La recente intesa sul gasolio russo promossa da Washington e l’attenuazione mirata del regime sanzionatorio da parte del Tesoro americano segnano una cesura profonda nell’architettura delle relazioni internazionali contemporanee. L’evento travalica la pura dimensione commerciale del mercato degli idrocarburi per collocarsi al centro di una trasformazione sistemica che vede il declino di un ordine liberale fondato sulle regole e il contestuale ripristino di una Realpolitik cinica e pragmatica. Per comprendere la portata di questo passaggio occorre superare la narrazione di una contraddizione insanabile tra il sostegno alla sovranità dell’Ucraina e l’apertura dei canali economici con Mosca. Se analizzato attraverso le lente teorica del realismo strutturale1 e le categorie del bilanciamento di potenza, l’accordo rivela la riemersione di un calcolo strategico classico, finalizzato alla gestione del rischio di escalation in un contesto multipolare atomico.
La dottrina politica che sta guidando l’azione di Washington affonda le sue radici nella tradizione della Machtpolitik bismarckiana, teorizzata e praticata dal Cancelliere di Ferro nell’Europa del XIX secolo2. Per Bismarck, la politica di potenza non rispondeva a dogmi ideologici o a principi morali universali, ma alla gelida valutazione dei rapporti di forza, degli interessi nazionali tangibili e della necessità di evitare coalizioni avverse capaci di accerchiare lo Stato. La Machtpolitik non cercava l’annientamento sistematico dell’avversario per ragioni di principio, bensì la sua stabilizzazione entro un equilibrio di forze controllabile. Nell’attuale fase storica, l’amministrazione americana sembra riscoprire questa impostazione: il contenimento dell’inflazione interna e la stabilità dei mercati energetici globali diventano priorità strategiche primarie, dinanzi alle quali gli impegni normativi di lungo periodo subiscono una drastica rimodulazione.
Questa logica si intreccia con un imperativo tattico di natura millenaria, radicato nell’arte della guerra e nella diplomazia classica, ovvero la necessità strategica di offrire al nemico una rampa di de-escalation3 o una via di fuga onorevole. La letteratura militare antica codificò con chiarezza il pericolo rappresentato da un avversario privato di ogni alternativa alla resa o alla distruzione. Già il trattatista romano Sesto Giulio Frontino, nei suoi Strategemata, attribuiva a Publio Cornelio Scipione l’Africano la celebre massima secondo cui al nemico che fugge occorre costruire ponti d’oro (via munienda est)4, un principio tattico che trovò applicazione anche nell’articolazione della battaglia di Zama del 202 a.C., dove l’isolamento completo della fanteria cartaginese dimostrò la spaventosa ferocia del combattimento corpo a corpo quando ogni via di fuga viene preclusa. Il concetto, formulato anche dall’antica trattatistica orientale di Sun Tzu (Sun Zi), poggia su un dato psicologico e dottrinale immutato: la disperazione del nemico significa costringerlo a combattere con feroce determinazione, moltiplicando la violenza dello scontro e azzerando le possibilità di negoziazione.
Trasposta nello scacchiere geopolitico del XXI secolo, la metafora della via d’uscita assume un valore drammaticamente concreto. Vladimir Putin guida una potenza nucleare la cui dottrina di difesa contempla l’impiego di armi atomiche tattiche in caso di minaccia esistenziale allo Stato o alla sopravvivenza stessa del regime. L’eventualità che la Russia venga spinta in un vicolo cieco – attraverso un isolamento economico totale e l’assenza di qualsiasi prospettiva politico-militare – costituirebbe per la sicurezza globale un fattore di rischio inaccettabile5. Una sconfitta catastrofica che metta a rischio la sopravvivenza fisica o politica della leadership del Cremlino aumenterebbe in modo esponenziale la probabilità di un’escalation non convenzionale o di una destabilizzazione interna dagli esiti imprevedibili per l’intero continente eurasiatico. In quest’ottica, concedere a Mosca una boccata d’ossigeno finanziaria e commerciale attraverso il mercato del diesel non rappresenta un mero cedimento, ma un meccanismo preventivo di disinnesco, volto a sottrarre il Cremlino dalla disperazione strategica e quindi creare le precondizioni economiche per un futuro tavolo negoziale.
Questo processo di de-escalation pragmatica non si sviluppa tuttavia in un vuoto bilaterale, ma si inserisce nella trama di una complessa diplomazia triangolare tra Washington, Pechino e Mosca6. I frequenti vertici tra Xi Jinping e Vladimir Putin, unitamente all’intensa attività diplomatica di Pechino verso la Casa Bianca, dimostrano come la Cina stia svolgendo il ruolo di stabilizzatore ombra del sistema. Da un lato, Pechino garantisce a Mosca la sopravvivenza economica per evitare un collasso della Russia che lascerebbe la Cina isolata di fronte al blocco occidentale; dall’altro, la leadership cinese segnala con chiarezza a Washington la necessità di non spingere la Russia verso opzioni estreme che destabilizzerebbero i mercati finanziari e le catene di approvvigionamento globali. Si assiste così a una riedizione capovolta della diplomazia triangolare ideata negli anni Settanta da Richard Nixon e Henry Kissinger: se allora gli Stati Uniti si aprirono alla Cina per isolare l’Unione Sovietica, oggi Washington e Pechino, pur nella loro competizione sistemica, gestiscono coordinatamente la variabile russa per evitare che l’instabilità dell’Europa orientale travolga l’equilibrio globale.
Il quadro è ulteriormente complicato dai cortocircuiti che tale pragmatismo genera su altri teatri geopolitici, in particolare in Medio Oriente. La decisione americana di allentare la pressione economica sulla Russia rischia di produrre effetti indiretti sulle capacità finanziarie e militari dell’Iran, stretto alleato strategico di Mosca nello scambio di tecnologie belliche e sistemi d’arma. La scommessa di Washington poggia sulla presunzione che il reinserimento parziale di Mosca nei circuiti commerciali occidentali possa progressivamente attenuare la dipendenza della Russia dalle forniture militari iraniane, depotenziando l’asse revisionista. Si tratta di un equilibrio estremamente fragile, in cui la risoluzione di una crisi rischia di alimentarne un’altra.
La rapidità con cui la cornice teorica trova riscontro nella cronaca è confermata nei fatti di questi giorni. L’avvio della fase operativa dell’intesa energetica – sancito dalla partenza annunciata da Mosca per il 22 ottobre di un primo carico di 40.000 tonnellate di gasolio russo verso i mercati occidentali7 – dimostra che la flessibilità commerciale ha svolto la funzione di volano per la riapertura dei canali politici. A questo sviluppo concreto ha fatto seguito l’apertura di Mosca a un formato negoziale a tre con Washington e Kyiv, mentre prende sempre più corpo anche l’ipotesi di un vertice trilaterale al massimo livello tra Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping: un passaggio che trasforma la diplomazia triangolare da chiave di lettura interpretativa a formato istituzionale effettivo del nuovo equilibrio multipolare8.
In questo scenario dominato dal ritorno della Great Power Diplomacy, emerge con drammatica evidenza il confinamento strategico dell’Unione Europea. Come dimostrato dai recenti colloqui svoltisi a Oslo, l’Europa non scompare del tutto dalla scena, ma si riscopre relegata prevalentemente a ruolo di piattaforma logistica e diplomatica di servizio9. Il blocco continentale, pur avendo subito i costi economici più elevati in termini di recisione delle forniture energetiche a basso costo e di inflazione, si trova oggi nell’imbarazzante posizione di osservare la riconfigurazione dell’architettura di sicurezza del Vecchio Continente condotta direttamente sopra la sua testa. L’incapacità dell’Unione di sviluppare un’autonomia strategica credibile, unita all’assenza di un pilastro di difesa comune e a una visione geopolitica frammentata tra i singoli Stati membri, ne ha decretato l’irrilevanza diplomatica nei passaggi decisivi della crisi10: l’Europa rimane così un consumatore di sicurezza e un mercato regolatorio, cedendo alle superpotenze la facoltà di stabilire i termini della pace e della guerra alle sue immediate periferie.
La vicenda dell’accordo energetico sul gasolio russo dimostra come nel nuovo ordine multipolare la stabilità globale non sia più il prodotto dell’adesione condivisa a norme di diritto internazionale, ma il risultato di un precario bilanciamento di forze, di concessioni transazionali e del calcolo razionale del rischio.
Il ritorno alla Realpolitik, alla lezione di Bismarck e al rispetto delle classiche massime dell’arte militare antica conferma che la priorità suprema delle superpotenze rimane lo scongiuramento della catastrofe sistemica, anche a costo di sacrificare l’impostazione ideale e i principi normativi che avevano caratterizzato l’era post-Guerra Fredda.
1 Realismo strutturale (Neorealismo). Corrente della teoria delle relazioni internazionali (sviluppata in particolare da Kenneth Waltz e John Mearsheimer) secondo cui il comportamento degli Stati non dipende dalle loro caratteristiche interne o dall’ideologia dei leader, ma dalla struttura “anarchica” del sistema internazionale (intesa come assenza di un governo mondiale sovraordinato) che costringe ogni attore a perseguire il proprio bilanciamento di potenza e la propria sopravvivenza.
2 Realpolitik e Machtpolitik. La Realpolitik (termine coniato nel XIX secolo da Ludwig von Rochau) definisce la conduzione degli affari esteri basata sui rapporti di forza reali e sul perseguimento pragmatico dell’interesse nazionale, anziché su principi morali, ideologici o giuridici. La Machtpolitik (politica di potenza) ne costituisce la declinazione incentrata sul consolidamento e l’impiego della forza materiale e militare dello Stato come strumento primario dell’equilibrio internazionale, trovando nel cancelliere tedesco Otto von Bismarck il suo massimo interprete storico.
3 Rampa di de-escalation (Off-Ramp). Nel linguaggio diplomatico e strategico contemporaneo, indica una concessione, un compromesso o un’opzione negoziale offerta all’avversario aggressore per consentirgli di interrompere le ostilità o ritirarsi da una posizione estrema salvando la faccia (saving face) ed evitando che la percezione di un isolamento totale lo spinga verso un’escalation catastrofica.
4 Strategia del pontes aurei (“ponti d’oro”) e Sesto Giulio Frontino. Il principio tattico e strategico di concedere una via di fuga al nemico circondato per evitarne la reazione disperata è codificato da Sesto Giulio Frontino (I sec. d.C.) nei sui Strategemata (Libro IV, 7.16), dove attribuisce a Scipione l’Africano la massima “via munienda est qua fugiant” (“Scipione l’Africano soleva dire che al nemico, non soltanto bisogna lasciare una via per fuggire, ma anche preparargliela”). Il concetto trova un celebre parallelo nella trattatistica orientale di Sun Tzu (L’arte della guerra, Cap. VII: “Un esercito accerchiato deve avere una via di scampo; se è ridotto alla disperazione non va schiacciato”).
5 Dilemma della sicurezza ed escalation preventive. Teorizzato da Robert Jervis, il dilemma descrive il paradosso per cui le misure difensive o sanzionatorie adottate da uno Stato per garantire la propria sicurezza vengono percepite dall’avversario come minacce esistenziali. Ciò può spingere il regime percepito “in un angolo” a un’escalation preventiva (inclusa la minaccia dell’uso di armi tattiche non convenzionali) pur di spezzare l’assedio.
6 Diplomazia triangolare. Modello strategico elaborato da Henry Kissinger e Richard Nixon nei primi anni ’70 per sfruttare le divisioni nell’asse sino-sovietico. Mantenendo relazioni migliori con Pechino e Mosca di quante le due potenze comuniste avessero tra loro, gli Stati Uniti ottennero una leva diplomatica determinante. Oggi il modello si ripresenta in forma invertita, con Pechino nel ruolo di perno tra Washington e Mosca.
7 L’effettiva operatività dell’accordo sul gasolio e la licenza d’emergenza del Dipartimento del Tesoro USA (OFAC – General License No. 135) hanno trovato conferma istituzionale nelle dichiarazioni del Vicepremier russo Alexander Novak. Come riportato dalle agenzie internazionali (Interfax, Reuters) e dalle analisi del Carnegie Endowment for International Peace, Mosca ha programmato la partenza della prima nave cisterna da 40.000 tonnellate per il 22 ottobre, dando esecuzione materiale al piano d’incremento delle esportazioni concordato con Washington per stabilizzare i prezzi dei distillati occidentali.
8 L’ipotesi di un formato di vertice esteso alle tre superpotenze (USA, Russia e Cina), ventilata nell’ambito della riapertura dei canali diretti da parte di Washington, trova riscontro nelle analisi dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) e della stampa diplomatica internazionale (Axios, Kyiv Independent). L’impostazione riflette l’evoluzione della “diplomazia triangolare”, in cui il dialogo bilaterale di vertice tra Washington e Mosca si coordina con i precedenti vincoli e contatti stabiliti da Pechino.
9 I colloqui preparatori svoltisi a Oslo tra le delegazioni e la successiva missione dell’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff – giunto in Russia per presentare a Vladimir Putin una proposta aggiornata per il piano di pace – confermano la scissione tra il ruolo di “facilitatore logistico” (svolto da capitali nordiche ed europee) e il monopolio della regia politica riservato al canale diretto USA-Russia-Ucraina.
10 Autonomia strategica. Concetto chiave del dibattito geopolitico dell’Unione Europea, definito dal Consiglio Europeo come la capacità dell’UE di agire in modo autonomo e indipendente da potenze terze (in primis gli Stati Uniti) nei settori cruciali della difesa, della sicurezza, della tecnologia e dell’approvvigionamento energetico.
Fonti e riferimenti essenziali (non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
- Bismarck, O. von (1898). Gedanken und Erinnerungen, Cotta’sche Buchhandlung.
- Brizzi, G. (2007). Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma, Laterza.
- Frontino, S. G. (2013). Gli stratagemmi, edizione critica a cura di Mori E, trad. di Vaglia R. P. (1905), Sonzogno.
- Jervis, R. (1976). Perception and Misperception in International Politics, Princeton University Press.
- Kissinger, H. (1994). Diplomacy, Simon & Schuster.
- Mearsheimer, J. J. (2001). The Tragedy of Great Power Politics, W. W. Norton & Company.
- Sun Tzu (2010). L’arte della guerra, traduzione e cura di Fracasso R., Newton Compton Editori.
- Waltz, K. N. (1979). Theory of International Politics, Addison-Wesley.

