della produzione industriale; disoccupazione al 36,3% nel 1932; abbassamento dei tassi federali dal 6% al 2,5%, con un rialzo nel 1931 per frenare le perdite auree.
3 Indica in anticipo la recessione ed è basato sull’aumento del tasso di disoccupazione rispetto ai minimi a 12 mesi
4 Teorie dei giochi; secondo la RAND Corporation significa che un combattente ha la capacità di intensificare un conflitto in modi che saranno svantaggiosi o costosi per l’avversario, mentre l’avversario non può fare lo stesso in cambio
5 Si può dare per finita la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo.
6 L’esenzione tariffaria riguarda oro, energia e minerali assenti negli USA, unitamente a semiconduttori, farmaceutica, legname e rame. Si potrebbe supporre che questi settori sono esentati perché ciò accentuerebbe la debolezza geostrategica americana.
7 Piccolo rialzo fissato in coperta attorno ad un macchinario per raccogliere colature di olio o grasso
8 In molti, tra cui Pechino, hanno sottoscritto molti nuovi accordi di libero scambio, tra cui il Regional Comprehensive Economic Partnership, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, l’African Continental Free Trade Agreement, il Pacific Agreement on Closer Economic Relations Plus, l’Australia-United Kingdom Free Trade Agreement e l’UE-Vietnam Free Trade Agreement. Con la loro entrata in vigore, le esportazioni tra nazioni partner diventeranno più economiche rispetto a quelle con nazioni fuori dal circolo (USA).
Immagine: X (The White House)
